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Attraverso lo specchio : Lewis Carroll

“Adesso la bacia. Le dirà che la differenza tra un corvo e una scrivania, lui, nemmeno l’ha mai saputa. Però sarà bello e.. Dolce, a modo suo. Sì, dolce. Spalancherà quei grandi occhi verde arancio e la guarderà. Così bella, i ricci d’oro e gli occhi azzurri. Adesso la bacia, anche se lei è Alice ed è distratta, e lui è il cappellaio ed è Matto.”

 

Io questo bacio me l’aspettavo, in fondo, nel finale del film “Alice nel paese delle meraviglie”.
Ma Johnny Depp, interprete del Cappellaio Matto, ha ahimè dichiarato che altro non erano, quel folle e quella bimba, se non fratello e sorella.
“Si proteggevano l’un l’altro. Era un rapporto speciale, ad ogni modo.”
Chissà cosa direbbe Carroll Lewis, se fosse ancora in vita.
Carroll Lewis. La parte matta di Charles Dodgson, quel noioso matematico.
Chissà se avrebbe detto che erano davvero fratello e sorella, il cappellaio e Alice.

Se d’altronde erano davvero fratello e sorella, o altro, lo scrittore stesso ed Alice Liddell.

 

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Carroll Lewis era appunto lo pseudonimo di Charles Dogson. E una linea sottile, impercettibile ma così tangibile e reale nella vita dello scrittore.
Dogson: matematico noioso, professore che vede le sue aule vuole, con masse di studenti che disertano, uno scrittore che tiene quasi nascosti i suoi lavori, schivo, triste, mai una foto in cui sorride, la morte che lo coglie vergine. Lezioso e azzimato, i ricci pettinati con cura che gli svolazzano sopra le orecchie. Poi, con gli anni, sfiorì educatamente, senza clamore, sempre con la stessa espressione assente e seria, ma assumendo un aspetto più malinconico, come se la tristezza lo divorasse. Aveva un non so che di acerbo o incompiuto: si sarebbe detto che gli mancasse qualcosa, per diventare un vero essere umano. Scrisse da buon matematico racconti e poesie nonché venticinque trattati di matematica, tutti firmati Charles Dodgson, niente pseudonimi. Trascorse quarantasette anni all’Università di Oxford, dove insegnava.
Dogson scrisse spesso della sua infanzia descrivendola come il più meraviglioso dei paradisi. Ma in realtà la vita non è mai così semplice, e lo scrittore uscì segnato da quell’infanzia in apparenza tanto amena.
Erano undici fratelli, ma soltanto tre si sposarono. Inoltre Charles e sei delle sorelle balbettavano, e un tale difetto rese ancora più dura la frequentazione nella scuola di Rugby. Vi prese parte a quattordici anni e vi rimase fino ai diciassette. Fu per lui un’esperienza brutale: alcuni biografi sostengono che la sua sessualità traumatizzata risalga a quel periodo.

 

E poi abbiamo Carroll Lewis. Un po’ come Dottor Jekyll e Hyde.
Lewis era davvero tutt’altra cosa, se non per quella malinconia negli occhi, tipico delle grandi anime e dei folli artisti. Ad Oxford era nota la sua mania di fotografare bambine nude. Ordinò che quelle foto venissero distrutte alla sua morte, e tuttavia ne conserviamo una, quella di Evelyn Hatch, nove anni. Un ritratto raccapricciante: sdraiata su un fianco, rivolta verso l’obiettivo, un ginocchio flesso e le braccia dietro la testa, la stessa posa pornografica stereotipata delle bionde formose dei calendari per camionisti. Ma Carroll per tutta la vita riuscì a bordeggiare la linea dello scandalo, senza mai oltrepassarla. Matto, pazzo, fantastico, tanto da immaginare un mondo magico, fatto di conigli in ritardo, di teste tagliate, un cappellaio matto, lui, e una bimba fantastiosa, Alice.
Era buono, debole e docile, adorava il teatro e aveva un animo artistico, giocherellone, ribelle e creativo. Ma la voce del padre lo spinsero a prendere gli ordini minori e diventare diacono.

Dodgson. Il reverendo, vestito in nero, conservatore in tutte le sue manifestazioni religiose o politiche, lezioso e baciapile, bacchettone al punto di abbandonare un teatro, furibondo, se un attore entrava in scena vestito da donna.

