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Finché giudice non vi separi

È solamente una moda!
Che cos’hanno in testa?!
Non sanno sopportare come una volta!

Sono le frasi più consone che si sentono dire appena giunge all’orecchio che qualcuno è in procinto di separarsi dal coniuge. Forse è proprio vero, i tempi sono cambiati e quelli in cui i matrimoni duravano, perché non c’era altra scelta, sono finiti!
Di fatto legale dal 1970 con la legge Fortuna-Baslini e in seguito riconfermata col referendum abrogativo del 12 maggio 1974(fortemente voluto dalla Democrazia Cristiana e altri movimenti antidivorzisti) grazie al 59,26% del No, con una grandissima affluenza di votanti.

Immaginare quanto sia stato difficile per coloro che hanno posto la crocetta sul No, sebbene fossero fortemente legati all’istituzione familiare, è tutt’ora complesso. Chissà quali pensieri passavano loro per la mente dopo essere tornati a casa dal seggio, salutati figli e coniuge nel ricordare quel piccolo-grande gesto che permetteva la distruzione di quel quadretto. Oggi li considereremo moderni, in realtà sono semplicemente realisti. Hanno capito meglio di chiunque altro che un diritto come il divorzio non poteva non avere voce in un Paese libero e democratico, seppur fortemente cattolico, e soprattutto che si tratta di un diritto di cui ci si può avvalere o meno.

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Nel 2015 si contano circa 82 mila divorzi con un aumento del 57% rispetto all’anno precedente, ciò in parte è dovuto all’introduzione del “divorzio breve”, una procedura che velocizza i lunghissimi tempi burocratici tipici italiani. Se da un lato molte famiglie trovano un miglior equilibrio grazie al divorzio, è anche vero che molte famiglie vivono periodi e situazioni molto difficili: litigi, stress, mancanza di comunicazione appesantiscono l’esistenza di coloro che si trovano coinvolti, in particolare i figli, le vere vittime, ai quali non è impossibile che, lasciati in balia di sé stessi, prendano una cattiva strada.

Il divorzio non ha avuto un’esistenza facile: visto inizialmente come un nemico che rovinava l’esistenza del nucleo familiare, è entrato passo dopo passo nella cultura, oltre che tra le famiglie, si è iniziato a cambiare attitudine verso chiunque prendesse questa decisione, una volta visto come un diavolaccio, in particolare se era donna a volerlo, e oggigiorno accettato come persona che manifesta i propri bisogni.

Inutile è sentenziare coloro che decidono di convolare a nozze inconsapevolmente e che si ritrovano nel giro di pochi anni, se non addirittura mesi, a dover affrontare cause nei tribunali; atteggiamento diffusosi anche a causa dei troppi modelli sbagliati che ci offre il mondo dello spettacolo. Il matrimonio è una cosa seria, può finire come ogni cosa ma se non si è convinti, o si vive tutto come un gioco, è più raccomandabile andare in un parco divertimenti.

Resta ancora una parte di popolazione, tradizionalmente più religiosa che non riesce a distaccarsi del tutto dal mito “Finché morte non vi separi”, per i quali è eticamente difficile accettare che un’unione matrimoniale, in particolare nel rito religioso, si possa sciogliere. A molti quest’atteggiamento appare tipico in persone di bassa cultura : in realtà questi non sono pensieri dettati da una scarsa cultura bensì da un forte attaccamento a dei valori con i quali si è cresciuti, i quali rappresentano un nostalgico ricordo di una società che ormai non c’è più, una società di cui si ricordano soltanto i pregi ma non i difetti. Tutto sommato non è forse meglio accettare il divorzio piuttosto che sentir ancora parlare di matrimoni combinati?

Antonio Oliva

 
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