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Balla, balla, ballerino..!

La musica di Lucio Dalla dà orgasmo.
Così.
Senz’altro esisterebbero incipit maggiormente sublimi e di sicuro più consoni nel ricordare un grande uomo, cantante, artista, musicista, poeta con la P maiuscola.
Tu la ascolti e ti convinci fermamente che il suo non sia un cognome, ma un’esortazione.

Conosco Lucio perfettamente.
No, ovviamente e purtroppo, non di persona.
Non ho mai visto quegli occhialetti e quel basco dal vivo, né la folta barba e l’orecchino come segno ribelle.
Ma quando mio padre, subito dopo aver acceso il motore, preme con l’indice la cassetta nella radio e l’auto si riempe di note, delle sue, allora ne sono convinta.
Conosco Lucio perfettamente.

La cassetta è sempre quella.
Ammetto di aver tentato più volte un furto, a volte tra l’altro ben riuscito, con conseguente risultato della sublime visione della suddetta cassetta sopra la mia mensola, vicino ai vinili dei Beatles e ai libri su Lucio Battisti.

Confesso che mio padre rifiutava il furto, e la bellezza del genio ha sempre fatto ritorno alla vettura.

La cassetta è sempre quella. Dalla.
Dalla che canta Dalla.
Senza troppi fronzoli o giri parole.
Anche la copertina dell’album, pubblicato nel 1980 (risultato poi il più venduto dell’anno) è essenziale.
Un muro in bianco e nero.
La scritta dalla, così, senza maiuscola.
E in primo piano lui, 37 anni, visibile dagli occhi in su, quegli occhi neri come la notte, con l’inseparabile basco e gli occhiali alla Lennon.

Guarda in alto.
Verso la luna, che è una palla, ed il cielo un biliardo.
Quante stelle ci sono in un flipper, sono più di un miliardo.

 

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Dopo qualche acciacco da vecchiaia, la cassetta parte.
Non è un album, è un libro.
Un libro pieno di capitoli.
Una storia, piena di avventure.
Un viaggio pieno di tappe.
In ogni brano Lucio Dalla riesce a prenderti per mano.
E lo fa anche stavolta, in auto.

 

 

 

“Balla balla ballerino, tutta la notte fino al mattino, non fermarti..”

La voce pulita, serena, quasi divertita.
Io me lo immagino sempre, ‘sto ballerino che suda come un disperato e Lucio che ride e che canta incitandolo a non smettere di volare con quei passi, come una maledizione.
Il ballerino non cesserà di ballare fino a quando questa canzone non smetterà di risuonare ovunque.
Povero ballerino, gli toccherà ballare sempre.

Quel ballerino siamo noi.
E Lucio ci guarda e ride, e per un attimo, mentre canta, riesce a tirare i fili come perfetto burattinaio.
Siamo noi che non ci fermiamo mai, con questa perpetua danza, chimera di idillio futuro e perpetuo e presente, senza le incessanti preoccupazioni odierne che parrebbero avere il potere di appesantire i passi di questo ballo.
Siamo noi che, con scorni, ansie, pistole puntate contro, consapevoli che quello che è ieri non sarà domani, continuiamo a ballare fino a che, stanchi, sarà il vento a portarci.

Oppure parla di un amore. Di un amore omosessuale, o ostacolato, sbagliato per la società, che tuttavia è amore e deve combattere contro tutto e contro tutti.

Perché
Ecco il mistero
sotto un cielo di ferro e di gesso
l’uomo riesce ad amare lo stesso
e ama davvero
nessuna certezza.
Che commozione, che tenerezza..

Parte il secondo pezzo.
I primi secondi.
Sembrerebbe un carillon, quella danza del ballerino che continua, dolce.
Ma è illusione. Tutto si fa più duro.
Quasi trasgressivo, non più idilliaco, ma illuso, acro, divertito, ironico e distaccato.

Dalla ci prende per mano, e come se fossimo un bimbo pieno di dubbi, paure, perplessità ed emozioni non contrastanti che appaiono per la prima volta in noi, ci guida e ci introduce un altro personaggio.
Questa è la storia di Sonni Boi, nato a Ferrara.
E’ un poco di buono, ci dice Lucio sussurrandolo, per non farsi sentire da Sonni.

“Ma vedi, Ary, vedi come bacia la sua donna Fortuna, nel parco della luna questa sera?”
Se lo ascolti puoi sentirlo sussurrare mentre indica col dito (se chiudi gli occhi) Sonni e Fortuna.
L’amore non lascia scampo a nessuno.
Omnia vincit Amor, et nos cedamus Amori..

