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L’arte del ‘900 in un museo da non perdere!

A cura di Roberto Testa

 

Non mi è mai capitato di andare 2 volte nello stesso museo. Eppure c’è un museo per cui ho voluto fare uno strappo alla regola, alla tradizione, all’ordinario.

Eravamo nell’ottobre 2015 quando mi trovavo per caso a Milano. Avevo voluto passare lì un weekend con un mio amico giusto per cambiare aria, perché le lezioni ancora non erano tantissime e gli esami erano abbastanza lontani. Così, in un bel giorno di sole, mi recai in centro, in Galleria, per chiedere informazioni e consigli su quali musei visitare. Uno dei più vicini a me, a lato di Piazza Duomo, era il “museo del ‘900”. Non sapendo nemmeno cosa ci fosse all’interno, da perduto amante di storia contemporanea e di storia dell’arte, entrai in quel museo, una costruzione all’apparenza un po’ datata ma con degli interni oserei dire futuristici per certi versi.

Andando per salire su questa rampa a chiocciola che sembra non finire mai, mi arriva il primo colpo al cuore, inaspettato. Come quando ti trovi davanti ad un’opera d’arte immensa, più grande di te, in tutti i sensi.
E in effetti era così : davanti a me, davanti ai miei piccoli occhi da turista appassionato, c’era Il quarto stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo (1868-1907).

 

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Un vetro ci separava, ma quei colori e quella cruda umanità che fanno del quadro quasi una fotografia enorme, mi presero davvero. Tolto il suo significato ideologico molto forte e pregnante, il quadro è un’opera d’arte d’altri tempi. Mi avvicino a poco a poco e scoprii che in realtà non era altro che una serie quasi infinita di trattini tutti accostati. È incredibile come l’arte possa illuderci e stupirci, come possa prendersi dolcemente gioco di noi. La tecnica del divisionismo scientifico è ottocentesca, mentre il quadro di Pellizza è del primo ‘900 (1901) : questa massa di uomini, tutti appartenenti alla stessa classe sociale (contadini, proletariato), sembrano marciare verso la mia direzione, uniti dalle stesse necessità, dal vivere la stessa condizione e probabilmente avere le stesse idee politiche. Questo quadro verrà poi preso in prestito da diversi gruppi politici e associazioni “di sinistra”, a simbolo dell’unità della coscienza di classe e della lotta, oltre che della protesta (i contadini infatti hanno posato i loro arnesi perché sono stanchi di lavorare e di essere sfruttati) : forse non era questa l’idea del pittore, ma possiamo dire che è un manifesto tuttora attuale e mediaticamente molto forte, d’impatto.

Andando avanti, giungo al primo piano. Entrato nella stanza, lo riconosco subito, il mio preferito. Il suo modo d’intendere l’arte, l’andare oltre la semplice riproduzione della realtà, il passare quel limite posto tra mondo e psiche, mi ha da sempre affascinato. In questo caso, il quadro in oggetto è La bouteille de bass (1912-14), una bottiglia che si nasconde in mezzo a tante altre forme, linee, riquadri, cerchi.

 

 

È una “semplice” natura morta, dipinta in maniera non convenzionale : il suo modo di vedere l’oggetto da diversi punti di vista e di scomporlo in tutta la sua natura è impressionante e rivoluzionario. L’attenzione che riesce a dare ad ogni dettaglio, anche alla semplice scritta “bass”, l’armonia dei colori, la geometria naturale del suo disegno. Pablo Ruiz Picasso (1881-1973) è questo, è continua ricerca : un artista insoddisfatto che cerca sempre di crescere, di trovare qualcosa di più bello, di più affascinante, di… meraviglioso. Perché questo era il senso della sua vita : tornare ad essere bambino, a disegnare come il bambino, a sentire come il bambino, perché il bambino vive grazie al senso della curiosità, della scoperta e della meraviglia. Senza meraviglia, la sua vita avrebbe poco senso, sarebbe di una monotonia incredibile; ed è per questo che dipinge, per meraviglia, l’unico scopo della sua vita.

Ma tornando al cubismo e alle avanguardie internazionali del ‘900, merito della rivoluzione va anche a George Braque (1882-1963), che trova il suo attimo di gloria con un quadro; al suo fianco, nella stessa sala di Picasso, abbiamo Henri Matisse (1869-1954) con Odalisca (1925), Paul Klee (1879-1940) con Wald bau (1919), Vasilij Kandinskij (1866-1944) con una Composizione (1916) e Amedeo Modigliani (1884-1920), con le sue caratteristiche “teste” (ritratto di Paul Guillaume, mercante parigino e di Beatrice Hastings, scrittrice inglese), un po’ squadrate e un po’ sgargianti.

La sala successiva ci permette di dare un ampio sguardo all’Italia di quell’epoca : riconosciamo senza grandi difficoltà la scultura di Umberto Boccioni (1882-1916) posta in mezzo alla stanza, Forme uniche nella continuità dello spazio (1913). Per capirci, quella “strana figura” che troviamo se giriamo la nostra monetina da 20 centesimi.

