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La Chiesa si occupa di ecologia?

L’enciclica di papa Francesco, “Laudato si’”, ha suscitato parecchio interesse ma anche qualche perplessità. Perché la Chiesa si occupa di ecologia? Era proprio necessario?

L’ecologia non è uno dei pilastri della fede cristiana, la creazione sì. Infatti, sin dalle prime pagine della Sacra Scrittura si afferma: «In principio Dio creò il cielo e la terra» (Genesi 1,1). Anche se è frutto dell’esperienza di fede del popolo d’Israele, messa per iscritto, si afferma un’esistenza delle cose come fuoriuscite dalla mano divina, pur non essendo esse stesse Dio.
Se Dio è la ragion d’essere della creazione, questa è stata affidata all’uomo affinché «lo coltivasse e lo custodisse» (Genesi 2,15). La riflessione ecologica sembra essere una conseguenza, piuttosto che la “bandiera del momento storico”. Disattendere il “custodire” rientra nell’ordine del peccato: «da un lato la natura è un dono e, dall’altro, è una vocazione per l’uomo» (1). Vocazione significa anche impegno e movimento verso la realizzazione del progetto di Dio che non è da leggere nei termini dello “sfruttare” ma del “portare a compimento”. Ma si può ricadere in un nuovo errore: anche il costruire smisuratamente è portare a compimento il progetto di Dio? No! La fondamentale formula che equilibra la custodia della creazione con il compimento della stessa ha come discriminante fondamentale l’uomo. Colui che è artefice del disastro ecologico è lo stesso metro di giudizio per uso corretto delle risorse naturali e di tutto ciò che questo mondo ci mette a disposizione: «l’atteggiamento di rispetto per la natura […] dipende, in ultima istanza, dal riconoscimento nell’uomo, prima che nelle cose» (2).

 

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La Chiesa che si occupa dell’ecologia è la stessa che si occupa dell’uomo sapendo che la “casa” che egli abita non è un mero scenario a sua completa disposizione, per il servizio stesso che la creazione deve rendere a tutti gli uomini. La casa-creazione è anche diritto alla vita per tutti e non solo per i pochi che ne usufruiscono in abbondanza fino allo strafogo.
L’enciclica allora, seppure rimane un documento, diventa la magna charta per una nuova coscienza nella Chiesa. Sono stati tanti e, forse, continuano ad essere innumerevoli i documenti “laici” che portano avanti la battaglia ecologica, ma le motivazioni che vi si trovano dietro rischiano di essere animate da mera filantropia fino a diventare ideologie che arrivano a porsi contro l’uomo stesso e che lo equiparano per dignità a tutti gli esseri animali non riconoscendo più il suo proprium.
Forse bisognerebbe cominciare a parlare di una “ecologia umana” affinché l’ecologia ambientale possa fuoriuscire dal rischio di strumentalizzazioni ideologiche: «Nel clima culturale attuale è certamente più facile parlare di scioglimento dei ghiacciai o di diminuzione della biodiversità. È meno impegnativo perché più incline al politicamente corretto. Ma proprio per questo, si rischia di scadere in un moralismo politico, piuttosto che fare un autentico annuncio di verità» (3).
Nessun moralismo, ma la concretezza di un impegno che non può essere ritardato a favore della propaganda politica. E di questo, i cristiani ne sono particolarmente incoraggiati: «Coloro che s’impegnano nella difesa della dignità delle persone possono trovare nella fede cristiana le ragioni più profonde per tale impegno» (Laudato si’, 65).

 

Gabriele Patanè

 

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Note :

(1) G. CREPALDI – P. TOGNI, Ecologia ambientale ed ecologia umana. Politiche dell’ambiente e Dottrina sociale della Chiesa, Edizione Cantagalli, Siena 2007, 57.
(2) Ibid., 47-48.
(3) Ibid., 46-47.

 
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