 

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Lo sfondo (comune in realtà a tutti i brani) è quello di un destino che fa paura; ma è solo un paesaggio che si avvicina e si allontana con dissolvenze incrociate. Non è un inferno, ma nemmeno un purgatorio in cui corrono, consolatorie, le immagini di un’infanzia difesa allo spasimo, con i suoi giocattoli: Sonni Boi, il luna-park.

In un repertorio vastissimo di visi, personaggi, donne dolcissime o cattive, Dalla sembra cercare i corpi da amare, i capelli da contare, le sorprese e le ricompense al peso della vita…

Viaggiamo di sera, io e mio padre, su questa vettura.
La strada scorre veloce sotto le ruote, e con queste note, sembra
una sera dei miracoli.
La sera dei miracoli, di Lucio.

“Ho cambiato tante case da allora ad oggi, ma non ce ne è stata una che non avesse una finestra, uno straccio di cielo qualunque che si affacciasse sui tetti delle città dove ho abitato e da dove ho ascoltato, controllato, cercato i battiti del vostro cuore, i vostri respiri, le vostre bestemmie, il rumore dei vostri sogni, i misteriosi piccoli delitti quotidiani e le nascite che tutti i giorni Dio ci manda e che avvengono sotto i cieli di tutti i paesi e delle città nelle notti coperte di Stelle.”

Lo scrisse in un libro.
E in questa canzone.
La sera dei miracoli..
Come se davvero avesse potuto spiare i nostri sogni e pensieri e le nostre movenze da una piccola finestra concretamente a Bologna, metaforicamente affacciata su tutto.
Come se avesse spiato e avesse poi scritto tutto in questa canzone, in cui avvengono i più incredibili miracoli, dove qualcuno nei vicoli di Roma con la bocca fa a pezzi una canzone, e poi la gente corre nelle piazze per andare a vedere, e la città si muove.
E ancora una volta, se chiudiamo gli occhi, possiamo vedere tutto. Quasi timorosi, senza Lucio che ci tiene per mano, e che ci osserva da una finestra, dipingendo da perfetto demiurgo il quadro mai scritto.

Mambo.
Mambo mambo mambo.
Due suoni labiali che messi vicini fanno quasi ridere. Mambo lo usa Lucio come titolo per la sua quarta canzone dell’album.
“Questa mi piace”, dice mio papà.
E inizia a cantarla.
“E non dormo da una settimanaaa
per quel cuore di puttanaa.
Parla di una puttana, Ary, e..”
“Si, lo avevo immaginato.”

Una puttana, non nel senso di mestiere, ma nel senso etico e morale della persona.
Lucio ci porta per una stradina, tenendoci per mano ancora.
C’è un matto.
O un innamorato.
In fondo è lo stesso.
Sembra straziato e stanco per un amore che non lo lascia stare, per due occhi che lo tormentano, per una molto furba e carina.
Chissà dov’è, si chiede.
Ma complice il destino.. Ma che destino.
Complice Lucio-demiurgo, arriva un tram. Da cui scende proprio lei, che lo vede e con tono sprezzante:
“Con te non ci rimango”.
E lui, come illuminato o destatosi di colpo da un amore senza amore, con un perfetto aposdroketon greco:

“Vattene via! Leva il tuo sorrido dalla strada e fai passare la mia malinconia e porta via gli stracci, i tuoi fianchi e quella faccia da mambo e la tua falsa allegria per trasformare in sorriso anche l’ultimo pianto, tu, si proprio tu, che non hai mai paura, chiedi SE QUALCUNO TI PRESTA LA FACCIA, STAI FACENDO UNA BRUTTA FIGURA!”

Lucio ride beffardo, e fa ridere anche noi, mentre faccia-di-mambo resta interdetta, sulla strada, con quel cuore da puttana.

 

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La canzone preferita di mio padre finisce, e la concreta (o forse no) stradina con il matto e la mambo svanisce.
Lucio ci porta in una città.
Sembra di stare nel libro “City” di Alessandro Baricco.
Una città grigia. Spenta.
C’è un regista che aspetta la star, Meri Luis che non vuole concedersi al fidanzato, un cameriere che aspetta che il turno finisca, un dentista che aspetta il sabato per partire con la famiglia, il tassista che viaggia in cerca di clienti.
Tutti immersi nelle routine, nella società ingombrante e puzzolente, acre, dove tutto si sussegue secondo un pendolo del tempo, marmoreo, pendolo salvifico ed assassino.
La routine è mortale, ma è l’unica cosa che ci salva.

