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Petrarca, l’umano troppo umano.

Se c’è qualcuno che ho sempre ombrato e rimandato nei miei studi e nelle mie classifiche, quello è stato Francesco Petrarca.
Sarà che “prima Dante, poi Francesco.” Sarà che nella Divina Commedia, nella sua perdizione in quella selva di lonze, io perdo tutto ma ritrovo me. Sarà..
Sarà che se invece uno si soffermasse soltanto un istante a leggere un sonetto di Petrarca ci ritroverebbe dentro un attimo, una sensazione, un’emozione che almeno una volta nella vita l’ha trafitto. Lo sguardo di una ragazza, una treccia bionda in una sera d’estate qualsiasi, quella voglia di cambiare senza farlo mai davvero, quella tristezza scavata nei boschi. Provateci. Prendete il Canzoniere, apritelo ad una pagina, ma una qualsiasi, e capaci sempre che vi trovate voi.

Toh guarda, questo sono io!

Sarà che Petrarca è il poeta che esprime il sospiro dell’umanità.

Posti, sfumature, odori, passioni e accidie, colori e rumori, delusioni e rabbie.

Petrarca ha saputo collezionare gli uomini in un album, soffermandosi sui dettagli e sui particolari, esprimendo in parole leggere, volgari e non, lo scibile umano.
Una città mondiale emotiva su carta, per ogni foglio un’identità, che è poi una, nessuna mai, centomila sempre.
Ma non è del Canzoniere che oggi voglio trattare, seppur sia una mappa di Beck, e io amo da pazzi le mappe.

Ma piuttosto, no, piuttosto..
L’ascesa al Monte Ventoso.
O il ritratto di una vita che non sa.

Ora, cambiate scenario. Dimenticate la topica e spiazzante selva, e prendete una giornata, un sentiero cattivo ed un monte inarrivabile. Fatto?

Collocate il tutto nel 1886.
Prendete un ragazzo di 32 anni che di mestiere fa il poeta.
Poeta nel senso greco, dal verbo “poieomai”, fare, plasmare, creare.

Trovare le parole giuste, parole che ci stiano bene.

Metteteci un po’ di accidia in questo poeta, giusto un pizzico, riscaldate a fuoco lento e chiamatelo Francesco Petrarca. Amalgamare il tutto con intraprendenza, ostinazione (“l’ostinata fatica vince ogni cosa”) e incostanza, desiderio e pigrizia.

 

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Stendete una nuova avventura nella sua testa: quella di salire quel monte tramite quel sentiero-quello cattivo.

Ora, le avventure non possono essere tali se si è soli. Ci vuole un compagno, un amico, qualcuno con cui poter condividere emozioni, sensazioni, cronache mentali di passi.

Cosa difficile trovare qualcuno che, come le parole, ci stia bene, che sia proprio fatto per noi.

“Nessuno dei miei amici, meravigliati pure, mi parve in tutto adatto: tanto rara, anche tra persone care, è una perfetta concordia di volontà e di indoli.”

Francesco si mette alla ricerca, ma la metà della mela è sfuggente, veloce, caparbia.
Chi troppo magro, chi troppo grasso, chi troppo loquace, chi troppo silenzioso, chi troppo fiacco, chi troppo svelto.

Petrarca sceglie allora il fratello, sebbene sia più giovane, snello e veloce di lui, trovandolo “felice di potersi considerare, verso di me, fratello ed amico”.

Il viaggio verso il monte (Monte Ventoso) ha inizio, e sembra un po’ quella bellezza di fiaba impossibile.

Un’ascesa che da un punto di vista spirituale-religioso risulta un fiasco, al contrario del viaggio di Dante. E forse proprio per questo più intrigante, più umano, troppo umano, e quindi nostro.
Un viaggio un poco proibitivo, ed “il desiderio cresceva per il divieto.”

Un viaggio che rivela le bassezze umane del Petrarca, la sua accidia, la sua debolezza, annebbiando la forza e l’ostinazione, e poi, dunque, brillando.

