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Abbey Road : quando la musica diventa leggenda

“Shoot him!” – “Sparagli, colpiscilo, dai!”
Ed è un colpo, un colpo di cassa a dare il via a Come Together, uno dei pezzi più gettonati dei mitici Beatles.
E proprio con questo brano ha inizio una delle avventure musicali più belle e innovative del gruppo : Abbey Road.
Album pubblicato il 26 settembre 1969, è il numero undici nella storia dei Beatles e contiene gli ultimi pezzi registrati insieme dal gruppo. La cover dell’album parla da sé e rimarrà eterna per vari motivi che non sto qui ad elencare.

 

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Ma torniamo alla musica, ciò che ci interessa più. Come Together è sicuramente uno dei pezzi più rappresentativi dei Beatles ed è anche uno di quelli che hanno dimostrato il cambiamento in ambito musicale avvenuto all’interno dei Fab Four. Il ritmo è quasi un eterno “beat” su un giro blues un po’ anormale che si muove su un giro di basso essenziale creato da Paul McCartney, uno dei più belli, a mio parere. Ma “Come together” è anche il refrain finale, che porta il pezzo alla conclusione in dissolvenza (fade out) e suona come un invito ad ascoltare il resto dell’album. E noi lo accettiamo.

E’ la voce calda di George Harrison che crea un’atmosfera magnifica in Something, una delle canzoni d’amore più belle della storia della musica (l’ha detto Frank Sinatra, mica io!) : la profondità di questo testo è incredibile, la dolcezza è da favola. Un’orchestra di archi avvolge tutti nell’amore, nella dolcezza e nella bellezza della musica :

Somewhere in her smile she knows
That I don’t need no other lover
Something in her style that shows me

Da qualche parte nel suo sorriso, lei lo sa
Che non ho bisogno di un’altra che mi ami
Qualcosa nel suo modo di fare che mi ha mostrato

Lodevole e pregiato il lavoro di McCartney al basso e di Ringo Starr alla batteria, pulito e senza esagerazioni.

Ma l’atmosfera cambia dopo pochissimo. Maxwell’s silver hammer è un simpatico brano incentrato sulla storia di un uomo dal martello di acciaio derivata probabilmente dall’uso di allucinogeni da parte di Lennon.

Il pezzo successivo è Oh! Darling, nel quale si ha un ottimo lavoro della coppia Lennon – McCartney : il brano si apre con una semplice richiesta (Oh! darling, please believe me, I’ll never do you no harm – Oh! Tesoro, ti prego, credimi, non ti farò più male) fino alla più grande sofferenza (When you told me, You didn’t need me anymore, Well you know I nearly broke down and died – Quando mi dicesti che non avresti avuto più bisogno di me, be’, lo sai, sono caduto a terra e sono morto) con ripresa della preghiera iniziale.

 

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E si continua con Octopus’ garden, grande ritorno di Ringo sulla scena. L’atmosfera è sottomarina, quasi da Yellow Submarine, brano piuttosto allegro ma forse anche un po’ malinconico :  il condizionale utilizzato in tutto il testo potrebbe anche farci pensare ad un desiderio o ad un sogno irrealizzato dal povero Ringo.

Ma a questo punto aprite bene le orecchie : ecco a voi I want you (She’s so heavy), uno dei brani più lunghi dei Beatles (7 minuti e 47 secondi!). Il pezzo inizia con un arpeggiato di una chitarra elettrica e un piccolo fill di chitarra elettrica solista per poi lasciare spazio ad una chitarra che raddoppia la voce di John durante le strofe. E la voce ripete quasi per tutta la canzone “I want you”, cosa quasi paradossale nei testi dei Beatles. Lennon infatti si distacca molto da testi variegati e punta dritto dritto all’essenziale. La musica innovativa : se non fosse per la voce di Lennon, la maggior parte degli ascoltatori non si renderebbe conto che questo pezzo è stato scritto e suonato dai Beatles. Moog e organo decorano e riempiono una pregevolissima esecuzione : la “coda”, la parte finale del pezzo, è lunghissima, quasi interminabile; ad un certo punto, però, si alza una gran tempesta di vento che raccoglie tutto e chiude definitivamente il pezzo. E chiude anche il lato A del disco.