Lucio ci sorride, divertito, ammicca e tira fuori dalla manica una bacchetta.
“E se togliessimo la routine?”
E la toglie. E prima ancora che siano visibili le conseguenze, capiamo che Lucio ci ha portato nel suo viaggio più riuscito.

Prima “questa vita che passa accanto e con le mani ti saluta e ti fa bye bye, questa vita un po’ umida di pianto con i giorni messi male, vista dall’alto.. Sembra un treno che non finisce mai.”

Magia.
Il regista, stanco di aspettare, manda a cagare la star.
Il cameriere, stanco di aspettare, prende un treno.
Non più quello della routine, ma il treno per il mare.
Il dentista si innamora di un dente
Il tassista se ne va a pescare
E… Meri Luis? “Finalmente ha deciso che l’amore è bello, ha abbassato gli occhi e si è lasciata andare, ha benedetto il cielo come fosse un fratello per le sue belle tette e per l’amico che le vuole toccare.”

Ora:

“Adesso, mio Dio, dimmi cosa devo fare, se devo farla a pezzi questa mia vita oppure sedermi e guardarla passare, però la vita com’è bella e come è bello poterla cantare.”

Il messaggio è chiaro.
Nella città, il bivio.
E Lucio lascia a noi la scelta.
Percorrere la sicura routine che ci porterà a letto, ogni sera, puliti.
Come fossimo calzini.
O avere il coraggio di osare, e finire a fare l’amore con la voglia di pescare

“Ora è il momento della mia canzone preferita.”
“Davvero?”
“Sì. Quanti capelli che hai, non si riesce a contare, sposta la bottiglia e lasciami guardare.. E’ poesia, papà. Poesia.

Non si sa bene che viaggio sia.
Cara, si chiama.
Non si sa, ma credo sia un viaggio di amore puro.
I dibattiti e le interpretazioni circa queste canzoni sono infiniti, ma che sia una struggente lettera e dichiarazione di un forte sentimento, è cosa nota.

“Secondo te di che parla?” Mi chiede lui, mio papà, dal volante.

Secondo me.
Secondo me c’è un uomo, che si innamora di una ragazzina.
Lui è consapevole dell’ascendente che ha su di lei (“ricorda che a quel muro ti avrei potuta inchiodare”), e il suo scopo è chiaro : cascare dentro un letto, dentro la notte che ha il suo profumo e puoi cascarci dentro, che non ti vede nessuno.
Ma lei è così bella, con tutti quei capelli che non si riescono a contare, con quegli occhi in cui ci si finisce sempre dentro, come il vino. Me la immagino, giovane, i ricci d’oro.
Giovane, frizzante, piena di vita.
Eppure questa felicità è solo una maschera : lei corre dietro al vento e sembra una farfalla, e vorrebbe partire, come se andare lontano fosse uguale a morire. Lei si innamora di lui, perché guarda la sua spalla, le sue mani, e capisce che è li che vuole appoggiarsi, lì che vuole scappare.
Lui, prima uomo con un unico scopo, si innamora di questa fragilità.
Non vuole più inchiodarla, non cascare dentro un letto, ma volare sopra un tetto, volare con lei fuori da tutto, creando un posto nel suo cuore dove tira sempre il vento, per i pochi anni di lei, e per i suoi che sono cento..

“Possiamo riascoltarla?”
“Ma adesso c’è quella che piace a me.”

Siamo dei.
Un dialogo tra divinità e uomo, in cui, mentre le prime superiori ed invincibili vantano il proprio potere e la propria immortalità, il secondo, essere mortale, finito ed imperfetto, tenta di rivendicare la propria dignità.

“Ma cosa credi di fare, dove credi d’andare, non hai più aria per poter respirare, non c’è più nessuno che ti possa aiutare, e ogni giorno che vola via..”

E anche qui Lucio docet.

“Ma non ti accorgi (rivolto alla divinità) che stando in alto vedi il mondo da lontano e per che cosa mi dovrei pentire di giocare con la vita e di prenderla per la coda, tanto un giorno dovrà finire e poi, all’eterno ci ho già pensato.
E’ ETERNO ANCHE UN MINUTO, OGNI BACIO RICEVUTO DALLA GENTE CHE HO AMATO.”

