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Quel mostraccio del Benigni

L’immane difficoltà di scrivere qualcosa su un contemporaneo colosso quale il Benigni.
Un personaggio poliedrico, controverso, con più facce, le quali suscitano diverse opinioni.

Abbiamo il Benigni della letteratura, e quanto, quanto mi piace vederlo leggere Dante.
Che poi, non lo legge. Non è una semplice lettura, è un’immersione, e nell’atto di immergersi, recitando, Benigni diventa l’Alighieri, con una bellezza, con una mancanza di impalchi e pianificazioni, con quell’ingenuità spontanea e dolce della capacità della meraviglia di fronte alle parole, che è qualcosa di sublime e spiazzante. Benigni si fa Dante.
Abbiamo il Benigni dei 10 comandamenti, quello che non puoi non apprezzare. Puoi odiare anche la retorica nelle persone, ma quando parla, quando inizia un discorso, quando comprendi la sua capacità di toccare le più recondite corde che avevi sepolto sotto cumuli di polvere, allora non rimane che una cosa da fare. Inchinarsi.
Abbiamo l’ultimo Benigni, quello che da ragazzetto dei tempi del “Tu mi turbi” si è fatto uomo. Più saggio, più pacato, eppure sempre quelle movenze, quella capacità di far ridere come quella capacità di suscitare il pianto. Il Benigni che si interessa ancor più di politica, e questo è un tasto che non andrò ad approfondire ulteriormente, consapevole delle polemiche e dei vari punti di vista che potrebbero crearsi.

Amando io Roberto Benigni in tutte le sue sfaccettature, trovo complesso stabilire di quale trattare, senza far torto a nessuna. Ed allora ho deciso di prediligere, a mo’ di regalo per il suo 64esimo compleanno (e mi par ancora un ragazzino!), il Benigni attore, quello a cui mi sono avvicinata per prima e che è riuscito, sempre, ad unire il riso al pianto, con una tenerezza e naturalezza che è ormai raro trovare.

 

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I personaggi di Benigni si assomigliano tutti. Semplicemente perchè non è Benigni che diventa personaggio, ma è il personaggio a diventare Benigni. E quindi sulla scena ci ritroviamo sempre, inconsapevolmente, Roberto. Sempre lui.
E così Guido si fa Benigni.
Guido, protagonista de “La vita è bella”, quello, quello che film così non se ne vedono, roba da alzarsi davvero in piedi al solo sentirlo nominare, come sulle poltrone saltò Roberto quando Sophia Loren comunicò la vittoria dell’Oscar.
Un film sentimentale, comico, drammatico, tutto in 116 minuti di pellicola.
La bellezza di una storia che parte da un casuale “Buongiorno, principessa!”, e che si evolve, tra incontri improvvisi, piogge, gelato al cioccolato, anzi due, una chiave di Maria, 7 minuti e un cappello da cambiare, per culminare in una delle più belle dichiarazioni di sempre.
Guido, tutto fradicio di acqua piovana, un novello D’Annunzio che guarda l’Ermione sua, e che prima di abbandonare alla sua dimora Dora, donna amata e desiderata che continua a rincorrere e sognare, solo allora :

“Dimenticavo di dirle…”
“Dica.”
“Che ho una voglia di fare all’amore con lei che non si può immaginare. Ma questo non lo dirò mai a nessuno. Soprattutto a lei. Mi dovrebbero torturare per farmelo dire.”
“Dire cosa?”
“Che ho voglia di fare all’amore con lei. Ma non una volta sola eh, tante volte. Ma a lei non lo dirò mai. Solo se diventassi scemo le direi che farei all’amore anche ora, qui, davanti a casa, per tutta la vita.”

Qualcosa con cui non puoi non sognare.
Forse questo è il motivo del mio non fidanzamento, l’attesa di un inaspettato Buongiorno Principessa e la bellezza di una dichiarazione fradicia.
Questa donna bella, fidanzata e ricca, che abbandona tutto in un secondo, anzi due.
Uno per scappare sotto il tavolo, sentirselo dire “Principessa, anche lei qua?”, per raggiungerlo e dargli uno di quei baci che i film ci dovrebbero davvero insegnare.
L’altro giusto il tempo per salir sul cavallo pitturato con scritte ingiurianti gli ebrei, e scappare con un sogno folle.

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Un amore che continua in un modo sì forte anche nei momenti più tragici e bui della seconda guerra mondiale e della segregazione nei campi di concentramento.
Lei che decide l’inferno pur di saperlo accanto, là, poco distante.
Lui che appena può gli conferma un amore ancora vivo e forte che suona tra le brutture degli stermini, suonato là, da una finestra aperta, come suonò in teatro anni prima, lui con un altoparlante libero per caso, o forse no, e quindi:
“Buongiorno Principessa! Stanotte t’ho sognata tutta la notte. S’andava al cinema, e c’avevi quel tailleur rosa che mi piace tanto… Non penso che a te, principessa, penso sempre a te!”
E poi ancora la grandezza di una figura paterna che arriverà alla morte pur di proteggere il figlio dagli orrori del mondo, come per scusarsi di non avergli potuto offrire un mondo davvero degno di qualunque essere umano.
Come Abramo, che deve sacrificare il figlio. E vedendo Isacco tutto pronto per un sacrificio ma non vedendo la vittima, non riceve altra risposta che:
“Dio provvederà anche a quello.”
La grandezza e la debolezza di un padre che non sa spiegare al figlio, perché nemmeno sa spiegarsi da sé.
E allora Guido-Roberto si inventa un gioco, perché la guerra non è che questo.
Un gioco spietato manipolato da menti che fan rabbrividire, e una schiera di pedine che diventa numero, non persona, non identità. Tutto questo appare in Benigni con l’eleganza della risata, e la forza del sorriso.

 

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E poi “La tigre e la neve”, dove Dante (nomen omen), poeta, che ama nonostante tutto, che sprona a distendersi, perché è da distesi che si vede meglio il cielo.
Loris nel Mostro, l’ingenuità e la risata, e ancora Johnny Stecchino, che tanto chiasso per una banana.

Ecco, io credo che la bellezza di quel Benigni che amo stia in questo.
La capacità di commuovere e di far ridere senza ricadere nella scurrilità o nel luogo comune.
Far si che i suoi personaggi diventino lui, in modo che inevitabilmente non possiamo che amarli.
Il fatto che io non riesco a scriverne, perché come canta in “Quanto t’ho amato”, lui è signore dell’ineffabilità.
La pelle d’oca che non passa, e ritorna ancora e ancora e ancora, anche dopo la stessa scena, riavvolta decine e decine di volte.

 

Arianna Mariolini

 

Arianna Mariolini

Mi chiamo Arianna Mariolini (Ary). Sono nata il 6 gennaio 1998 a Clusone, in provicia di Bergamo, ma attualmente risiedo a Pisogne, un bellissimo borgo bresciano. Dal settembre del 2012 frequento il Liceo classico Decio Celeri di Lovere. Le mie principali passioni sono la letteratura e la musica...

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