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Cosa racconteremo di questi anni zero?

Mi guardo intorno, e nulla.
Questa nauseabonda realtà ci costringe ad aprire gli occhi e a smettere di sognare. E i nostri stessi sogni sono spariti, si sono infranti come onde sui frangiflutti, e come onde, si sono ritrovati distrutti. Eppure, qualcosa rimane. Perché alla fine, se ci pensi, quando un’onda incontra un ostacolo, si frantuma in mille pezzi ma resta sempre fatta dalla stessa sostanza : acqua. E quell’onda è l’insieme di intere generazioni, insomma, la forza generata dall’unione : provate ad immaginare, dentro quell’onda, i sogni di miliardi di giovani.. c’è chi sogna il cambiamento, chi la rivoluzione, chi la pace, chi la libertà, chi l’amore… chi il nuovo iPhone, chi tanti folli notti in discoteca..
Come potete vedere, c’è un po’ di confusione, soprattutto nelle file di questi ultimi, e la situazione è poco chiara a chiunque. Perché quell’onda, partita con tanta pienezza, vigore e forza, è andata a schiantarsi proprio contro quell’ostacolo e non è riuscita a passarlo? Perché si è distrutta in mille pezzi? Cosa è andato storto?

La questione è quanto mai problematica; la risposta, con ogni probabilità, non è una sola; le cause, ad oggi, non sono chiare, ma gli effetti sì. E sono questi che fanno più male.

Ora, la questione, non riguarda il volere l’oggetto (l’ho un po’ banalizzata negli esempi di prima) al posto di volere l’affermazione di un’idea, ma la crisi di valori che tutti stiamo sottovalutando.

Viviamo in una realtà frenetica, tutti corriamo all’inseguimento di qualcosa che non conosci; il senso vita qual è? Ma chi se lo domanda più, non c’è tempo neanche per pensarci. E poi sì, tutti ci lamentiamo dell’assenza di tempo, ma in realtà lo buttiamo via sempre e non ce ne accorgiamo. Colpa della “società del consumo”? Di sicuro ha contribuito non poco alla creazione di questo stile di vita e di società, con la massima “tu sei quello che hai”, spingendoci a seguire la moda e ad omologarci alla massa. Ma la colpa è anche nostra e del quasi interminabile “progresso” tecnologico che ogni giorno portiamo avanti e finanziamo inconsapevolmente.
Oltre ad isolare un individuo sempre più isolato dalla realtà e dai suoi simili, la cara tecnologia ci fa spesso dimenticare chi siamo o cosa cerchiamo e appiattisce non poco la nostra capacità creativa e di pensiero.

 

Umberto Boccioni, “La città che sale”, 1910-11

 

Probabilmente la colpa non è solamente chi ne fa uso, in alcuni casi, è consapevole e non è del tutto schiavo. Ma la schiavitù è una condizione così quotidiana di ognuno di noi, che non ce ne rendiamo più conto. Nella nostra società ci sentiamo libera, ma non comprendiamo che siamo schiavi. E proprio per questo non ci agitiamo, non ci muoviamo e non vogliamo che le cose cambino : è difficile ammetterlo, ma una “schiavitù inconsapevole” ci fa comodo. E noi uomini, si sa, cerchiamo sempre le cose più comode.

Ad ogni modo, la schiavitù è una condizione troppo vaga, e quindi voglio essere preciso (onde evitare fraintendimenti) e farvi capire cosa io intendo. Siamo schiavi del denaro, quando, a causa della nostra società capitalistica, non ne possiamo fare a meno. Il denaro è entrato a far parte della vita dell’uomo in una maniera assurda, ma, soprattutto, è diventato quasi un principio fondante della vita. Chi, oggi, può vivere senza denaro? Nessuno. Ma ne siamo ancora più schiavi quando lo desideriamo per piaceri e giovamenti personali (insomma, per tutte le cose di cui potremmo fare a meno). Siamo schiavi del sistema quando chiniamo la testa e accettiamo, senza una mentalità critica, la realtà attuale. Anzi, qui, oltre ad essere semplici schiavi, siamo complici, perché non facciamo nulla per cambiarla. Nemmeno io, che scrivo qui.

Siamo schiavi della società quando ci omologhiamo agli stereotipi attuali senza pensarci due volte (valido anche per mode e costumi del momento). Ma siamo schiavi di chi ci controlla (senza fare nomi, le grandi multinazionali, le banche e i poteri che vengono dall’alto) soprattutto per un semplice motivo : siamo ignoranti. E ignoranza non vuol dire non sapere scrivere o ignorare chi fossero i 7 re di Roma : ignoranza è non pensare, non ragionare, non criticare, oltre a non avere punti di riferimento sui quali fondare una cultura personale di vita, modi di agire e sapere.

E molto probabilmente (anche se, come ho precisato, le cause sono per me ignote al momento – mi ripropongo di fare una ricerca migliore in futuro) per colpa di questa ignoranza comune e di questo menefreghismo generale (alias “allontanamento” o “distaccamento”) della realtà e del mondo in cui ci troviamo.

 

 

http://www.albertosughi.com/f_prima_pagina/2014_03_28.asp
http://www.albertosughi.com/f_prima_pagina/2014_03_28.asp

 

 

Dice bene Vasco Brondi, quando ne “La lotta armata al bar” (Le luci della centrale elettrica, da Canzoni da spiaggia deturpata, 2008), urla, quasi senza più voce :

Che cosa racconteremo, ai figli che non avremo, di questi cazzo di anni zero?

Per me è una frase molto forte, che parla da sé, ed è un urlo di disperazione nei confronti di una generazione “perduta” (nel senso più vero del termine, cioè dispersa, confusa, sperduta..), forse uno degli ultimi allarmi dell’avvertimento della disgregazione di un’onda che sta finendo la sua “vita” nel peggiore dei modi (o è già finita in frantumi).

Che cosa racconteremo, di che parleremo di così importante, quali valori passeremo, ai figli che non avremo, perché non saranno più “nostri” a causa dei valori che non saranno simili ai nostri e a causa delle continue distrazioni che li allontaneranno da noi, dalla realtà e dal passato, di questi cazzo di anni zero? Il nulla, il vuoto, le risate con gli amici, le canne delle 3 di notte, la droga, lo sballo in discoteca, le 300000 ragazze “amate”, gli amici scomparsi, la tanto amata “democrazia” (andata distrutta), l’avvento degli smartphone e le guerre chimiche, l’ISIS e il Je Suis Charlie, l’amianto, le ragazze incinte a 14 anni, i like su Facebook, i selfie di Instagram, i followers di Twitter, le nuove Hogan e tutti i soldi spesi per comprare la “roba di marca” solo per sentirci accettati dai più?

Può anche starci, tra le tante cose, ma non basta. Tutto ciò non basta affinché l’onda superi l’ostacolo più grande e temuto da tutti, da ognuno di noi, ora come ieri, oggi come 200 anni fa : il DOMANI.

 

Post scriptum : è solo una riflessione per far riflettere, ma vi scrivo dal profondo del mio cuore e vi auguro un futuro meraviglioso.

 

 

Roberto Testa

 

 

 

 

 

Roberto Testa

Sono Roberto, un giovane di 20 anni. Studio Storia presso l’Università degli Studi di Torino e Contrabbasso Jazz presso il Conservatorio "G. Verdi" di Torino. La storia è molto probabilmente la passione più grande della mia vita, insieme alla musica, alla filosofia e alla politica..

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