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L’immachiavellico Machiavelli

Ci sono cose che cambiano.
Riformulo.
Ci sono poche cose che non cambiano.

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Tra queste l’amore per lo scrivere, la musica, un ritratto, la confusione perenne di una vita, l’amore per i film Disney.

Ma anche qui una cosa è “cangiata”, come direbbe lui.
Se prima al menzionare “Principe”, nell’immaginario compariva d’innanzi a me Filippo di Aurora, il Principe Azzurro, Aladin o Erik, ora prevale lui, i capelli castani pettinati indietro, le labbra sottile ritratte spesso in un sorrisetto ingenuo e malizioso nello stesso tempo, lo sguardo da volpe, animale di cui lui stesso scrisse:

“Se ne potrebbero fornire infiniti esempi tratti dalla storia moderna, e mostrare quante paci, quante promesse furono violate e vanificate dalla slealtà dei principi, e chi meglio ha saputo farsi volpe, meglio è riuscito ad aver successo. Ma è necessario saper mascherare bene questa natura volpina ed essere grandi simulatori e dissimulatori. Gli uomini sono così ingenui e legati alle esigenze del momento che chi vuole ingannare troverà sempre chi si lascerà ingannare.”

Il Principe più moderno, anche a 489 anni dalla sua scomparsa, nella sua Firenze.

 

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489 anni, e 4 cose che ancora non potevate sapere del vero Principe.

1) Niccolò Machiavelli.
Una c.

2)Partiamo da un punto fondamentale, da uno smontare una credenza medievale in realtà fasulla.
“Il fine giustifica i mezzi”.
No, non lo disse Machiavelli, che potrebbe apparire per questa frase spietato, cinico, volpe e leone, mostro.
No. Studioso della politica, questa frase potrebbe riassumere il suo ideale solo in un contesto strettamente politico, dove il reggente del regno non deve guardare alla morale, che viene posta in secondo luogo rispetto all’utile, nonché alla felicità del popolo.

3) Nel corso del 1509 circa, Niccolò Machjiavelli è coinvolto in situazioni politiche che lo portano alla tortura e, in seguito, a un esilio tacito ma implicito, per il quale si ritira presso un podere poco fuori Firenze, presso Sant’Andrea in Percussina, detto “l’Albergaccio”.
In questo suo ritiro forzato, non è solo l’astinenza dall’attività politica a pesargli, ma anche un altro tipo di astinenza, ben più carnale.
Insomma, gli mancava scop..
Scoprire l’avvenente bellezza femminile sotto i vestiti, le curve e le rientranze che’l goder gli facea.
Senza falsi pudori parla di questa fi..
Allora, fiacchezza d’animo in cui si ritrova per la situazione, in una lettera indirizzata a Luigi Guicciardini, l’8 dicembre 1509.

In un tono benignano, Machiavelli ci riporta un aneddoto, quando preso dall’astinenza, si intrattiene al buio con una donzella, che par non esser infine la Beatrice di turno..

“Affogaggine, Luigi; et guarda quanto la fortuna in una medesima faccenda dà ad li huomini diversi fini. Voi, fottuto che voi havesti colei, vi è venuta voglia di fotterla et ne volete un’altra presa; ma io, stato fui qua parechi dì, accecando per carestia di matrimonio, trovai una vechia che m’imbucatava le camicie, che sta in una casa che è più di meza sotterra, né vi si vede lume se non per l’uscio. Et passando io un dì di quivi, la mi riconobbe et, factomi una gran festa, mi disse che io fossi contento andar un poco in casa, che mi voleva mostrare certe camicie belle se io le volevo comperare. Onde io, nuovo cazzo, me lo credetti, et, giunto là, vidi al barlume una donna con uno sciugatoio tra in sul capo et in sul viso che faceva el vergognoso, et stava rimessa in uno canto. Questa vechia ribalda mi prese per mano et menatomi ad colei dixe: «Questa è la camicia che io vi voglio vendere, ma voglio la proviate prima et poi la pagherete». Io, come peritoso che io sono, mi sbigottì tucto; pure, rimasto solo con colei et al buio (perché la vecchia si uscì subito di casa et serrò l’uscio), la fotte’ un colpo; et benché io le trovassi le coscie vize et la fica umida et che le putissi un poco el fiato, nondimeno, tanta era la disperata foia che io havevo che la n’andò. Et facto che io l’hebbi, venendomi pure voglia di vedere questa mercatantia, tolsi un tizone di fuoco d’un focolare che v’era et accesi una lucerna che vi era sopra; né prima el lume fu apreso che ‘l lume fu per cascarmi di mano. Omè! fu’ per cadere in terra morto, tanta era bructa quella femina! […].”

 

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4) Un’altra lettera scrisse, pochi anni più tardi.

