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Mandela, l’apartheid e il Sudafrica

Di Roberto Testa

 

11 febbraio 1990.
Diretta di RaiUno, edizione straordinaria.
L’inviato prende la linea : si trova all’esterno del Drakenstein Correctional Centre, noto come la “Victor Verster Prison”, a circa 70km da Città del Capo, Sudafrica.
Chi a quel tempo non era ancora nato o chi comunque era ancora piccolo, si chiederà : ma che ci fa un giornalista italiano fuori dal carcere, in un luogo così improbabile e sconosciuto?

Non stava aspettando altro che la liberazione di Nelson Mandela, dopo 27 lunghissimi anni di agonia, di sofferenza, di ingiustizie.

 

27 anni sono davvero tanti, rifletteteci un po’.
Ad esempio, io 27 anni fa neanche ero nato e addirittura nemmeno i miei genitori si conoscevano, per dirla tutta. 27 anni fa, questo blog non sarebbe mai nato, o al massimo avremmo creato un giornalino studentesco, una rivista da quattro soldi.

E oggi, proprio a 27 anni dalla sua liberazione, lo ricordiamo, qui, per non dimenticare.

27 più 27 fa 54. 2017 meno 54 fa 1963. Fine del 1962, per esattezza.

Nelson Mandela, uno dei membri principali dell’ANC (African National Congress, partito politico di centro-sinistra) e già membro fondatore della sezione giovanile del partito (ANC Youth League), subì tra il 1955 e il 1962 diversi arresti dovuti alla sua lotta contro l’apartheid, il regime di segregazione razziale nei confronti dei “neri” portato avanti dal partito al potere (dal 1948), il National Party. Mandela, che inizialmente aveva provato, insieme ai  membri del proprio partito a proporre politiche di antirazzismo basate sulla non-violenza, dovrà poi ricorrere all’azione “clandestina” quando il proprio partito verrà messo al bando dal governo. Essendo ora illegale il partito, era abbastanza facile incastrarne i membri per portarli in carcere : Nelson, con altri compagni, fu arrestato con l’accusa di alto tradimento (era fuggito dal paese verso l’Inghilterra, sotto falso nome, per ottenere supporto per una eventuale lotta armata), di sabotaggi e di incitamento alla lotta degli operai sudafricani.

 

“I have fought against white domination, and I have fought against black domination. I have cherished the ideal of a democratic and free society in which all persons live together in harmony and with equal opportunities. It is an ideal which I hope to live for and to achieve. But if needs be, it is an ideal for which I am prepared to die.”

 

“Ho lottato contro la dominazione bianca, e ho lottato contro la dominazione nera. Ho amato l’ideale di una libera e democratica società nella quale tutte le persone vivono insieme in armonia e con le stesse possibilità. È un ideale per cui spero di vivere e di raggiungere. Ma se ci dovesse essere bisogno, è un ideale per cui sarei pronto a morire.” (“Speech from the Dock”, 20 aprile 1964)

 

Black S. African atty. Nelson Mandela (C) w. wife Winnie (C) behind him) in midst of co-defendants acquitted (1957 charge) in treason trial.

 

A questo punto siamo già in grado di capire che il vero nodo della questione sudafricana non è Mandela ma l’apartheid e la segregazione razziale degli africani. Mandela è il simbolo, l’esponente principale di quel movimento che è andato contro la legge, contro il governo e contro questa forma di razzismo.

È necessario però provare a capire i “come” e i “perché” dell’apartheid.
L’apartheid, come già detto, è un’ideologia che sostiene la separazione tra diverse frange di comunità, discriminate e distinte in questo caso in base al colore della pelle : si sviluppa apertamente in Sudafrica nel 1948 con la vittoria elettorale del National Party. Il National Party era prevalentemente formato dai cosiddetti afrikaner, membri della popolazione africana di pelle bianca, di fede calvinista e di lontane origini olandesi, tedesche e belghe, che parlano l’afrikaans, lingua che deriva dall’olandese dei secoli XVII e XVIII. La maggior parte dei leader nazionalisti che giunsero al potere in Sudafrica (come Johannes Gerhardus Strijdom, Daniel François Malan o Hendrik Frensch Verwoerd) avevano dei trascorsi inquietanti, infatti, molti di loro erano dichiaratamente simpatizzanti del regime nazista, altro grande esempio di segregazionismo e razzismo (che purtroppo però ebbe degli effetti molto più devastanti sul piano dei morti).

