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Tra musica e poesia

L’altro giorno mi hanno chiesto :
“Secondo te, perché un Nobel per la letteratura è stato consegnato ad un cantautore? In che modo la canzone ha sostituito la poesia oggi e può essere considerata una forma letteraria?”
Come prima cosa, come per impulso, ho risposto : “Ho sempre ritenuto la canzone una poesia ulteriormente musicata”.
“E perché?”
“Come perché? Non è un testo letterario come una poesia?”
A questo punto mi hanno chiesto di argomentare la mia risposta. E lo faccio qui, perché scrivere è sempre stato il mio modo preferito di rispondere e di rendere chiaro agli altri i miei pensieri.

 

Partiamo dalla prima domanda : il Premio Nobel. Onorificenza attribuita dal 1901 agli uomini che si distinguono per i loro meriti in diversi ambiti, tra i quali, quello letterario. E’ un premio, e come quasi ogni altro premio che non sia inerente ad una competizione sportiva o ad un altro ambito quantificabile/misurabile, è oggetto di valutazione umana, semplice soggettività di un gruppo di persone, di una comunità. Nell’implicito caso di Bob Dylan, chi decreta il vincitore è l’Accademia di Svezia (per il semplice motivo che questo “Alfred Nobel” era un chimico svedese), un gruppo di 18 professori, studiosi e scrittori come tanti altri. Tutto questo, è per dire che anche io potrei creare, dal nulla, un “Premio Tra il cuore e la mente” da conferire magari a chi scrive “meglio” tra i membri della redazione, ma resterebbe un qualcosa di soggettivo e legato alle mie tendenze e ai miei gusti. Dopo questa premessa, passiamo al punto principale della questione : il rapporto tra poesia e canzone, oggi.

La parola “canzone” – senza fare troppe ricerche – deriva dal latino cantio (da cantus, “poesia lirica”); la parola “poesia” deriva dal greco poiesis (da poieo, “compongo, invento”). L’accezione presa da “poiesis” tende verso il comporre versi più che verso l’inventare qualcosa (anche se spesso si fa riferimento al filosofare). Il primo punto, adesso, è in comune. Poesia e canto, evidentemente, provengono un po’ dallo stesso villaggio. Se facciamo un salto in avanti, nel periodo dell’Alto Medioevo, nella zona dell’attuale Francia nell’età dell’Alto Medioevo, troviamo le famosissime chanson de geste, dei brani poetici (i temi sono quelli della cavalleria : armi, amori ed eroi) ben strutturati in gruppi di versi legati da rime e assonanze. Il termine “assonanza” cosa vi ricorda? Non tanto l’asso ma il suono. Ecco che la musica si inizia a sentire, anche se probabilmente, nella Grecia Classica la tragedia era accompagnata dal coro e spesso i racconti mitologici erano accompagnati dal suono della famosa cetra, lontanissima e primitiva ava della nostra chitarra. L’assonanza però non riguardava solo gli strumenti : è proprio essa stessa, come la rima, a dare musicalità, a scandire un ritmo, degli accenti e a dare un “tempo” alla poesia.

“[…]Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare : guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no ‘l farrà male. Laudate et benedicete mi’ Signore’ et ringratiate et serviateli cum grande humilitate” [Cantico delle creature, Francesco da Assisi]

Sentite come cammina bene, come suona, come scorre? Certo, non tiene il ritmo di un rapper, ma se facciamo un passetto avanti, troviamo il grande Cecco Angiolieri con la celeberrima “S’ì fosse foco”. Fabrizio De Andrè ha pure scritto una canzone mantenendo integro il testo : può sembrare un esperimento strano, ma funziona perfettamente! Ci vuole coraggio a dire che il testo di Angiolieri non è musicale o che il pezzo di De Andrè suona male con la poesia o che presenta forzature!
E’ solo un esempio banale ma che ci può far capire già i primi legami tra musica e poesia. Forse non gioca nemmeno a mio favore questo esempio, perché magari potete dirmi : “eh, è facile quando la musica ce l’hai pronta! Vediamo se riesci a far diventare musica la poesia, o viceversa”.
E io ci provo, ci voglio provare.

