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Parole, parole, soltanto parole…

Tutti sanno che l’italiano è una delle lingue più belle e dolci al mondo, i suoi suoni e il suo accento sono inconfondibilmente i più melodiosi che esistano, e come non ringraziare Dante Alighieri per averlo proposto come lingua nazionale per lo Stivale già a partire dal XIV secolo o ancora Alessandro Manzoni il quale con l’edizione della quarantena dei Promessi Sposi ha “risciacquato i panni in Arno” riproponendo anch’esso il fiorentino come lingua nazionale?
Certo, di tempo n’è passato dagli interventi di questi due Padri della lingua italiana e come si è potuto constatare la lingua, flessibile e malleabile di natura, muta sempre, tant’è vero che il nostro italiano non è più lo stesso di quello che si parlava ai tempi di Dante o di Manzoni.

 

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/f/f7/DanteDetail.jpg
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Infiniti sono gli autori e le persone che sin dal Medioevo hanno contribuito alla formazione dell’italiano e in molti di questi si può vedere come vi sia un graduale sviluppo verso la lingua odierna attraverso un arricchimento del nostro vocabolario nazionale. Forse tra gli esempi più conosciuti e più studiati nelle scuole superiori spicca l’aggettivo “gemmea”, utilizzato per la prima volta da Giovanni Pascoli nella poesia “Novembre”, il cui utilizzo appare normale nel XXI secolo. Però, prima che venisse coniata, probabilmente questa parola non era considerata diversamente da quei termini che vengono utilizzati oggigiorno con un significato diverso da quello che originariamente possiedono, e di cui ne costituiscono un esempio i numerosi vocaboli utilizzati dai giovani, come “balzare”. Questi sembrano differire e anche stridere totalmente dal linguaggio comune, ma in fin dei conti ne fanno parte anch’essi dato che la lingua è un patrimonio di tutti.

Qualche tempo fa, proprio a proposito di neologismi, l’Accademia della Crusca ha infatti deciso di accogliere nel vocabolario italiano un nuovo termine, “petaloso”, di pura invenzione di Matteo, un bambino delle elementari. Sebbene a tanti possa sembrare quasi uno scempio (come definito da alcune voci della critica), in realtà altro non è che una manifestazione, legittimata, dell’evoluzione della lingua italiana proprio perché per essere un vero vocabolo, afferma la Crusca, «deve essere utilizzato e capito da tanti» e come si fa a negare la facile comprensione della parola “petaloso”? Si può valutare questo vocabolo inadeguato solo perché innovativo e chiaro? D’altronde cosa lo rende meno o più comprensibile di altre parole già parte del dizionario quali “panegirico” ad esempio? In effetti tutti quanti, solo grazie alla parola stessa, cogliamo che “panegirico” significa lode.

 

http://media.booksblog.it/6/64c/vocabolario_accademia_crusca.jpg
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Se la lingua è quindi influenzata dagli scrittori e da coloro che la esercitano nel corso dei secoli – di cui noi tutti ne facciamo parte – in un mondo sempre più globalizzato come quello in cui viviamo tutti i giorni, la contaminazione tra la nostra lingua e quelle straniere, in particolare quelle dei Paesi più vicini a noi, è inevitabile. Così come “Pizza” è entrato nel vocabolario francese, inglese o tedesco, lo stesso è accaduto a termini in lingua straniera di occupare un loro posto nel vocabolario italiano. Si pensi solo ad “abat-jour” o anche a “self-service”, ne capiamo tutti il significato ma in realtà traducono semplicemente “lampada” e “servizio fai da te”. Con questo non si vuole di certo fare passi indietro e tornare ai tempi del ventennio fascista in cui tutto doveva essere italianizzato persino i nomi di persone, al punto che Louis Armstrong era chiamato Luigi Braccioforte, o ancora il tennis che divenne “Pallacorda”, anche perché è inimmaginabile italianizzare tutto e ad esempio far dire alle persone “facciamo un autoscatto” anziché un “selfie”, ma è comunque da quel periodo che in italiano un normalissimo sandwich viene indicato anche come tramezzino e ciò non risulta estraneo a nessuno.

 

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Questo perché la lingua, come strumento forse tra i più preziosi a disposizione dell’intera umanità, altro non è che lo specchio di chi l’adopera : essa è influenzata da chi la ama, da chi la studia, da chi la usa e purtroppo anche da chi la inquadra, e sarà sempre un elemento accessibile a chiunque.

 

Antonio Oliva

 

 
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