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Cigni neri e falsi profeti. Karl Popper -parte 2-

Karl Popper – parte seconda: sociologia


a cura di Simone Innico

Inizio secondo tempo. (Clicca qui per leggere la prima parte)

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Cosa accadde durante quell’eclissi di sole del 1919? Sulla base della teoria di Einstein, l’astrofisico Eddington aveva effettuato una serie di previsioni e, in quell’occasione, ne misurò la correttezza. In caso contrario, la teoria sarebbe stata confutata. Tutto qui.

Fälschungsmöglichkeit è la parola che ci interessa. La “possibilità di confutazione” è ciò che stabilisce il confine tra il campo delle scienze e di quelle che il severo Popper battezza come pseudo-scienze.

Carattere peculiare di queste pseudo-scienze è, pertanto, l’inconfutabilità delle proprie previsioni.

Popper ha in mente un preciso confronto tra due teorie che, al tempo, si volevano entrambe ugualmente scientifiche: da un lato, la succitata teoria einsteiniana –che si è più volte dimostrata valida del titolo– e, dall’altro, la cosiddetta “profezia storica” di Karl Marx.

Il padre teorico del comunismo occidentale, all’ora di scrivere il monumento letterario intitolato Il Capitale (1867 – 1894) sosteneva con piena convinzione la scientificità della sua analisi circa la dinamica storica dell’evoluzione economica. Con lo studio dei mutamenti tecnologico-produttivi del passato, egli sarebbe pervenuto a una previsione circa il futuro della sua società.

das_kapital_marx_1867Neanche cento anni più tardi, sul finire della guerra mondiale, Karl Popper ritorna dal suo esilio in Nuova Zelanda con una massiccia opera intitolata La società aperta e i suoi nemici (1945), il cui secondo volume è interamente dedicato a “Hegel e Marx falsi profeti”. L’autore si sta muovendo con passo felpato fuori della filosofia della scienza per entrare nel campo più impreciso della critica sociologica o, per meglio dire: una critica a quelle teorie sociologiche che si presentano come scienza. È un Karl contra Karl. Seguiamolo in questo passaggio.

Marx aveva guardato nel profondo del capitalismo e aveva individuato una contraddizione costitutiva che l’avrebbe, alla fine, condotto alla rovina. Il capitalismo –diceva– produce da sé  il suo proprio distruttore: il proletariato. La rivoluzione proletaria è il naturale prodotto di questo sistema di produzione.

La spontanea nascita della società dei comuni, a seguito dell’inevitabile crollo del capitalismo: forse il più celebre caso di previsione sociologica confutata e frustrata dalla storia consecutiva. (Durante le ripetizioni di filosofia, il ragazzo al quale spiegavo Il Capitale di Marx ha subito commentato: «Be’ ma non c’ha preso per niente». E come dargli torto?)

Ma ecco che ritorna la Fälschungsmöglichkeit: è sufficiente non vedere la realizzazione della profezia per avere una confutazione di tale analisi sociologica? Come si confuta la teoria marxiana?

Nonostante fosse così orgoglioso del suo metodo scientifico, quasi tutte le predizioni di Marx sono […] di grande ispirazione, a volte auto-avveranti, certamente vere per chi tali le crede, ma non accertabili tramite strumenti scientifici

(Reason Papers Vol. 26, Ernest Van Den Haag)

Il capitolo XX dell’opera del 1945 s’intitola “Il capitalismo e il suo destino”. Popper si rivolge a quella schiera di teorici post-marxisti che hanno tentato, negli anni, di correggere la profezia –mancata– di Marx. L’intento di questi autori fu quella che il professor Enrico Donaggio efficacemente definisce “la gestione del ritardo”: il capitalismo perdura, il comunismo è in ritardo. E ci si guarda intorno alla ricerca di paletti a sostegno della teoria pericolante.