La musica ha una storia lunghissima, come del resto la letteratura; non voglio annoiarvi partendo dai canti gregoriani e arrivando fino al jazz, ma potete stare tranquilli che la musica ha sempre considerato l’elemento “testo” e le parole nelle proprie composizioni. Certo, c’è anche chi ha abbandonato le parole e, come direbbe qualcuno, ha lasciato spazio solo alla musica, ma oggi voglio parlarvi di chi ha cercato di unire entrambe le arti e far notare al mondo che, alla fine, è un unicum quasi primordiale e naturale.

Stacchiamoci un attimo dal discorso delle rime-assonanze, perché Dante ci ha dimostrato di essere maestro in questo con la sua Commedia, esempio più clamoroso di come possa una poesia “suonare bene”, tenere rispettare gli accenti e le endecasillabi, tenere un tempo costante e fisso e procedere con un passo “da marcia” quasi fino a diventare monotono, macchinario.

Prendiamo uno che con le rime e con le assonanze non è che avesse un ottimo rapporto, o, al massimo, non era interessato a quel genere di rapporto. Prendiamo Montale, per esempio.
Cigola la carrucola del pozzo. Già tu la senti, già lui con una sola parola ha prodotto un suono per certi versi inusuale al giorno d’oggi, rivoluzionario. Ah, che già stride. E sempre nella stessa poesia, nella stessa musica, senti un altro suono : stridere, gridare, emettere acuti. Non è musica questa? Una forma di musica più rara, non convenzionale, strana. Ma sempre musica. Suoni della natura, suoni della realtà che sono percepiti e poi successivamente riprodotti da chi scrive e chi legge. Non credo che voi in quel cigola o in quello stride non avete sentito realmente quei suoni nella vostra testa.

Ma se ciò non basta a portare avanti la mia tesi, e se per voi vale la regola del date a Cesare anche con canzone e poesia, vi porto un altro uomo a testimonianza della mia parola. Stavolta però è il musicista, il compositore, a parlare. A fare il poeta, a scrivere e a far sognare con le sue note e con la sua voce.
E lo faccio ancora una volta con un italiano, non tanto perché non ami la musica o la poesia d’oltralpe, ma perché, per ovvi motivi, possiamo godere e comprendere appieno l’opera e quindi anche criticarla nella maniera adatta.

E se vai all’Hotel Supramonte e guardi il cielo,
Tu vedrai una donna in fiamme e un uomo solo,
E una lettera vera di notte, falsa di giorno,
E poi scuse accuse e scuse senza ritorno.
E ora viaggi, ridi, vivi o sei perduta
Nel tuo ordine discreto dentro il cuore,
Ma dove, dov’è il tuo amore?
Ma dove è finito il tuo amore?

Grazie al cielo ho una bocca per bere e non è facile.
Grazie a te ho una barca da scrivere, ho un treno da perdere,
E un invito all’Hotel Supramonte dove ho visto la neve,
Sul tuo corpo così dolce di fame, così dolce di sete.
Passerà anche questa stazione senza far male.
Passerà questa pioggia sottile come passa il dolore.
Ma dove, dov’è il tuo cuore?
Ma dove è finito il tuo cuore?

E ora siedo sul letto del bosco che ormai ha il tuo nome.
Ora il tempo è un signore distratto, è un bambino che dorme.
Ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano,
Cosa importa se sono caduto, se sono lontano.
Perché domani sarà un giorno lungo e senza parole.
Perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole.
Ma dove, dov’è il tuo amore?
Ma dove è finito il tuo amore?

E’ semplicissimo intuire diverse figure retoriche della poesia, dalla rima all’anafora, dalle allitterazioni agli omoteleuti, dall’allegoria alla metafora, oltre che il ritornello. Togliete la musica, non resta una poesia come tante altre? Allora perché un cantautore non può ricevere un Premio Nobel per la letteratura? La sua opera è poco letteraria o pensiamo ancora che musica e poesia, testo e suono, debbano vivere in due emisferi diversi e debbano essere considerati in maniera completamente differente?
P.S.: la canzone non ha sostituito la poesia, perché la volontà di scrivere senza fare musica o di suonare senza scrivere è rimasta integra e dipende solo da ognuno di noi; piuttosto musica e poesia si compenetrano e non fanno altro che arricchirsi e, spesso, rendersi reciprocamente migliori.

 

Roberto Testa

 

Roberto Testa

Sono Roberto, un giovane di 20 anni. Studio Storia presso l’Università degli Studi di Torino e Contrabbasso Jazz presso il Conservatorio "G. Verdi" di Torino. La storia è molto probabilmente la passione più grande della mia vita, insieme alla musica, alla filosofia e alla politica..

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