Questi uomini, ricordati trai più grandi teorici e politici dell’apartheid, tentavano semplicemente di adattare al caso sudafricano le idee del nazionalismo nato in Germania all’inizio dell’800.
L’idea di base era che ogni popolo fosse programmato per sviluppare una cultura unica e specifica. Questa visione era stata idealizzata per la prima volta da un poeta romantico tedesco, Johann Gottfried Herder. Secondo questa ideologia, il volk (il popolo) doveva essere protetto dalla contaminazione con le altre culture : ogni popolazione, ogni etnia, doveva essere confinata nella propria terra per mantenere l’unitarietà della propria cultura e delle proprie tradizioni.
Questo, in Sudafrica, significava separare i bianchi dai neri. I bianchi erano destinati a vivere nella società cristiana, tradizionale, “pura”, mentre i neri erano costretti a vivere nella società periferica delle homelands, con la loro cultura “degenere”, selvaggia e da incivili.
I diversi primi ministri cercarono di fornire una legittimità logica, morale e ideologica alla segregazione, che si rivelò essere un insieme di esigenze e di interessi dell’élite africana : sotto le false promesse di una “decolonizzazione”, i gruppi dirigenti offrirono una “indipendenza” alle homelands, già dotate di autogoverno dal 1936, sulla base delle istituzioni dei costumi tradizionali di ogni singolo gruppo.
La strategia era semplice e non ci è per niente nuova : dividi et impera. Separa e governa.
Avevamo, per farla breve, 10 homelands, ciascuna destinata ad un gruppo linguistico particolare. Tutti i neri avrebbero dovuto perdere la cittadinanza sudafricana e assumere quella di una delle homelands appena create, in cambio di una “autonomia amministrativa” : 6 su 10 rifiutarono l’offerta. Le altre quattro ottennero invece una autonomia puramente formale, perché  erano sempre sotto il controllo del governo sudafricano e la comunità internazionale non le riconobbe come entità a sé stanti. La condizione delle homelands era di miseria, povertà, sovraffollamento e di dipendenza economica (dal Sudafrica) tutti elementi che portarono manodopera quasi gratuita al Sudafrica bianco : del resto, nella miseria più assoluta, ci si vende anche per poco, pur di portare a casa un pezzo di pane. Ovviamente non furono solo queste le misure discriminatorie adottate : erano vietati i matrimoni e le relazioni tra bianchi e neri, ai neri era vietato l’utilizzo delle stesse strutture pubbliche dei bianchi, erano discriminati in ambito lavorativo e via dicendo…

 

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Però – viene da pensare – cosa rappresentava in quel periodo storico il Sudafrica per il mondo intero?
Siamo nel periodo della decolonizzazione, quindi in quell’arco di tempo che va dal termine della seconda guerra mondiale fino alla fine della guerra fredda (anche se ufficialmente si conclude nel 1999) : quasi tutti i paesi che erano stati colonizzati e sfruttati, soprattutto quelli di Asia e Africa, prendono coscienza e guidati soprattutto da movimenti indipendentisti nazionali (spesso di sinistra) si ribellano ai colonizzatori che, spinti anche dall’opinione pubblica internazionale, dall’ONU e dai diversi tentativi di “creare un mondo di pace”, mollavano la presa a favore di questi gruppi che avrebbero portato alla rigenerazione politica, culturale e talvolta economica di questi paesi.