Carroll il geniale trasgressore, con un senso dell’umorismo che poteva mandare a gambe all’aria tutte le convenzioni, appassionato di un’arte d’avanguardia quale era ai tempi la fotografia, anticonformista, dedito a tastare le bambinette. Un rappresentante perfetto della dualità, la repressione e l’ipocrisia dell’epoca vittoriana.

Carroll aveva strane preferenze, anomale contraddizioni. E tutto soffocava sotto il peso di calcoli algebrici.
Tutto, tranne quella strana amicizia.

 

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Lewis (e non Dogson) conobbe Alice (quella Alice? Direi di sì) ai 4 anni della bambina.
L’occasione fu data dal trasferimento dei Liddel e dell’inizio della carriera del padre Henry George Liddel nella stessa scuola del professore Lewis (e Dogson).
Iniziò una frequentazione, che portò dunque alla conoscenza tra lo scrittore e le tre piccole figlie del professore.
Inizialmente, a dire il vero, rimase ammaliato da Lorina, la sorella di 7 anni e fu colpito dalla piccola Ethel, di due. Le osservava giocare nel loro giardino, guardava le corse nei prati e i capelli bruni. Non era ancora un Cappellaio Matto, non esisteva ancora la sua Alice, tutto aveva origine e si disperdeva in quelle torride ore d’estate.

Col tempo, i desideri e gli affetti che Lewis da buon Dogson sfogava nei calcoli matematici, iniziarono a crescere: cominciò a far visita alle sorelle tutti i giorni, fino a irritare la signora Liddell, che vedeva in quel 24enne quasi sconosciuto un nulla di buono per la quiete delle figlie. Iniziò a scattar loro le prime foto (che segneranno tutta la vita dello scrittore), portava regali e scriveva lettere da vero amante. Con il passare degli anni, Alice, così piccola, gli occhi azzurri e quel morbido caschetto di capelli color bruno, diventò la prediletta. Le piaceva fotografarla, vestita da mendicante, con gli stracci che lasciavano scoperte le spalle e parte del petto, vestita elegante tra i fili d’erba, nel giardino in cui ora lo scrittore aveva accesso.
Guardami, Alice.
E scattava.

Aveva sempre avuto un debole per i bambini (non i maschi: per essi provava addirittura repulsione). Amare una bambina, diceva, era un dono di Dio.
Anche Alice lo amava, a modo suo. Come non amare d’altronde, una persona grande ma piccola, così matto, pronto a farla ridere, giocare, divertire, a raccontare quelle storie.
Bisogna immaginarlo.
“Carroll Carroll scriverai un giorno un libro per me?”
“Oh Alice, io ti farò di un folle regno la mia regina..”
Sdraiati su un prato, lo sguardo al cielo.
Gli stessi pensieri, 20 anni di meno.

 

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/7/72/Alice_Liddel_-_Beggar_Girl.jpg
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La ragazza che inseguiva il coniglio in ritardo prese vita durante una torrida estate.
4 luglio 1862. Il silenzio, le ore afose, un batter di remi nell’acqua.
Una gita in barca, Carroll e Alice.
Il cappellaio Matto e la sua Alice.
“Carroll, Carroll, raccontami una storia.”
Uno sguardo al fiume.
“Mmm beh, c’era una volta una bambina tanto bella.. E si chiamava.. Alice, ecco, Alice.”
Improvvisava al momento, ma quel giorno (Carroll aveva trent’anni, Alice dieci), le raccontò una storia stupenda, la cui protagonista era una certa Alice (così simile a quella vera, curiosa, fantasiosa, così tremendamente.. sua) che cadeva nella tana di un coniglio bianco. La piccola, entusiasta, gli chiese di scrivere il racconto e regalarglielo. E Carroll, sempre rapito da quella bimba dagli occhi pieni di vita tanto cercata dagli scrittori, si mise all’opera la sera stessa. Il manoscritto della prima versione del libro, intitolato £Le avventure di Alice sottoterra£ e illustrato con disegni dello stesso Lewis, fu ultimato soltanto a novembre del 1864. Il rapporto fra Carroll e Alice era ormai andato in frantumi; tuttavia, lui gliene fece dono.

La rottura tra i due era avvenuta un anno prima: 1863, in estate.
Ogni cosa tra loro, a pensarci, avveniva nelle ore calde, nelle ore di giugno, agosto, luglio.
Come il sogno di una notte di mezza estate.
Come le cose effimere, che la bella stagione porta, e il malvagio autunno rapisce.

Brevi ed effimere, come le dolci ore afose.