10 dicembre 1513, questa volta al suo amico Francesco Vettori.
Niccolò sembra perdere le speranze. Proprio lui si scoraggia, quel Niccolò al quale dopo secoli di incrostazioni storiografiche, di letture del suo pensiero non sempre pertinenti, affibbiamo l’aggettivo negativo e demoniaco di “machiavellico”, un aggettivo che avrebbe rifiutato, per sé e per il suo pensiero. Niccolò sembra cominciare a perdere le speranze, in quella lettera di esattamente 500 anni fa. Non tornerà a reggere Firenze, no.
E allora non v’è consolazione, se non quella che trova nei libri, una conversazione con gli uomini antichi, cibo che..
Solum è mio, e che io nacqui per lui.

Magnifico ambasciatore.
[…]
Non posso pertanto, volendo rendere pari grazie, dirvi in questa mia lettera altro che qual sia la vita mia; e se voi giudicate che sia a barattarla con la vostra, io sarò contento mutarla.

[…]
Io mi lievo la mattina con el sole, e vòmmene in un mio bosco che io fo tagliare, dove sto dua ore a rivedere l’opere del giorno passato, e a passar tempo con quegli tagliatori, che hanno sempre qualche sciagura alle mani o fra loro o co’ vicini.
[…]
Partitomi del bosco, io me ne vo ad una fonte, e di quivi in un mio uccellare. Ho un libro sotto, o Dante o Petrarca, o uno di questi poeti minori, come Tibullo, Ovidio e simili: leggo quelle loro amorose passioni, e quelli loro amori ricordomi de’ mia: gòdomi un pezzo in questo pensiero.

Transferiscomi poi in sulla strada, nell’hosteria; parlo con quelli che passono, dimando delle nuove de’ paesi loro; intendo varie cose, e noto varii gusti e diverse fantasie d’huomini. Viene in questo mentre l’hora del desinare, dove con la mia brigata mi mangio di quelli cibi che questa povera villa e paululo patrimonio comporta. Mangiato che ho, ritorno nell’hosteria: quivi è l’hoste, per l’ordinario, un beccaio, un mugnaio, dua fornaciai. Con questi io m’ingaglioffo per tutto dí giuocando a cricca, a trich-trach, e poi dove nascono mille contese e infiniti dispetti di parole iniuriose; e il più delle volte si combatte un quattrino, e siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano. Cosí, rinvolto in tra questi pidocchi, traggo el cervello di muffa, e sfogo questa malignità di questa mia sorta, sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la se ne vergognassi.
Ma…
Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro.

E perché Dante dice che non fa scienza sanza lo ritenere lo havere inteso – io ho notato quello di che per la loro conversazione ho fatto capitale, e composto uno opuscolo De principatibus; dove io mi profondo quanto io posso nelle cogitazioni di questo subietto, disputando che cosa è principato, di quale spezie sono, come e’ si acquistono, come e’ si mantengono, perché e’ si perdono. E se vi piacque mai alcuno mio ghiribizzo, questo non vi doverrebbe dispiacere; e a un principe, e massime a un principe nuovo, doverrebbe essere accetto: però io lo indirizzo alla Magnificentia di Giuliano. Filippo Casavecchia l’ha visto; vi potrà ragguagliare in parte e della cosa in sé e de’ ragionamenti ho hauto seco, ancora che tutta volta io l’ingrasso e ripulisco.

[…]
Appresso al desiderio harei che questi signori Medici mi cominciassino adoperare, se dovessino cominciare a farmi voltolare un sasso; perché, se poi io non me gli guadagnassi, io mi dorrei di me; e per questa cosa, quando la fussi letta, si vedrebbe che quindici anni, che io sono stato a studio all’arte dello stato, non gli ho né dormiti né giuocati; e doverrebbe ciascheduno haver caro servirsi di uno che alle spese di altri fussi pieno di esperienza. E della fede mia non si doverrebbe dubitare, perché, havendo sempre observato la fede, io non debbo imparare hora a romperla; e chi è stato fedele e buono quarantatré anni, che io ho, non debbe poter mutare natura; e della fede e bontà mia ne è testimonio la povertà mia. Desidererei adunque che voi ancora mi scrivessi quello che sopra questa materia vi paia. E a voi mi raccomando.
Sis felix.

Die 10 Decembris 1513.
NICCOLÒ MACHIAVEGLI in Firenze

 

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Ed è bello..
Ed è veramente così bello, dopo una giornata passata rinvolta in tra questi pidocchi, tratto il cervello di muffa, e sfogata questa malignità di questa mia sorta, sendo contento calpestata  per questa via, per vedere se la se ne vergognassi..
Ed è veramente bello, dico, dopo tutto ciò, vedere che è venuta sera, e che posso intrattenermi con gli antichi, di quel cibo che solum è mio, e che io nacqui per lui.
Ci sono poche cose che non cambiano.
Questa è una di quelle.
E stasera, e oggi, tra gli antichi, c’è anche il Principe.

Niccolò Machiavelli.

 

Arianna Mariolini

 

 

Arianna Mariolini

Mi chiamo Arianna Mariolini (Ary). Sono nata il 6 gennaio 1998 a Clusone, in provicia di Bergamo, ma attualmente risiedo a Pisogne, un bellissimo borgo bresciano. Dal settembre del 2012 frequento il Liceo classico Decio Celeri di Lovere. Le mie principali passioni sono la letteratura e la musica...

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