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La parte oscura della letteratura italiana

Quasimodo.
Ed è subito poesia.
Montale, un milione di scale.
Manzoni, un sacco di emozioni.
Leopardi, non trovo rima, ma ciò che ne penso è cosa nota.
I grandi della letteratura, ogni loro parola scelta, accurata, carezzata e carezzevole, la dolce tranquillità che ne deriva dalla lettura, l’estasi degli abissi dopo la profondità dei loro scritti, la bellezza di una cultura acquisita e da loro tramandata.
Un dono come oro.
Ma…
Ma non è tutto oro ciò che luccica.
Non tutti gli orefici forgiarono oro, e talvolta anziché la bellezza degli abissi e il dorato luccichio ci troviamo d’innanzi un pacchiano paesaggio dipinto da un prodigo ed antico Moccia, e dell’oro che manco il peggio dei China-town.

 

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Come Ille Monti.
Orbene dunque si, quel famoso Monti, quello del Pelide Achille (o in questo caso titolo più azzeccato sarebbe i peli de Achille) che più che una traduzione è una cosa che fai prima a leggertela in greco che magari qualcosina di più ci capisci.
Bella per carità, ma quanto a fedeltà siamo a livello Elena de Troia, non so se mi spiego.
Quel Monti all’epoca sua osannato, amato, quel Monti che messaggiava con l’Ugo e il Leo, quello che, a detta di quest’ultimo “poeta dell’orecchio e dell’immaginazione, del cuore giammai”.
Una retorica e un’ampollosità in effetti adulatorie, ma poca sostanza, poco cuore.
Più che sul personaggio, da me forse non troppo amato, ma a cui d’altronde non potrei nemmeno allacciare le scarpe per la grande mostruosità letteraria, vorrei soffermarmi sulla sua opera emblema, quella che più mi strappa un sorriso per via di quel suo lecchinaggio tanto solcato che mi fanno chiedere come avesse Monti la lingua.

 

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Al signor di Montgolfier.
Ed è subito risata non voluta dall’autore.
Una leccata che mamma mia.

Premesso il paragone tra Montgolfier a Giasone (e pare poco?), e va bene pure l’invocazione tipica greca, va bene le salme umane che varcano la tempesta, ma ahimè, rabbrividisco al:
 

Rattien la neve, o Borea,
Che giú dal crin ti cola;
L’etra sereno e libero
Cedi a Robert che vola.
[…]

Certo la vista orribile
L’alme agghiacciar dovría;
Ma di Robert nell’anima
Chiusa è al terror la via.
E già l’audace esempio
I più ritrosi acquista;
[…]

Che piú ti resta? Infrangere
Anche alla morte il telo,
E della vita il nèttare
Libar con Giove in cielo.

Un uomo che porta una grande invenzione, una mongolfiera, che diviene il meglio degli uomini greci, il meglio degli eroi, da zero to hero. Una ruffianaggine ed una adulazione che lo porta dalle stalle alle stelle. Con la sua mongolfiera.

Ma c’è Mare e Monti, una varietà spaventevole.
Emilio Praga, per esempio.
Che, per quanto io deplori la moda, preferisco persino le borse della Praga.
Avete presente gli scapigliati?
Ecco, quelli a me piacciono. Baudelaire, per citarne uno.
I poeti maledetti, quelli per cui gli adolescenti (o perlomeno i pochi adolescenti che si sentono albatri o che almeno sanno cosa sia una poesia) impazziscono.
Praga era uno di questi. Per dirvi, non seppe adattarsi a un lavoro regolare e si diede all’alcool, abbandonandosi a una vita disordinata, costellata spesso dall’uso di sostanze stupefacenti. In questo, tra gli scapigliati, fu quello che visse più autenticamente il modello del maledettismo (o del poeta maledetto) incarnato dallo stesso Baudelaire. Morì in miseria, nel 1875, a soli 36 anni, distrutto dai propri vizi.

Ma partiamo proprio da Baudelaire e il suo Rimorso postumo (1857) , giusto per poi vedere il confronto tra quello che è cioccolato e quello che.. Beh, proprio cioccolato non è..
Il poeta immagina che la donna che lo ha respinto, ormai nella tomba umida ed oscura, col cuore oppresso e rosa dal verme del rimorso, rimpianga atrocemente di non essersi abbandonata all’amore.
Il tema: le occasioni perdute e il trascorrere inesorabile del tempo, con l’esortazione alla donna amata a non lasciarli fuggire.

Quando tu dormirai, mia bella tenebrosa,
nel fondo di una tomba in marmo nero
e quando per castello e alcova non avrai
che una fossa profonda ed un sepolcro in cui stilla la pioggia;
quando la pietra, opprimendo i tuoi seni impauriti
e i tuoi fianchi illanguiditi in dolce abbandono,
impedirà al cuore tuo di battere e volere,
e ai tuoi piedi di andare all’avventura,
la tomba, confidente del mio sogno infinito
(perché sempre la tomba comprenderà il poeta):
in quelle lunghe notti senza sonno
ti dirà: “A che ti serve, cortigiana malriuscita,
non aver conosciuto quello che i morti rimpiangono?”
E il verme roderà la tua pelle, come un rimorso.

