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Il regno dell’approvazione

Mi è solito riflettere su ciò che mi circonda, è mia propria la caratteristica di escludermi dalle vicende e guardare ciò che avviene dall’esterno, da un altro punto di vista. Tutti noi dovremmo possedere vari tipi di lenti che portino il nostro occhio a cogliere la moltitudine delle sfumature presenti nella realtà. Ciò che voglio dire è che se valutassimo in modo diverso le nostre azioni, quante volte ci parrebbero patetiche e mediocri? Non dobbiamo soffermarci sul particolare, al singolo istante che caratterizza ogni nostro giorno, ma puntare ad una visione totale della vita, chiederci quali sono i valori che vanno al di là del banale ripetersi della nostra routine quotidiana. Con dispiacere ritrovo una tendenza inversa, che si è diffusa soprattutto tra noi giovani.

 

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Questa inclinazione è manifesta nel volersi presentare come soggetti secondo cui è importante riprodurre quel determinato “particolare” che la società continuamente propone e non con meno imperatività ripropone sotto altre forme. Non vogliamo mostrarci come individui integrali ed unici, ma come marionette riproducenti i piccoli e vari aspetti di quella che viene chiamata “moda”. Nei gesti, nelle espressioni, negli atteggiamenti, ci proponiamo come corpi pronti ad essere marchiati.

 

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Al giorno d’oggi si cerca il consenso dell’altro attraverso ripetute proposte del nostro essere, ma questo si riduce a pura esteriorità, ad immagine costruita secondo certi “standard” che il sociale ci suggerisce. Credo che questo voler “apparire” più che voler “essere” stia diventando un bisogno cronico di noi giovani, il volersi continuamente sentire apprezzati ci porta ad una esigenza del tutto artificiale. Mi sto riferendo ai social, quelle macchine di produzione di soggetti virtuali, i quali sfruttano il loro utilizzo forse nel modo più dannoso. Il sentimento naturale di necessitare consenso e riconoscimento da parte degli altri si storpia, si altera nella ricerca della popolarità che viene trovata attraverso strumenti vani ed essenzialmente vuoti di carattere.

 

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Questa mia critica, se così può essere chiamata, non vuole essere distruttiva, al contrario vuol far riflettere proprio su questo sentimento che ormai non è più da sottovalutare, poiché molti di noi lo hanno trasformato in qualcosa di fondato e più che legittimo. Questo articolo vuole essere un richiamo alla nostra profondità di pensiero, un invito a scartare questa “etica del particolare” che etica non è.

 

 

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Silvia Francesca Ravetto

 
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