 

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Siamo quasi arrivati.
Alla fine del viaggio, alla fine della strada.
E alla fine del libro, della città, al confine.
Ci restano solo due persone da incontrare.

«Il testo di Futura nacque come una sceneggiatura, poi divenuta canzone. La scrissi una volta che andai a Berlino. Non avevo mai visto il Muro e mi feci portare da un taxi al Check Point Charlie, punto di passaggio tra Berlino Est e Berlino Ovest. Chiesi al tassista di aspettare qualche minuto. Mi sedetti su una panchina e mi accesi una sigaretta. Poco dopo si fermò un altro taxi. Ne discese Phil Collins che si sedette nella panchina accanto alla mia e anche lui si mise a fumare una sigaretta. In quei giorni a Berlino c’era un concerto dei Genesis, che erano un mio mito. Tanto che mi venne la tentazione di avvicinarmi a Collins per conoscerlo, per dirgli che anch’io ero un musicista. Ma non volli spezzare la magia di quel momento. Rimanemmo mezz’ora in silenzio, ognuno per gli affari suoi. In quella mezz’ora scrissi il testo di Futura, la storia di questi due amanti, uno di Berlino Est, l’altro di Berlino Ovest che progettano di fare una figlia che si chiamerà Futura.»
(Intervista a Lucio Dalla)

E muro sia allora.
Muro.
Muro di Berlino.
Dalla ci prende per mano.
E’ ultima volta, l’ultimo spiraglio in questa città.
Ma non è triste, non siamo tristi.
Ci sono altre mille città, e se nessuna sarà come questa, si può sempre ripartire, e rifare il viaggio.
Ci porta in una parte del muro di Berlino.
Est, ovest. Non si sa dove siamo.
Ci porta in una casa.
Un nascondiglio, a dire il vero.
Ma vi regna l’amore e dunque può dirsi casa.
Ci sono due amanti.
Lei è così bella..
E lui, così dolce..
Fuori il mondo impazzisce, botti, rumori, spari, urla. Non si sa nemmeno come abbiamo fatto a riunirsi per questa notte.
In questa notte d’amore.
In questa sera di miracoli.
“Rimani” le dice lui.
E lei sa che rimarrà, da quel momento.
“Non piangere fino a domani..”
Un tuono. Una notte di fuoco. Lei trema, stretta a lui.
Anche lui ha paura, ma la guarda e trova la forza in quegli occhi neri come quella notte.
Le stringe le mani.
“Nascerà e non avrà paura nostro figlio.”

E allora sognano. Sognano di un figlio, come sarà, su quali strade camminerà domani, cosa avrà nelle sue mani.
Lei ride, commossa, al pensiero che potrà volare e nuotare su una stella.
E lui, innamorato, non riesco a trattenere, a quel riso, un “come sei bella”.

“..e se è una femmina si chiamerà
Futura.
Il suo nome detto questa notte
mette già paura
sarà diversa bella come una stella
sarai tu in miniatura..”

E, alla fine della città, la speranza.

“Lento lento adesso batte più lento
ciao, come stai
il tuo cuore lo sento
i tuoi occhi così belli non li ho visti mai
ma adesso non voltarti
voglio ancora guardarti
non girare la testa
dove sono le tue mani
aspettiamo che ritorni la luce
di sentire una voce
aspettiamo senza avere paura,
domani..”

Siamo arrivati.
Mio padre spegne il motore.
Un altro viaggio è finito ma..
Ma non è triste, non siamo tristi.
Ci sono altre mille città, e se nessuna sarà come questa, si può sempre ripartire, e rifare il viaggio.
Rifare il viaggio con Lucio che ci prende la mano, mentre le sue città si riversano nelle strade, tra il canticchiare delle sue canzoni e e la radio che non smette di andare.

Ma non è triste, non siamo tristi.
Ci sono altre mille città, e se nessuna sarà come questa, si può sempre ripartire, e rifare il viaggio.

 

 

Arianna Mariolini

 

Arianna Mariolini

Mi chiamo Arianna Mariolini (Ary). Sono nata il 6 gennaio 1998 a Clusone, in provicia di Bergamo, ma attualmente risiedo a Pisogne, un bellissimo borgo bresciano. Dal settembre del 2012 frequento il Liceo classico Decio Celeri di Lovere. Le mie principali passioni sono la letteratura e la musica...

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