Umberto Eco : un vaso di ferro tra vasi di coccio

“Noi viviamo per i libri.
Dolce missione in questo mondo dominato dal disordine e dalla decadenza.”

Non è che lo scrisse tanto per.
Umberto Eco, nei libri, per i libri, sui libri, ci vive veramente.
Vive, perchè concesso è il dono dell’eternità a colui che forgia al tornio della Natura personaggi, favelle, novelle, intrighi, amore.

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I libri non sono altro che amore, e Eco nacque in loro come loro nacquero in egli.

Non avrei potuto iniziare diversamente il ricordo (tanto vicino e nitido) non solo di un genio, ma di un professore, di un letterato, intellettuale, semiologo, massmediologo, filosofo, padre.

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Padre di Guglielmo, e del giovane Adso, di Malachia e della fanciulla terribilis ut castrorum acies ordinata.

E per loro e in loro lo scrittore diviene così semplicemente, fugacemente e delicatamente immortale.

Solo per fiumane di nero su bianco.

Nacque in Alessandria, nel 1932.

E, a dirla tutta, Il nome della rosa non è il suo primo romanzo.

Ma il più famoso, senza dubbio.
La prese come una sfida.
”Ora io faccio il bestseller.”
”E come?”
”Con le parole.”

Si mise in testa questa cosa, ben riuscita, tra l’altro, di creare un capolavoro (perchè tale è) unendo così tanti livelli e categorie di romanzo da crearne uno adatto per tutti.

Un romanzo d’amore(chi era, chi era mai costei che si levava, bella come la luna, fulgida come il sole, terribile come schiere vessallifere?).

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Un giallo (Non so, faccio delle ipotesi. Chi ti dice che l’assassino abbia ucciso Venanzio perchè odiava Venanzio? Potrebbe averlo ucciso, in luogo di chiunque altro, per lasciare un segno, per significare qualcosa d’altro..)
Un romanzo religioso (Oh caro fratello mi par vero proprio il contrario, perchè tutti i vangeli dichiarano che Cristo era un uomo e mangiava e beveva e, per via dei suoi evidentissimi miracoli, era anche Dio, e tutto questo balzava proprio all’occhio), un libro sull’importanza dei libri, dove monaci arrivano ad uccidere per fugaci ed effimere parole che si fanno in realtà sangue nella carne, inchiostro nella carta.

Umberto Eco l’aveva capito. Fin da subito, fin da piccolo, quando gli altri giocavano a pallone e lui, di nascosto, chiuso in soffitta, silenzioso ed immobile, all’oscuro perchè “è roba troppo da grande per te”, si leggeva di quel Renzo e di quella Lucia dai neri capelli contadini, e di quell’Abbondio, vaso di Coccio tra vasi di ferro (frase che tanto gli piacque che la fece indossare al suo Malachia, bibliotecario con un non so che di muliebre negli occhi profondi e melanconici, con una bocca quasi incapace di atteggiarsi al sorriso, e che nell’insieme dava l’impressione di affrontare la pena di esistere per un qualche sgradito dovere).

Leggeva di loro, indossava quei personaggi, quella storia, ammirava quel ramo del lago di Como volgersi a mezzogiorno, ripercorreva la strada con l’indice in un libro per tenere il segno.
Forse già lo sapeva che anche lui sarebbe stato, un giorno, forgiatore di personaggi e incredibili trame al tornio del sublime.

Gli piaceva l’idea che il lettore, il suo lettore, si divertisse. Almeno quanto si stava divertendo lui nel generare avventure.

Divertire non significava per lui di-vertire, distogliere dai problemi.

Robinson Crusoe vuole divertire il proprio lettore modello, raccontandogli dei calcoli e delle operazioni quotidiane di un bravo homo oeconomicus, assai simile a lui. Ma il semblable di Robinson, dopo che si è divertito leggendosi in Robinson, in qualche modo dovrebbe aver capito qualcosa di più, essere diventato un altro. Divertendosi, in qualche modo, ha imparato. E’ indubbio che se un romanzo diverte, ottiene il consenso di un pubblico.

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Ora, per un certo periodo, si è pensato che il consenso fosse una spia negativa. Della serie, se trova consenso allora è perchè no ndice nulla di nuovo e dà al pubblico ciò che esso si attendeva già.

Ma per Eco non era la stessa cosa dire “se un romanzo dà al lettore ciò che si attendeva trova consenso” e “se un romanzo trova consenso è perchè dà al lettore ciò che esso si attendeva.”

La verità è che scriveva pensando al lettore.

Ritmo, respiro, penitenza. Per costruire il lettore.