 

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Petrarca diventa l’exemplum, ma soprattutto il modello simbolo dello scibile umano. Di noi che tendiamo al meglio, alla cima, alla Beatrice di Dante, ma che Dante non siamo, né Paolo né Enea.
Noi che siamo quella razza delle unghie finte e delle belle parole, dei centri commerciali e della televisione per nasconderci l’evidente verità, sotto millenarie menzogne: non siamo capaci di arrivare alla cima, di arrivare alla vetta, non siamo capaci di un percorso coerente per questo carattere “umano troppo umano” che ci spinge ad errare, a cadere, a perderci, a seguire la via più facile arrivando poi a faticare di più, a farci talvolta quasi più male.
E così Petrarca erra, erra per sentieri agevoli mentre il fratello sale, erra nelle tentazioni allegoriche umane, volendo differire la fatica del salire, “ma la natura non cede alla volontà umana, né può accadere che qualcosa di corporeo raggiunga l’altezza discendendo”.

Puntiamo alle stelle, e finiamo nella boccia dei pesci rossi perché altrimenti non potremmo nemmeno fare.

E così Petrarca-simbolo si ferma a riflettere, e quella che è la salita al Monte Ventoso diviene Odissea che ferisce, diviene allegoria della bislacca vita umana.
Grama.

“Ciò che hai tante volte provato oggi salendo su questo monte si ripeterà per te e per tanti altri che vogliono accostarsi alla beatitudine”.

(Possiamo qui intendere la beatitudine in senso strettamente religioso. Decontestualizzato, più vicino alla nostra sensibilità sarebbe il concetto della salvezza da questa sorta di angoscia esistenziale).

“Se gli uomini non se ne rendono conto tanto facilmente, ciò è dovuto al fatto che i moti del corpo sono visibili, mentre quelli dell’animo sono invisibili e occulti. La vita che noi chiamiamo beata è posta in alto e stretta, come dicono, è la strada che vi conduce. Inoltre vi si frappongono molti colli, e di virtù in virtù dobbiamo procedere per nobili gradi; sulla cima è la fine di tutto, è quel termine verso il quale si dirige il nostro pellegrinaggio. Tutti vogliono giungervi, ma come dice Ovidio, volere è poco; occorre volere con ardore per raggiungere lo scopo”.

L’amor che move il Sole e l’altre stelle.
E’ tutta una questione di amore, di ardore, d’entusiasmo, di fuoco.
Di vita.
Magari l’amore non basta. Ma sa fare la differenza.
Non c’è un modo diverso di volere se non amando.
O si vuole, o non si vuole.
O si vuole amando, o non si vuole affatto.

Anche se ci sono lonze, lupi o sentieri facili ma fallaci. I peccati, per così dire. Biasimati da Petrarca, che cede al suo essere umano, inoltrandosi ogni volta negli abissi.
Ed innamorandosene.

Ed è proprio lo sbaglio e l’amore che portano Petrarca in cima alla vetta.
Sbagli di cui il poeta si pente.

E ciò mi dispiace.
Sarà che a mio parere quegli sbagli l’hanno fatto crescere molto più di un sentiero normale.
Sbagli che l’hanno portato a capire l’importanza della vetta.
Sbagli di cui l’umano troppo umano si pente, innamorandosene.

Sbagli che gli hanno permesso di capire di tralasciare il resto, perché:
“Gli uomini vanno a contemplare le cime dei monti, i vasti flutti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri e trascurano se stessi.”

 

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A cura di Arianna Mariolini

 

Arianna Mariolini

Mi chiamo Arianna Mariolini (Ary). Sono nata il 6 gennaio 1998 a Clusone, in provicia di Bergamo, ma attualmente risiedo a Pisogne, un bellissimo borgo bresciano. Dal settembre del 2012 frequento il Liceo classico Decio Celeri di Lovere. Le mie principali passioni sono la letteratura e la musica...

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