In effetti, già gli stessi autori del Manifesto del Partito Comunista (Karl Marx e il suo wingman Friedrich Engels) fecero in tempo a vedere le loro previsioni insoddisfatte. Pensarono così di aggiornare il calcolo dialettico introducendo un nuovo elemento che fino a quel momento non era stato impiegato: l’imperialismo coloniale.

Lo sfruttamento delle colonie garantiva un efficace sfogo alla tensione sociale che la contraddizione costitutiva del capitalismo continuava a produrre in madrepatria: la miseria del proletariato si convertiva in miseria delle colonie, l’oligarchia capitalista poteva aprire la sua cerchia a un numero maggiore di membri arricchitisi grazie ai profitti dello sfruttamento imperialista. Inoltre, laddove l’industrialismo borghese era cresciuto nel benessere pesando sulle spalle della classe subalterna, ora quello stesso benessere poteva allargarsi e includere quello che ormai era ex-proletario: era il manifestarsi del fenomeno che Lenin battezzò “imborghesimento del proletariato”.

Ma proprio qui giace la fallacia che svela la profezia marxiana in quanto pseudo-scienza: qualsiasi argomentazione può preservare la coerenza di una teoria che già di per sé è inconfutabile. Di nuovo: è il cigno nero, ciò che definisce una scienza. Correggere e aggiornare la teoria marxista vuol dire lavare il cigno nero nella candeggina.

Gli argomenti sui quali si fonda la profezia storica di Marx non sono validi. Il suo ingegnoso tentativo di trarre conclusioni profetiche dall’osservazione delle tendenze economiche contemporanee è fallito. […] La ragione del suo fallimento come profeta va esclusivamente ricercata nella povertà dello storicismo in quanto tale, nel semplice fatto che, anche se constatiamo oggi il manifestarsi di una certa tendenza o direzione storica, non possiamo sapere quale aspetto essa potrà assumere domani.

(La società aperta e i suoi nemici)

Popper il falsificatore pesta i piedi alla sociologia. Il termine “storicismo” sta a indicare, nella sua accezione più generale, un metodo o un orientamento concettuale. Una tradizionale attitudine sociologica. È il ruolo centrale che la dimensione storica assume all’interno della comprensione della dimensione sociale dell’uomo: la sociologia non può esimersi dal guardare a ieri e prevedere il domani. Ma proprio su questo Popper contesta, no no no:

Il metodo delle scienze sociali, come anche quello delle scienze naturali, consiste nella sperimentazione di tentativi di soluzione per i loro problemi – i problemi da cui prendono le mosse. Si propongono e criticano soluzioni […]

(Karl Popper: protagonista del secolo XX, Dario Antiseri)

Lo sguardo storicista pecca di soggettivismo: guardare le cose in prospettiva presuppone sempre un punto di vista. Al contrario, Popper pensa a una solida scienza sociologica, forte di un metodo che la preservi dalla soggettività dell’osservatore. Perché questo è il rischio di una scienza per la quale l’oggetto di studio è la società della quale fa parte lo scienziato stesso.

Scienze naturali e scienze sociali non devono differire in quanto a oggettività. Allo stesso modo che un fisico può peccare di poca obiettività nel suo campo, un sociologo può adoperarsi per considerare l’oggetto del suo studio con la stessa obiettività di uno scienziato naturale. Obiettività e oggettività non coincidono. È tutta una questione di metodo. C’è modo e modo di fare le cose, e finora la sociologia –sostiene Popper– ha peccato tanto di poca obiettività quanto poca oggettività (un’ulteriore accusa alla pseudo-scienza marxiana e marxista), perché

[…] l’oggettività della scienza non è una faccenda individuale dei diversi scienziati, ma è una faccenda sociale della loro critica reciproca […] della loro collaborazione e anche dei loro contrasti

(Dario Antiseri, op. cit.)

Ritorna ancora una volta la preziosa Fälschungsmöglichkeit: immagina Popper che il contraddittorio tra specialisti possa svolgere una funzione di criterio al fine di garantire validità alle ipotesi delle  scienze sociali. Che la comunità dei sociologi possa assicurarsi –con la semplice “critica reciproca”– quell’obiettività e oggettività che il sociologo da solo non può conferire alla sua scienza.