Il Sudafrica essenzialmente rappresentava, fino all’affievolirsi della “guerra fredda” (fine anni ’70), uno dei principali baluardi antisovietici di cui il “blocco occidentale” disponeva. Fu principalmente grazie alla sua politica di messa a bando dei partiti “comunisti” (che poi in realtà erano di stampo socialista, vedi l’ANC), che ricevette gli aiuti e l’approvazione di alcuni stati come gli USA, e fu proprio la carta dell’anticomunismo a permettere quella segregazione che altrimenti gli USA avrebbero bandito. Infatti, già nel finire degli anni ’60, il governo statunitense si era impegnato molto nella legislazione antirazzista a favore dell’emancipazione degli afroamericani : era effettivamente un paradosso, quello di dare sostegno ai “neri” a casa propria e di discriminarli a casa degli altri. Ma, appunto, con il concludersi della contrapposizione ideologica con i sovietici, cosa poteva interessare agli americani della questione sudafricana? Era dunque arrivato il momento di ergersi a paladini della libertà e della democrazia, contro il razzismo e contro ogni discriminazione.
Nel 1973 l’ONU dichiarò l’apartheid un “crimine contro l’umanità” : quindi invitò tutti gli stati della conferenza ad isolare economicamente il Sudafrica che, a poco a poco si ritrovò sola. Colpita da diverse sanzioni economiche e pressata dall’opinione pubblica internazionale, il Sudafrica fu costretto a mollare la presa (non fu così semplice la storia, come la sto raccontando, ma la trovate direttamente su tutti i giornali).
Nelson Mandela ormai riceveva solidarietà da ogni angolo del mondo e la sua lotta, il suo vivere per quell’ideale di libertà e uguaglianza fu rafforzato eticamente dalla permanenza in prigione. Mandela divenne un martire, un martire che dovette pagare non con la vita ma con buona parte di essa. 27 anni. Mandela divenne un simbolo, un motivo di vanto per un paese che, in una maniera o nell’altra, era riuscito a liberarsi da uno dei pesi storici più pesanti : il razzismo.

 

http://www.thelocal.fr/userdata/images/1386283075_mandela_rally_michel_clement_afp.jpg

 

Quella di Mandela è un’immagine unica e rara, di grande forza e coraggio, ed è per questo che venne nominato eletto Presidente della Repubblica Sudafricana nel 1994, nelle prime elezioni democratiche, con il suo partito, l’ANC, che ancora oggi governa il paese. Nelson morirà nel suo letto per colpa di una malattia il 5 dicembre 2013.
Ricordo ancora quel giorno e quanto piansi. Non riuscivo a crederci, perché per me era davvero immortale. Avevo già avuto modo di approfondire le mie conoscenze su di lui e mi sarebbe piaciuto incontrarlo e scambiare quattro parole con lui, uno dei personaggi-chiave del XX secolo, età breve e catastrofica, d’oro e tenebrosa, lunga e letale.

 

 

E, tornando alla diretta di RaiUno, lo rivediamo lì, in quell’immagine affissa per sempre, mentre esce accompagnato dalla moglie, su quel viale che dà sulla sua vecchia prigione, con il pugno alzato. Un’immagine immortalata anche nella statua bronzea posta oggi in quella strada, un gesto di libertà, un gesto di resistenza, una piccola vittoria per quella “società libera” che lui avrebbe voluto contribuire ad edificare e alla quale ha dato una speranza e un insegnamento per il futuro.

“Essere liberi non significa semplicemente sbarazzarsi delle proprie catene, ma vivere in modo da rispettare la libertà e le possibilità degli altri” (Nelson Mandela).

 

Anti-apartheid leader and African National Congress (ANC) member Nelson Mandela raises clenched fist, arriving to address mass rally, a few days after his release from jail, 25 February 1990, in the conservative Afrikaaner town of Bloemfontein, where ANC was formed 75 years ago. (Photo credit should read TREVOR SAMSON/AFP/Getty Images)

 

 

Per approfondimenti : 

https://www.nelsonmandela.org/

Leggi il libro scritto da Nelson Mandela :

“Long Walk to Freedom” – “Lungo cammino verso la libertà”.

Visita il Museo dell’apartheid di Johannesburg : 

https://www.apartheidmuseum.org/

Guarda i film : 

Il colore della libertà – Goodbye Bafana

Grido di libertà (Cry Freedom)

 

 

 

Roberto Testa

Sono Roberto, un giovane di 20 anni. Studio Storia presso l’Università degli Studi di Torino e Contrabbasso Jazz presso il Conservatorio "G. Verdi" di Torino. La storia è molto probabilmente la passione più grande della mia vita, insieme alla musica, alla filosofia e alla politica..

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