 
Un senso non raccapricciante, ma di tristezza profonda, la tristezza dell’attimo non colto, del rimorso di ciò che avremmo potuto fare, accettare, prendere, e che alla fine sfugge, troppo lontano ormai per riuscire anche solo a scorgerlo nuovamente.
Cogli la vita, che del doman, non v’è certezza.
Avete afferrato? Bene.

 

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Passiamo dunque a quel caro Praga, il quale tenta una traduzione del Charles, con il risultato di uno scritto macabro, che causa un ghigno buffo a chi la legge, tra il riso, lo schifato e la convinzione di essere davanti a qualcosa di malriuscito e a tratti patetico.
A voi, “Vendetta Postuma”.

Quando sarai nel freddo monumento
immobile e stecchita,
se ti resta nel cranio un sentimento
di questa vita,
ripenserai l’alcova e il letticciuolo
dei nostri lunghi amori,
quand’io portava al tuo dolce lenzuolo
carezze e fiori.
Ripenserai la fiammella turchina
che ci brillava accanto,
e quella fiala che alla tua bocchina
piaceva tanto!
Ripenserai la tua foga omicida
e gli immensi abbandoni;
ripenserai le forsennate grida
e le canzoni;
ripenserai le lagrime delire,
e i giuramenti a Dio,
o bugiarda, di vivere e morire
pel genio mio!
E allora sentirai l’onda dei vermi
salir nel tenebrore,
e colla gioia di affamati infermi
morderti il cuore.

E che dire, i vermi che ti mangino, questo si che esprime ancor meglio di Baudelaire il senso del rimorso, che dire, vermi che mordono, sublime, sublime davvero, cosa c’è di meglio di un’immagine più pratica che metaforica, altro che Baudelaire, Baudelaire i vermi mica ce li aveva messi, e invece Praga in 4 e 4-8 ti spiega cosa succede quando muori, così, se non lo sapevi.
L’orrenda sublimità letteraria del cranio vermato.

Con un salto incoerente e temporale assurdo, all’indietro per giunta, passiamo al Barocco.
Marini.
Un altro ennesimo adulatore di masse, un giocoliere di ampollosità, fumo everywhere, una sostanza limitata ed effimera nella realtà.
Una vita dissipata, ma sulla carta sempre salvata con l’ennesimo parac..
Con tanti giochi retorici.
Ce n’è una in particolare, una poesia, che la mente perversa quale è la mia non riesce a concepire in maniera candida e schietta.
Ampollosità nel descrivere le te..seno della sua donna.

Oh che dolce sentier tra mamma e mamma
scende in quel bianco sen ch’Amore allatta!
Vago mio cor, qual timidetta damma,
da’ begli occhi cacciato, ivi t’appiatta.
Da l’ardor, che ti strugge a dramma a dramma,
schermo ti fia la bella neve intatta:
neve ch’ognor da la vivace fiamma
di duo Soli è percossa e non disfatta.
Vattene pur, ma per la via secreta
non distender tant’oltre i passi audaci,
che t’arrischi a toccar l’ultima mèta.
Raccogli sol, cultor felice, e taci,
in quel solco divin (se ’l vel nol vieta),
da seme di sospir mèsse di baci.

Leggete e ridetene tutti.

Terza e penultima tappa del nostro viaggio, altro incoerente salto temporale.
Dal Barocco al tempo arcadico, dove ogni cosa è pecorella e pastorello, ogni cosa coverta di simpatici nastrini, ogni cosa filetto d’erbetta tenero.
Roba che se ti fai di zuccheri in vena non t’ammazzi tanto.
Un diabete che mi sale dalla bocca dello stomaco.

Prendiamo qui “un sogno”. Che a me pare più un incubo, ma vada dunque per il sogno.
Probabilmente io e il buon caro e vecchio Vico, l’autore, consideriamo con due punti di vista leggermente diversi l’essere trasformato in un cane e slinguazzare sulle labbra l’amata.
Ordunque.

Sognai sul far dell’alba, e mi parea
ch’ io fossi trasformalo in cagnoletto :
sognai che al collo un vago laccio avea ,
e una striscia di neve in mezzo al petto.

(A me sale il crimine letteralmente a veder il termine “VAGO”, V-A-G-O utilizzato dai grandi in ottimi contesti-vedi Petrarca con il vago misure ch’oltre misura ardea di quei begl’occhi di Laura- e qui cosa? Un laccio e un cagnetto).

