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Il sogno di Pierre : le Olimpiadi moderne

Come ben sappiamo, i le Olimpiadi nell’antica Grecia erano delle manifestazioni un po’ atletiche e un po’ religiose, ma insomma, al momento non abbiamo tantissimi documenti a testimonianza di queste gare, se non la costruzione di stadi e altari, di qualche roba simile.. Forse è proprio il caso di fare un salto nel tempo meno lungo del solito : torniamo al 1796, quarto anniversario della prima Repubblica Francese. 

Lì per la prima volta, in età moderna, si tennero le “Olimpiadi”, così come poco più avanti in Grecia (1859, Giochi Olimpici di Zappas), in Inghilterra e in Galles… Più che Olimpiadi, però, erano dei concorsi, delle gare nazionali a commemorazione di qualche evento importante organizzate anche per infondere nel pubblico (che erano gli abitanti, i cittadini) e negli atleti il fuoco ardente dell’amor di patria, inevitabile nell’epoca “risorgimentale”, romantica o post-romantica. In questo momento storico anche il ritorno al classico, uno dei temi portanti del 7-800, e quindi alla tradizione, al mito e allo splendore dell’età d’oro dell’antica Grecia, si fece risentire, contribuendo alla rinascita dei prestigiosissimi Giochi Olimpici Olimpiadi che ancora oggi vengono praticate.

Sicuramente conoscerete già il barone francese Pierre de Coubertin, l’uomo meno credibile della storia (“l’importante non è vincere ma partecipare”) che, con tanti sforzi e tanta passione, organizzò per la prima volta questa manifestazione internazionale, forse l’evento più atteso e seguito del mondo.

Pierre, malgrado tutto, credeva nell’importanza dello sport sia da un punto di vista fisico che etico, morale ed educativo!
Diversi studi scientifici hanno dimostrato che lo sport fa bene alla salute e aiuta a mantenersi in forma, aiuta la mente (inutile ricordare il Mens sana in corpore sano) e – secondo alcuni – addirittura “allunga la vita”.
Sotto un punto di vista educativo e quindi pedagogico, il barone de Coubertin seguiva ed era fautore del movimento delle “scuole nuove” e della “educazione attiva”, che vedeva a suo sostegno studiosi come il filosofo John Dewey, i pedagogisti Lombardo Radice e Demolins e il generale-educatore Baden – Powell : lo scopo di questo “gruppo” di intellettuali era quello di delineare un nuovo modello educativo.
Si rifacevano al modello inglese, quello dei college, per intenderci, che teneva a rafforzare la formazione intellettuale, fisica e morale degli studenti, collegando tutto ciò all’educazione fisica (e qui citiamo Thomas Arnold, famoso pedagogista dell’età vittoriana). Lo sport era visto come impegno, come sfida reciproca, come esercizio per il proprio equilibrio, interiore ed esteriore, come invito alla socialità e alla responsabilità : insomma, i giochi olimpici erano considerati un grandissimo mezzo di formazione!

 

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Possiamo dire che lo sport moderno, come più o meno lo intendiamo oggi, nasce così nei college, poiché è lì che per la prima volta vengono definite chiaramente le regole, le norme da rispettare : gli sport diventano molto più “civili”, si “eticizzano”, allontanandosi da quella condizione di brutalità in cui avevano galleggiato fino ad allora (ad esempio i giochi medievali della plebe, che quasi sempre premiavano il più violento) e iniziano, anche grazie alle Olimpiadi, a diffondersi in tutto il mondo!

Infatti uno degli scopi delle Olimpiadi è accomunare tutti gli sportivi e gli spettatori del mondo creando uno spirito etico della competizione, internazionalizzare gli sport avvicinandoli tra loro, creare un’atmosfera di gioia (infatti quando i Greci organizzavano le Olimpiadi, tutte le guerre erano sospese) e far partecipare tutti a questa grande festa.

Certo, resta il concetto discriminante della “nazione“, poiché ognuno per partecipare ai Giochi deve essere cittadino di una nazione, pass obbligatorio e vincolante : senza le nazioni, le Olimpiadi non ci sarebbero, o comunque sarebbero qualcosa di ben diverso da quello che oggi vediamo in televisione.

 

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Altro “discriminante” è il sesso : uomini e donne sono infatti divisi nelle gare e ognuno partecipa alle gare nella categoria del proprio sesso. Può sembrare una cosa ovvia, ma non è così scontata! Fino alla fine del 1800 le donne non potevano partecipare alle Olimpiadi, ma, tolto questo, chi ha detto che uomini e donne debbano gareggiare separatamente? Cosa succederebbe se si decidesse di introdurre una categoria “mista”? Sono degli interrogativi ancora irrisolti, questioni molto delicate e da non sottovalutare.

A contrapporsi a questi discriminanti, vi è la concezione dello sport come unico luogo in cui può realizzarsi l’eguaglianza fisico-spirituale : tutti i concorrenti affrontano alla stessa maniera le gare, nessuno ha privilegi e le regole sono universali. Ovviamente alcuni fattori possono condizionare la performance degli atleti, come la tensione, la preparazione atletica, lo stato di grazia e, purtroppo, oggi più che mai il doping, una delle più brutte piaghe dello sport. Poi però, in pista, in campo o in piscina che sia, tutti sono formalmente uguali.

Anche la natura aclassista degli sport, che col passare del tempo si è sempre più affermata (ad esempio, nell’ancien régime l’equitazione era riservata ai nobili, non alla plebe, o viceversa i giochi di strada avevano più una connotazione plebea), contribuisce alla realizzazione dell’idea di universalità e quindi all’unire tutti gli uomini, indipendentemente dal rango economico-sociale di appartenenza : tutti possono partecipare, indistintamente. Ovviamente, bisogna qualificarsi, infatti l’Olimpiade come ben sappiamo non è un torneo in cui anche io posso iscrivermi.

Le Olimpiadi, in conclusione, non sono una cosa per tutti. A Rio 2016 è prevista la partecipazione di 10.500 atleti, circa 600 in meno rispetto agli abitanti di Tortolì, comune in provincia di Ogliastra, Sardegna, per chi non lo sapesse (dati ISTAT, 01/01/2016), una cifra irrisoria rispetto a quella della popolazione mondiale.
Nonostante ciò, il sogno di ogni sportivo, eccezion fatta per i calciatori miliardari, resta quello dell’Olimpiade.

E stavolta il caro Pierre ha ragione : è importante partecipare, non vincere.

 

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Roberto Testa

 

Roberto Testa

Sono Roberto, un giovane di 20 anni. Studio Storia presso l’Università degli Studi di Torino e Contrabbasso Jazz presso il Conservatorio "G. Verdi" di Torino. La storia è molto probabilmente la passione più grande della mia vita, insieme alla musica, alla filosofia e alla politica..

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