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Steve McCurry e il suo sguardo sul mondo

Ed ecco che entriamo nel suo mondo: “Il mondo di Steve McCurry”.
Parliamo della mostra fotografica attualmente in esposizione alla Reggia di Venaria Reale nella provincia torinese.Probabilmente è impossibile rinchiudere lui e le sue fotografie in un solo articolo, ma ho accettato la sfida.

Steve McCurry cominciò la sua carriera come fotogiornalista e ottenne il suo primo incarico per un giornale di Philadelphia ai tempi del colpo di stato del governo sovietico in Afghanistan. In quegli anni a giornalisti e fotografi era proibito l’accesso in territorio afghano, ma questo non lo intimorì, o almeno, non così tanto da impedirgli di addentrarsi in quella terra a lui ancora sconosciuta e ricca di misteri. Quando ripartì dovette usare l’ingegno per poter passare i controlli al confine e l’unico modo per portare i rullini in America fu cucirli nei vestiti e caricare la macchina fotografica con pellicole vuote in modo che venissero confiscate solo queste ultime.

Le foto di questo servizio vennero pubblicate il 3 dicembre del 1979 dal New York Times e da quel giorno in poi fecero il giro del mondo, furono le prime in assoluto a mostrare il conflitto afghano. Ma ora bando alle ciance, lascio che siano le foto a parlare.

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Non solo affianca i Mujaheddin nel 1979, ma ritrae anche moltissimi rifugiati afghani diretti nei paesi limitrofi per sfuggire alla guerra.

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Quest’ uomo era stato operato da poco all’occhio destro e usava il turbante come benda. Nonostante le condizioni, McCurry intrappolò in un unico scatto l’espressione fiera e dignitosa di questo rifugiato.

 

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Questa sicuramente l’avrete già vista, cari lettori. È forse lo scatto più famoso di Steve McCurry e ritrae una ragazza afghana nella scuola di un campo di rifugiati in Pakistan. McCurry stesso dice che sembrava essere piuttosto incuriosita da lui e dalla sua macchina fotografica e questo particolare non è certo sfuggito al fotografo, che non ha esitato un attimo e ha immortalato il suo sguardo inquisitore.

Ciò che accomuna molte foto di Steve McCurry è la scelta della luce; spesso e volentieri preferisce le prime luci dell’alba o il tramonto, per poter approfittare al meglio del contrasto luce/ombra.

 

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È il caso di questo scatto: una città completamente distrutta dai bombardamenti, ma che, nonostante la dilagante devastazione, lo affascinava particolarmente. Il modo in cui gli ultimi caldi raggi del sole colpivano ciò che restava degli edifici lo incuriosiva, tanto da far sì che tornasse in quel posto al tramonto per diversi giorni, fino a quando non vide che una famiglia era tornata in quella che molto probabilmente era stata la sua casa. Tutto ciò colpì molto McCurry, che riconosce in questo gesto il desiderio di rinascita e lo spirito vitale del popolo afghano.

Era in Kuwait durante la Guerra del Golfo e con lui, ovviamente, la sua macchina fotografica pronta a riprendere soprattutto l’impatto ambientale della guerra. Saddam Hussein fece bruciare più di 600 pozzi di petrolio causando terribili incendi e perdite di petrolio che incisero notevolmente sull’ambiente e sugli animali.

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Questa foto venne scattata intorno a mezzogiorno, quando a Al Ahmadi (Kuwait) nel 1991 invece che un sole cocente non si vedeva altro che una striscia di fuoco stagliata su una nube nera.

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In queste ultime due fotografie sfrutta saggiamente il contrasto del rosso e dell’arancione con il nero del petrolio, dando perfettamente l’idea della tragicità della situazione.

Negli anni a seguire, nonostante la sua carriera avesse cambiato rotta e avesse abbandonato il fotogiornalismo per la street photography, testimoniò l’attacco alle Torri Gemelle del 2001, condusse un progetto contro la violenza e lo sfruttamento domiciliare in Vietnam, collaborò diverse volte con National Geographic e seguì gli effetti del terremoto del 2011 in Giappone.