Era in un praticello, ove sedea
Clori di ninfe in un bel coro eletto ;
Io d’ella, ella di me prendea diletto ;
dicea: -Corri, Lesbino; ed io correa.

(Già la cosa era ridicola di suo senza che ci mettessimo pure il Lesbino)

Segua: – Dove lasciasti, ove sen gìo,
Tirsi mio, Tirsi tuo, che fa, che fai ?
Io gia latrando, e volea dir: son io.

M’accolse in grembo, in duo piedi m’alzai ,
inchinò il suo bel labbro al labbro mio:
Quando volea baciarmi, io mi svegliai.

 

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Per fortuna che si sveglia.
Legger altro io non potea proprio.

Ultimo passaggio, aimè per me il più dolente, perchè mi si tocca il D’Annunzio.
D’Annunzio che adoro, c’è da dirlo.
Leggo sempre “La pioggia nel Pineto” nei giorni di pioggia, la leggo affiacciandomi alla finestra che da’ su un bellissimo bosco, la leggo quando riesco nel bosco stesso scappando di casa, con le gocce di pioggia che si posano sui ricci facendoli diventare ancora più ribelli, senza ombrello, quello mai, perchè mi piace pensare di essere almeno per un po’ Ermione, con un Gabriele che mi dice di tacere e ascoltare, che piove, lo senti, piove sulla favola bella, che ieri t’illuse, che oggi ti illuse, Ermione..

Eppure anche i grandi sbagliano, e come detto prima, non è tutto oro ciò che luccica, nè ogni pineto ha la sua pioggia.

Prendiamo, ad esempio, il Fuoco.
Storia di sesso, brutalmente riducendola. Un amore da sottomessi, schiavo, malato.
Riporto qui l’incipit, esempio di quell’ampolosità che aborro, condanno, spilla di una poetica vantata, e non nascosta, come un buon albatro.

– Stelio, non vi trema il cuore, per la prima volta? – chiese la Foscarina con un sorriso tenue, toccando la mano dell’amico taciturno che le sedeva al fianco.
– Vi veggo un poco pallido e pensieroso. Ecco una bella sera di trionfo per un grande poeta!
Uno sguardo le adunò negli occhi esperti tutta la bellezza diffusa per l’ultimo crepuscolo di settembre divinamente, così che in quell’animato cielo bruno le ghirlande di luce che creava il remo nell’acqua da presso cinsero gli angeli ardui che splendevano da lungi su i campanili di San Marco e di San Giorgio Maggiore.

Io mi sono persa. Non so voi.

 

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Mandatory Credit: Photo by Alinari / Rex Features (703120a)
Gabriele D’Annunzio
Gabriele D’Annunzio, Italy

E ultimo punto, ultimo per non smontare quel D’Annunzio che è anche un po’ mio.
Tratto sempre da “Il Fuoco”.
E qui rivedo il D’Annunzio che si fa togliere le costole.

“Ed ella voleva morire, e voleva esser presa e abbattuta all’improvviso da quella violenza maschia. […]
Il bacino voluttuoso come un seno che si offre, l’estuario perduto nell’ombra e nella morte, la Città accesa dalla febbre crepuscolare, l’acqua scorrente nella clessidra invisibile, il bronzo vibrante nel cielo, la soffocante brama, le labbra serrate, le palpebre basse, le aride mani, tutta la piena ritornò nel ricordo della promessa muta. Egli desiderò con un ardore selvaggio quella carne profonda.”

Un pathos fin troppo eloquente che ammiro. Ma ahimè, su quel bacino voluttuoso mi crolla tutto, e nell’idillio manca solo Lesbino che corre.

No, non è tutta stella la letteratura, non è tutto oro ciò che luccica.
Anche i più grandi mi cadono su un bacino, su un cranio e un Lesbino.
Ma, forse, è proprio nel constatare la bellezza delle stelle e del cioccolato, che ci accorgiamo dei satelliti e della m..ancata bellezza altrui.
Forse, è proprio nelle pagine buie, che vediamo ancor di più quelle chiare.
Proprio nelle cose oscure che vediamo le più care, un Moccia contro Leopardi, un Fabio Volo che non sormonta Foscolo, un cellulare che viene coperto da un libro, sempre.
Ed è per questo che, ora che piove, proprio ora, Gabriele, quello buono, il mio, mi aspetta là in un bosco.
Niente Lesbini e sogni volgari.
Una semplice Ermione in un bosco.
Ancora per oggi.

 

Arianna Mariolini

 

Arianna Mariolini

Mi chiamo Arianna Mariolini (Ary). Sono nata il 6 gennaio 1998 a Clusone, in provicia di Bergamo, ma attualmente risiedo a Pisogne, un bellissimo borgo bresciano. Dal settembre del 2012 frequento il Liceo classico Decio Celeri di Lovere. Le mie principali passioni sono la letteratura e la musica...

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