Eco dopo aver dato un colpo di pennello si allontanava di due o tre passi e studiava l’effetto: guardava cioè al quadro come dovrebbe guardarlo-in condizioni di luce acconcia- lo spettatore quando lo ammirerà alla parete.

Dipingeva le prime 100 pagine in modo da prepare il lettore a ciò che sarebbe accaduto nelle seguenzi. Uno scoglio penitenziale da superare.

Come Manzoni si trovò a scrivere non per piacere al pubblico così come era, ma per creare un pubblico a cui il suo romano non potesse non piacere.

Un complice che stesse al gioco.

Un Eco medievale, che fa del suo lettore preda, ovvero preda del testo, in grado di non voler altro di ciò che il testo gli potesse offrire.

In grado di portarlo dove vuole lo scrittore stesso, facendo credere al lettore che in realtà ciò che sta leggendo è ciò che vuole realmente e non un percorso obbligato e silenzioso.

“Tu credi di voler sesso, e trame criminali in cui alla fine si scopre il colpevole, e molta azione, ma al tempo stesso ti vergogneresti di accettare una venerabile paccottiglia fatta di mani della morta e fabbri del convento. Ebbene io ti darò latino, e poche donne, e teologia a bizzeffe e sangue a litri come nel Grand Guignol, in modo che tu dica “ma è falso, non ci sto!” E a questo punto dovrai essere mio, e provare il brivido della infinita onnipotenza di Dio, che vanifica l’ordine del mondo. E poi, se sarai bravo, accorgerti del modo in cui ti ho tratto nella trappola, perché infine te lo dicevo ad ogni passo, ti avvertivo bene che ti stavo traendo a dannazione, ma il bello dei patti col diavolo è che li si firma ben sapendo con chi si tratta. Altrimenti, perché essere premiato con l’inferno?”

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Il Nome della Rosa parte dunque come giallo (illudendo di fatto il semplice ed ingenuo lettore sino alla fine, non permettendogli di rendersi conto che si scopre alla fine assai poco e il detective, seppur comprende la verità, apparte sconfitto sotto il peso di libri bruciati).

E continua come labirinto, astratto e più che mai concreto.

Ma esistono tre tipi di labirinto.
Uno è quello greco, quello di Teseo, che non consente a nessuno di perdersi: entri, incontri, centro, esci. Nemmeno la ricerca, un semplice ti porta alla luce.

Il Minotauro, altrimenti la storia non avrebbe sapore.

Ma il punto è: il terrore nasce poichè noi non siamo consci di dove realmente si possa trovare il Minotauro.

Labirinto classico: è il filo d’Arianna di se stesso.

Poi c’è il secondo, manieristico: un modello trial and error process.

Se lo percorri ti ritrovi in testa come un albero, per capirci, pieno di radici, di vicoli ciechi.

L’uscita è una, ma puoi sbagliare.

Servirebbe quella Arianna..

E poi il terzo, il rizoma, in cui ogni strada si connette con un’altra. Non ha centro, periferia, uscita.

Il mondo della bibilioteca dei monaci è manieristico, ma il percorso che porta il Guglielmo-detective alla conclusione è un percorso rizoma: strutturabile, ma mai definitivamente strutturao.

Anche il lettore ingenuo fiuta che si trova, d’innanzi ai lavori di Eco, in una storia di labirinti, e non di labirinti spaziali.
Non ci sono storie.
Sono labirinti, in cui devi stare sempre all’erta, conscio che potrebbero esserci Minotauri e non Arianne.

Umberto si sente ancora bambino.

E’ leggero, sospeso, più del solito.
Non sente la stanchezza, solo vuoto.
Un vuoto bello, il vuoto che provava quando apriva un libro. E perdeva.
Perdeva il peso di catene materialistiche che solo la carta può recidere nettamente.

Si guarda intorno.
Distesa bianca.
Leggero.
Tutto leggero.
E le nuvole.

Vede uno.

E poi due.

Uno ha la faccia di cavallo.

Uno è gobbo, ha gli occhi azzurri, è magro e piccolo, il volto triste.

Foscolo è sicuramente invece quello là, con i capelli rossi ricci.

E quello? Quello pare sicuramente Pirandello!
Umberto Eco si guarda in giro.

Aveva sempre sognato di incontrare il forgiatore delle storie lette in soffitta in un’infanzia remota.
Aveva sempre sognato di incontrare, il suo,
Alessandro Manzoni.

Arianna Mariolini

 

Arianna Mariolini

Mi chiamo Arianna Mariolini (Ary). Sono nata il 6 gennaio 1998 a Clusone, in provicia di Bergamo, ma attualmente risiedo a Pisogne, un bellissimo borgo bresciano. Dal settembre del 2012 frequento il Liceo classico Decio Celeri di Lovere. Le mie principali passioni sono la letteratura e la musica...

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