Parlando di Steve McCurry non possiamo assolutamente dimenticare l’India: meta di circa 90 dei suoi viaggi e scenario per lui ricco di ispirazione. Si lascia guidare dalla sua curiosità e scopre questo paese e il suo popolo dall’obbiettivo della sua Nikon D700. In India va alla scoperta di nuovi posti, di volti interessanti e di situazioni intriganti.

Ma vedendo le sue foto non viene spontaneo chiedersi come faccia? Qual è il suo metodo, il suo segreto? In diverse interviste ha affermato che quello che serve nel suo lavoro è: un’infinita pazienza, istinto e un’insaziabile curiosità. Proprio così, le sue fotografie sono il frutto di un perfetto connubio che lo portano a uscire di casa senza un’idea precisa di quale sia il soggetto ideale per la prossima foto, un occhio sempre pronto a cogliere un’inquadratura originale e accattivante e un istinto nel riconoscere il momento perfetto per scattare.

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“I was waiting for something to happen, a sheep, a herd or a shepherd who would bring a certain action in the image. And then one morning at dawn, it must have been 5:00 AM, this horse, walked by in front of me, and there was the perfect image.”
“Stavo aspettando che accadesse qualcosa, una pecora, un gregge o un pastore che avrebbe apportato una certa azione nell’immagine. E poi una mattina all’alba, dev’essere stato alle 5:00 AM, questo cavallo, mi passò davanti, e c’era l’immagine perfetta.”

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McCurry trovò estremamente interessante un’inquadratura di questo genere, si appostò per ore appoggiato a questo muro nell’attesa di quel tassello mancante, quell’elemento che avrebbe reso lo scatto perfetto. Quando questo ragazzino gli passò affianco correndo, sentì di aver trovato ciò che cercava e scattò istintivamente.

 

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McCurry spese un’intera giornata insieme a questi pescatori aspettando di ottenere una composizione e una situazione inusuale da poter catturare.

Uno degli aspetti più strabilianti e che pervadono tutte le sue fotografie, indipendentemente dal periodo in cui sono state scattate, è probabilmente la sua capacità di far raccontare le storie dei suoi soggetti attraverso le loro espressioni, i loro sguardi, le loro rughe. Ed è il motivo per il quale i suoi ritratti sono così amati: perché quello che potrebbe sembrarci il semplice volto di una persona qualunque, si rivela, si scopre di tutti i suoi veli davanti all’obbiettivo della fotocamera di un completo sconosciuto, che aspetta il momento giusto per intrappolare i dettagli di un viso nei giochi d’ombra, in un sorriso o in un pianto.


A proposito dei suoi ritratti, egli stesso dice:

“We connect with one another via eye contact, and there is a real power in that shared moment of attention, in which you can occasionally catch a glimpse of what it must be like to be in another’s shoes”
“Entriamo in contatto l’uno con l’altro attraverso il contatto visivo, e c’è una vera energia in quel momento d’attenzione condiviso, in cui occasionalmente si può intravedere un barlume di quello che dev’essere trovarsi nei panni di un altro”

Il lavoro di Steve McCurry non consiste nello scattare una fotografia con sguardo indifferente, non si nasconde dietro una macchina fotografica per osservare un paesaggio rispetto al quale si sente estraneo o una persona che sente lontana da lui e dal suo modo di vivere. Al contrario, attraverso la sua macchina fotografica entra a far parte del mondo, lo esplora sotto tutti i suoi aspetti, sia negativi sia positivi, partecipando con passione a gioie e dolori dei suoi soggetti.

“Solo se sei disposto a correre il rischio, solo se sei completamente convinto, allora sei pronto. Le belle foto sono in quell’acqua sporca, non puoi proteggerti, stare ai margini, un po’ fuori e un po’ dentro: se la gente è sommersa fino al collo devi essere dentro con loro, non c’è separazione, non puoi stare sulla sponda a guardare, ma devi diventare parte della storia e abbracciarla fino in fondo”

 
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