Popper esce dalla filosofia della scienza per entrare nella sociologia e tenta di portare con sé il dominio della falsificabilità. La sua manovra ambisce a espandere i confini della scienza, per annettersi anche questa confusa sociologia che annaspa in assenza di un metodo chiaro ed univoco.

A sbarrargli la strada troverà il filosofo e sociologo –e musicologo– Theodor W. Adorno (1903 – 1969) che non ci tiene affatto a vedere il campo della scienza sociale colonizzato dalle mire espansionistiche di Popper. Laddove il primo va in cerca di stabilità, coerenza e rigore, Adorno risponde a tono:

adornoL’ideale conoscitivo della spiegazione coerente, quanto più semplice possibile, matematicamente elegante, si rivela inadeguato, quando la cosa stessa, la società, non è coerente, non è semplice e neppure neutrale

(Dario Antiseri, op. cit.)

Il problema è a monte. Popper sostiene che, mutatis mutandis, sia possibile una scienza sociale tale quale a una scienza naturale. Adorno risponde che è la propria natura della società ciò che ci costringe ad accettare una sociologia in quanto studio “irrimediabilmente incoerente” del mondo che circonda e condiziona l’osservatore stesso.

Un autore chiave per la sociologia del secolo scorso, Max Weber (1864 – 1920) –che ha nel suo arsenale titoli come L’oggettività conoscitiva della scienza sociale (1904) o anche Il significato della avalutatività delle scienze sociologiche ed economiche (1917)– nonostante sostenga che sia possibile concepire una qualche forma di oggettività e “avalutativtià” nella ricerca storio-sociologica, deve comunque riconoscere che gli strumenti del sociologo sono sempre strumenti euristici e parziali: si possono tentare spiegazioni causali per un particolare evento storico, ma sono spiegazioni che valgono unicamente solo per quel solo evento. Nessuna pretesa di “legge generale del mutamento storico-sociale”. Testa bassa.

Secondo un orientamento che risale a Wilhelm Dilthey (1833 – 1911), padre dello storicismo l’oggetto stesso dello studio pretende il suo particolare metodo. Nelle scienze sociali l’uomo guarda e comprende se stesso: non è un oggetto qualunque. Diventa necessario adeguarvi un diverso sguardo.

L’uomo studia l’uomo. La sociologia è un cortocircuito. Uno studio sincronico e sistemico che non può evitare di essere condizionato dall’oggetto stesso del suo interesse. Il che significa: una teoria debole che resta sempre relegata al suo tempo. Uno sguardo sul mondo, confinato in quel mondo. (Epurata da ogni pretesa di profezie pseudo-scientifiche, l’analisi di Marx resta di grande utilità per la comprensione della realtà storico-sociale a lui contemporanea).

L’abbiamo già detto: è una questione di metodo. Che comporta una considerazione dei risultati ai quali si può pervenire. Riguardo a ciò che possiamo sapere – e ciò che non possiamo sapere.

Se diamo credito all’obiezione di Adorno, dovremmo accettare la sociologia come teoria debole. Una sociologia che resta, nel migliore dei casi, solo studio della società di oggi. Sussiste nel senso comune una validissima credenza pragmatica –ma che purtroppo non ha mai trovato vericazione scientifica–: che il futuro assomigli al passato (per metterla nei termini di Hilary Putnam). Che ci somigli anche solo un poco. Possiamo da questo osare una sociologia che provi a dire qualcosa riguardo a ciò che è stato ieri o che sarà domani?

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E non è forse questa un’attività umana normalissima e quotidiana? Viviamo nella società di oggi, ma guardiamo al passato e ci preoccupiamo di ciò che verrà.

 


 

bibliografia:

Cambiano-Fonnesu-Mori “Il pensiero contemporaneo”

Dario Antiseri, “Karl Popper: protagonista del secolo XX”, Biblioteca Austriaca, 2002

 
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