Accadde in seguito ad un diverbio con la signora Liddell, madre della piccola. Dei biografi affermano che Dodgson avesse chiesto la mano di Alice, rapito da quella piccola Musa e ormai consapevole che il suo sentimento amoroso non poteva essere a lungo ancor soppresso. Alice all’epoca aveva undici anni, lui trentuno. La signora Liddell aveva sempre nutrito una profonda e comprensibile diffidenza verso quello strano giovane che aveva inoltre il vizio di toccare: baciava le bambine, le faceva sedere sulle ginocchia, le accarezzava.
Innamorato di Alice, possiamo immaginare i suoi tipici comportamenti elevati a dismisura.
Le parole dette a Lewis furono tanto terribili che lui non le riportò mai nei suoi diari.

“Quando cominciasti a crescere il suo atteggiamento nei tuoi confronti diventò troppo affettuoso e mamma glielo fece notare; lui si offese tanto che tutto finì in quel momento”, scrisse la sorella ad Alice, molti anni più tardi.

Presero strade diverse, umori diversi, ricordi uguali.
Lei crebbe, e fu donna di singolare bellezza, capelli scuri, corti, occhi azzurri profondamente espressivi e indimenticabili. Nelle foto scattate da Lewis mostra civetteria, fulminando lo scrittore con lo sguardo, come una piccola regina sicura del proprio potere. È probabile che lo avesse amato, nell’ingenuità quasi tenera della sua fanciullezza perduta: dopo molti anni fatti di silenzio tra la musa e l’artista, diede al suo terzo e ultimo figlio il nome di Caryl.
Cresceva, lei, si sposava con un giovane bello e volgare, non era l’Alice del libro, lo era stata, ma certo era storia vecchia: conduceva ora un’esistenza convenzionale per una donna dell’epoca.

 

http://www.fineartsmag.com/wp-content/uploads/2014/11/Pomona-Alice-Liddell-1872.jpg
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Ma lui, come un Peter Pan, non era cresciuto, non era cambiato.
Dodgson continuava con le sue noiose lezioni da matematico, Lewis continuava con passioni assurde e perverse, malate.
Ma senza Alice non fu mai più lo stesso.
Lewis era rimasto il Cappellaio Matto di quel matto mondo, e sempre attendeva la sua Alice.

Incominciò ad avere decine di amiche-bambine che adescava con stratagemmi puerili. Viaggiava con una valigetta colma di giocattoli e quando incontrava una bambina in treno, subito apriva il suo baule delle meraviglie. Incominciò a trascorrere le estati a Eastbourne, dove poteva abbordare le piccole con facilità. Teneva in tasca spille da balia nel caso capitasse di dover raccogliere le sottane delle bambine, per passeggiare mano nella mano lungo la riva del mare. E alla fine di ogni anno annotava la lista delle sue conquiste. Nel frattempo aveva pubblicato ufficialmente “Alice nel paese delle meraviglie”, versione leggermente modificata rispetto a quella donata alla prediletta.
Molti sostengono che Alice Liddell e la protagonista del romanzo non siano in realtà la stessa persona, ma curioso è vedere che nl XII ed ultimo capitolo del libro “Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò” figura un acrostico, poema che, letto dall’alto in basso concentrandosi sulla prima lettera di ogni verso, forma il nome

«Alice Pleasance Liddell».

« A boat beneath a sunny sky,
Lingering onward dreamily
In an evening of July

Children three that nestle near,
Eager eye and willing ear,
Pleased a simple tale to hear

Long has paled that sunny sky:
Echoes fade and memories die.
Autumn frosts have slain July.

Still she haunts me, phantomwise,
 Alice moving under skies
Never seen by waking eyes.

Children yet, the tale to hear,
Eager eye and willing ear,
Lovingly shall nestle near.

In a Wonderland they lie,
Dreaming as the days go by,
Dreaming as the summers die:

Ever drifting down the stream
Lingering in the golden gleam
Life, what is it but a dream? »

Chissà come reagì, Alice.
Quella vera vera.
Forse vide il libro in una vetrina, mentre passeggiava per le viuzze inglesi, con un figlio in braccio, uno per mano e uno nel grembo, e il marito al lavoro.
Chissà se le corse nella mente quel prato grande e loro, a parlar di tutto e niente, 20 anni di meno, gli occhi neri e tristi.
Un battito di remi nell’acqua azzurra un pomeriggio di luglio di tanti anni fa.
“Mmm beh, c’era una volta una bambina tanto bella.. E si chiamava.. Alice, ecco, Alice.”