 

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E allora giriamo il vinile : lato B.

Here comes the sun, ecco qui il sole : brano più luminoso non poteva esserci. Delicatezza e precisione in un altro storico pezzo di George Harrison, anche questo abbastanza conosciuto; è una canzone molto orecchiabile e apparentemente semplice, nella quale però è nascosto un piccolo assolo

 

 

Ed è il mitico produttore George Martin, fonte inesauribile di idee, ad aprire con il suo clavicembalo elettrificato uno dei brani più bello per quanto riguarda le armonie vocali create dal gruppo : Because.
I cori generati dalle voci raddoppiate dei 3 (Ringo era stato escluso dalla registrazione) sono quasi angelici e soavi, accompagnati in diversi momenti da un moog che ormai si era preso completamente possesso dell’anima e del cuore di George Harrison.

Ora però, una volta per tutte, chiudete gli occhi e lasciatevi trasportare dalla musica. Sono 16 minuti di medley, una composizione quasi inseparabile prodotta dal gruppo. Tutto ricomincia con You never give me your money : ogni volta che sento il pianoforte di quel pezzo inizio a sognare, trascinato da quel capolavoro musicale dei Beatles che ha il potere di farti viaggiare attraverso infiniti mondi e infinite storie. A poco a poco si aggiungono tutti, tra cori, armonie e chitarre, verso un crescendo continuo. Ripreso il tema principale, si va a sfociare verso un “1,2,3,4,5,6,7, all good children go to Heaven”, (“1,2,3,4,5,6,7 tutti i bambini vanno in Cielo”) piccola filastrocca che poi riporta alla tranquillità del pezzo successivo. Ma fate attenzione a quelle dodici note che fa ripetutamente la chitarra di accompagnamento nell’ultimo minuto del pezzo..occhio!

 

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Allora passiamo a Sun King, pezzo molto tranquillo e rilassante, con gli uccellini che cinguettano in sottofondo per andare a creare una tipica atmosfera da domenica pomeriggio in un parco. Il primo “Ah” corale richiama Because, ma ora ognuno ride, ognuno è felice (“Everybody’s laughing, Everybody’s happy”), così tanto che sembra quasi irreale, in contrasto con quel clima non troppo allegro scandito da particolari accordi di chitarra. Anche qui i Beatles si divertono tra cori e armonie, a prenderci in giro e a farci scervellare con una lingua incomprensibile (Quando para mucho mi amore de felice corazòn, mundo paparazzi mi amore chicka ferdy parasol, cuesto obrigado tanta mucho que can eat it carousel). E quindi si passa subito, in maniera piuttosto brusca, con alcuni colpi di tamburi, a Mean Mr. Mustard, brano che, in confronto al precedente, appare piuttosto movimentato. Da questo momento, eccezion fatta per The End, i pezzi non toccheranno nemmeno i 2 minuti di durata : piccoli assaggi che vanno gustati con attenzione e con piacere. Lo stile musicale è piuttosto spensierato ma connesso, le armonie create dai cori e soprattutto dalla voce di Paul sono molto belle, la musica è ricca, gli strumenti utilizzati sono diversi : insomma, il genio beatlesiano continua a divertirsi in questi pezzi. Il filone continua con Polythene Pam, probabilmente una caricatura di una vecchia fan del gruppo; e andando avanti, tra alcune risatine dei musicisti, troviamo She came in through the bathroom window, che parla di un’altra donna, forse una di quelle fans sfegatate che andavano continuamente alla ricerca di Paul, solitamente il più desiderato dalle ragazze. Dopo una breve chiacchierata con questa signorina, ci si concentra e si ritorna definitivamente più “seri” e pronti per il finale.
Già una lacrimuccia scende sul volto quando senti il pianoforte di Golden slumbers, “Sogni d’oro”, ricalcato da un gruppo di archi che accarezza la voce di Paul. E’ questa la vera “Ninna nanna” dell’album, melanconica e triste anche nel suo ritornello, nel quale McCartney augura la buona notte con dei versi presi dall’omonimo poema appartenente un’opera teatrale di Thomas Dekker del 1603 circa (Patient Grissel) :