 

 

 

Per apprezzare l’opera (che effettivamente non si può cogliere nella sua effettiva tridimensionalità nella moneta), dobbiamo girarci attorno e osservarla con attenzione. Non riusciamo a capire se si tratti di un uomo o di una donna, ma poco importa; quello che ci interessa è il movimento contorto che la figura sta compiendo. Guardandola da un’angolazione, sembra che si stia muovendo dritta verso di noi, mentre guardandola da un altro lato sembra che stia ruotando il busto in modo orario, con lo sguardo rivolto indietro. Una cosa geniale, da questo punto di vista, un gioco straordinario di cavità, luci ed ombre che producono questo effetto ottico particolare. Da un lato sembra che la figura stia fendendo lo spazio attorno a sé o che in parte sia attraversata dallo stesso spazio, sempre grazie al solito effetto delle cavità, per cui il corpo risulta in certi punti scarno e vuoto, quasi scheletrico, quasi una macchina.

E proprio il tema della macchina, della dinamicità, della velocità e dell’efficienza saranno all’ordine del giorno con il Futurismo. Il nome “futurismo” è subito associato al nome di Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944), primo firmatario del Manifesto del Futurismo (leggi qui il documento) apparso per la prima volta nel 1909 sulla Gazzetta dell’Emilia. Quel manifesto avrebbe dato vita ad una generazione di artisti, pensatori, scrittori, musicisti e uomini che avrebbero segnato, in un modo o nell’altro, le prime due decadi del XX secolo italiano (il movimento si espanderà principalmente nel nord Italia e avrà Milano tra i suoi “nidi” originari). Boccioni fu uno dei principali esponenti, nel campo dell’arte figurativa, di questo movimento. Le tante opere esposte all’interno del museo, anche nella sala successiva, ne sono viva testimonianza : si passa allora dal trittico Stati d’animo (Gli addii; quelli che vanno; quelli che restano) a Elasticità e Scomposizione di figura di donna a tavola. Boccioni forse è il futurista più “sentimentale”, più “pensatore”, forse ancora per certi versi legato ai movimenti precedenti e non troppo legato ai temi portanti del futurismo come invece saranno Severini e soprattutto Balla. Andando quindi avanti, giungiamo alla 4° stanza, ricchissima di documenti dell’epoca come foto di Boccioni e altri futuristi al fronte durante la Prima guerra mondiale (lui era un volontario, dato che il futurismo riteneva la guerra “sola igiene del mondo”) :  proprio in guerra Boccioni morirà, nel 1916, in un modo piuttosto banale. Durante un’esercitazione, la sua cavalla (che lo teneva in groppa) vide un autocarro, il così tanto agognato autocarro dei futuristi, e si imbestialì, facendo cadere il povero Boccioni a terra, che morì privo di sensi. E poi libri pubblicati da Marinetti (tra i quali risalta un curioso Come si seducono le donne), i Quaderni della Voce, quotidiano fondato nel 1908 da Giovanni Papini e Giuseppe Prezzolini, centro culturale dei giovani scrittori, pensatori, filosofi e studiosi dell’epoca, e tanto altro… Girandoci a sinistra, troviamo i quadri dell’esponente più vivace del futurismo : Giacomo Balla (1871-1958) che ricordiamo attraverso Espansione di primavera e Costellazioni del genio, scomposizioni e ricomposizioni molto interessanti dal punto di vista dei colori e delle forme, che si firmava sempre Balla futurista. Insieme a lui, Ardengo Soffici (1879-1964, principalmente pittore e poeta, possiamo trovare la sua esperienza nella Grande Guerra in Kobilek) e tanti altri esponenti di quest’arte un po’ particolare, per certi versi retrograda ma per altri innovativi.
Ultima considerazione merita Giorgio Morandi (1890-1964), artista bolognese un po’ separato dal filone futurista ma comunque appartenente alla stessa epoca storica. Dipingeva perlopiù nature morte e paesaggi, infatti, nell’ultima saletta dedicata esclusivamente a lui, possiamo trovare Natura morta con manichino. I toni sono un po’ più seri di quelli dei futuristi e in alcuni casi anche più innovativi, perché prenderà – andando avanti col tempo – qualcosa da Giorgio De Chirico e Carlo Carrà, anche se la fonte d’ispirazione iniziale era stata Paul Cézanne.

 

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Ovviamente il tour all’interno del museo non finisce qui, perché il 1900 è un secolo davvero intenso! Però sarebbe brutto raccontarvi tutto, per filo e per segno, quindi preferisco lasciarvi in questa maniera, sperando che possiate visitare questo museo e godere della sua bellezza, al di là dei vostri gusti.

Ricordate che questo è solo l’inizio e che ancora… non avete visto nulla!

 

Roberto Testa

Sono Roberto, un giovane di 20 anni. Studio Storia presso l’Università degli Studi di Torino e Contrabbasso Jazz presso il Conservatorio "G. Verdi" di Torino. La storia è molto probabilmente la passione più grande della mia vita, insieme alla musica, alla filosofia e alla politica..

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