Quella Alice sono io.

Il libro ebbe un grande successo e questo spianò la strada ai suoi flirt: anche se Doglas faceva di tutto per nascondere che era Lewis Carroll, alle piccole rivelava subito di essere l’autore di quel libro. E loro cadevano ai suoi piedi.
Prese a frequentare bambine attrici perché le loro famiglie facilmente gli permettevano di fotografarle nude o di uscire da sole con lui. Divenne amico della pittrice Gertrude Thompson che disegnava fatine nude e si serviva di modelle in carne e ossa. Gertrude gli mandava modelle da Londra, bambine povere che posavano senza vestiti per le sue foto. La sua mania divenne pericolosa: scriveva lettere alle madri delle bambine, chiedendo qual era la minima quantità di vestiti con la quale poteva fotografare le piccole (“certo, sarebbe meglio senza niente addosso”), e che le bambine venissero da sole. E rispondevano che sarebbero invece state accompagnate mandava missive furibonde, offeso nella sua dignità per quella mancanza di fiducia.
Creò un tale scandalo a Oxford che nel 1880 dovette lasciare per sempre la fotografia: poichè non poteva più ritrarre bambine senza vestiti, non avrebbe più scattato foto. Abbandonò questa passione, quella per le foto. Ma non quella per la visione di quelle carni segrete e dolcissime: continuò a dipingere bambine nude, nell’atélier di Gertrude.

Così trascorse la sua esistenza, in una frustrante successione di bambine che si sedevano sulle sue ginocchia e che poi crescevano e lo abbandonavano (“l’amore dei bambini è una cosa effimera”). Tutte le piccole che baciò con foga e per le quali inventava mondi fantastici conservarono di lui un ricordo meraviglioso: le relazioni che intrecciava erano malsane, ma pare che non nuocessero alle piccole amate.

Doglas invecchiò.
Lewis non invecchiò mai
E alla fine anche Doglas si abbandonò a quella sua mania che aveva sempre represso.
Dobbiamo immaginarlo, vecchio e stanco, una bimba che dorme sul suo grembo, le dita bianche e lunghe e sottili di lui tra le onde morbide di puerili capelli.
Tutto questo amore a vuoto, tanta impossibilità, l’infinita solitudine e l’abbandono. La vita di Carroll fu una malinconica vita al limite, sul sottile confine tra il senno e la pazzia.

 

E il suo più grande amore, la passione primordiale seguita come pallidi calchi dalle altre, fu Alice Liddell. Il ricordo di Alice racchiudeva l’innocenza della prima volta, un battere di remi nell’acqua, il lampeggiare del sole tra le foglie, il calore della giovinezza e dell’estate, la bellezza del mondo e delle cose. E Dodgson lo disse chiaramente quando scrisse a Alice nel 1885 (lui 53 anni e lei 33) per chiederle il manoscritto originale delle Avventure di Alice sottoterra:

 

 “Mia cara signora Hargreaves [il suo nome da sposata], suppongo che questa le parrà una voce dall’oltretomba, dopo tanti anni di silenzio; tuttavia […] l’immagine mentale di colei che per tanti anni è stata la mia amica-bambina ideale è come sempre vivida. Da allora ho avuto tante amiche-bambine, ma non è stata mai la stessa cosa”.

 

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Alice Liddell morì a Westerham nel 1834.
O forse.. No, forse non morì.
Vecchia e stanca, vide un giorno un coniglio dal bianco pelo, con il panciotto e un orologio in mano.
Lui no, saltellava, lui no, non era proprio invecchiato.
“Dove vai Coniglio?”
“E’ tardi è tardi!”
Alice prese con passo lento e stanco a seguirlo.
Si infilò in un buco nel terreno, il coniglio.
“Bianconiglio, dove..”
Si affacciò, e cadde.
Ritornò nel magico mondo delle meraviglie, in cui sempre l’aveva attesa quel Matto del suo Cappelaio.
Lewis Carroll.

 

 

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Arianna Mariolini

 

 

Arianna Mariolini

Mi chiamo Arianna Mariolini (Ary). Sono nata il 6 gennaio 1998 a Clusone, in provicia di Bergamo, ma attualmente risiedo a Pisogne, un bellissimo borgo bresciano. Dal settembre del 2012 frequento il Liceo classico Decio Celeri di Lovere. Le mie principali passioni sono la letteratura e la musica...

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