Golden slumbers fill your eyes
Smiles awake you when you rise

Che i sogni d’oro riempiano i tuoi occhi
Ti facciano sorridere al risveglio

 

La musica nel frattempo si riempie, entra pure una sezione di ottoni nel ritornello, che poi caratterizzerà anche il brano successivo : Carry that weight. E’ un incitamento da parte del gruppo, non si sa a chi né per quale motivo, ma spingono qualcuno a “portare quel peso”. Poi torna magicamente, per un attimo, la ripresa del tema di You never give me con la variante I never give you my pillow, I only send you my invitation (Non ti do mai il mio cuscino, ti mando solo il mio invito) : forse una constatazione? Ancora una volta il mistero avvolge i testi e le composizioni del gruppo, che però dopo riprende quel giro che faceva la chitarra nel solito pezzo già citato prima : stavolta però non va in fade out e dura pochissimo, perché serve a spalancare la porta ad un grande pezzo.

 

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Due note di chitarra. Stop. Altre due note e una piccola scala. Ringo fa un piccolo fill alla batteria e si va : Oh yeah! All right! Are you gonna be in my dreams tonight? (Stanotte sarai nei miei sogni?), come a ricopiare quella parte già eseguita dalle chitarre. E da qui il mitico assolo di Ringo che inizia a dare la carica per la parte centrale del pezzo : due accordi, solo due accordi in successione. Un coro che ripete instancabilmente “Love you!” e poi una sfida quasi virtuosistica alle chitarre tra Lennon, McCartney ed Harrison; scambi bellissimi, ognuno influenzato dalle proprie esperienze musicali e dal proprio stile, ma uniti alla fine in un gran botto. Un pianoforte staccato annuncia una delle più belle frasi mai dette e cantate dal gruppo :

“And in the end, the love you take is equal to the love you make”

E alla fine, l’amore che prendi è uguale all’amore che fai

Un brevissimo “solo” di chitarra, accompagnato da una pienissima orchestra e dal coro dei soliti quattro, porta ad una magica conclusione. Forse sarebbe dovuta essere questa la fine dei Beatles, il vero gran finale che tutti si aspettavano, ma per diversi motivi questo non sarà l’ultimo brano.
Infatti i Beatles vogliono regalarci un’ultima chicca : Her Majesty. 23 secondi, una chitarra acustica e la voce di Paul McCartney ci parlano un po’ di Sua Maestà, la Regina. Una novità per quei tempi, uno stuzzichino, breve ma anche abbastanza elaborato con gli arpeggi di chitarra.
Ma allo stesso tempo non sarà questo il “finale” ufficiale dei Beatles, perché nel 1970, un mese dopo lo scioglimento del gruppo, verrà pubblicato l’album Let It Be con brani che erano stati registrati e scritti anche prima di quelli appartenenti ad Abbey Road.

 

Beatlesbible.com
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Roberto Testa

 
Foto del profilo di Roberto Testa

Roberto Testa

Sono Roberto, un giovane di 20 anni. Studio Storia presso l’Università degli Studi di Torino e Contrabbasso Jazz presso il Conservatorio "G. Verdi" di Torino. La storia è molto probabilmente la passione più grande della mia vita, insieme alla musica, alla filosofia e alla politica..

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