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Kurt Cobain : As an old memory..


Brevissimo preavviso : cliccando su ogni link, verrete riportati ad un pezzo/album da ascoltare. Buona lettura e buon ascolto!

 

Una chitarra che graffia subito e ti urla “I don’t care”, I don’t care, non mi importa, non mi importa, “I don’t mind, I don’t mind, I don’t have a mind”. La voce di una adolescenza, l’urlo disperato di chi non può andare oltre, di chi vuole evadere ma è rinchiuso all’interno di un sistema che gli toglie tutto. Basso e batteria che picchiano duro. Una fiammata, breve, uno sparo; così avrebbe voluto chiudere la sua esistenza, dire addio al mondo, e così fu. Del resto, nella sua lettera, prima di morire, aveva scritto che sarebbe stato meglio spegnersi in una sola fiammata piuttosto che bruciare lentamente. E noi ci crediamo, ci vogliamo credere.

 

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Kurt Cobain era un ragazzino di Aberdeen, uno di quelli un po’ emarginati, soli ed abbandonati, che se non riesci a gestire o controllare in alcun modo, esce dalle righe e fa un po’ il cavolo che gli pare, senza pensarci due volte. Istinto e voglia di dire no da una parte, sensibilità e riservatezza dall’altra. Kurt era uno di quelli che la musica forse aveva salvato, ma ancor di più, uno di quelli che poi a causa della stessa musica smetterà di vivere i suoi giorni. Kurt era uno di quelli che voleva comunicare con gli altri, che voleva uscire dal proprio scudo, che cercava empatia, sensazioni. Kurt era uno di quelli che non accettava la vita così come gliela davano.

“Prendere o lasciare”, “mangia questa minestra o salta dalla finestra”, “ti ho messo al mondo e dal mondo posso toglierti”, “sarò io a giudicare”. Nessun istinto di fuga, solo un gran trascinarsi gli uni sugli altri dentro una sovrappopolata cisterna, stesi nell’attesa di mangiare più di quel che occorre, e desiderosi di averne di più perché non si sa mai se succederà. Procreare, mangiare, aspettare, lamentarsi, pregare”.

Kurt non era sicuramente uno di quegli “schiavi nati nel proprio mondo, che non si domandano nulla, inconsapevoli dell’approvazione, da parte della propria generazione, di un atteggiamento alla “è così che va il mondo”, derubati di una cultura della penna, nati in una penna che perde l’inchiostro, ma che si ricarica con la razzia dei beni effimeri e la preghiera per il superfluo attraverso la fede dettata dai signori feudali”.

A 14 anni gli venne regalata una chitarra e lui, ispirato dalla musica (amava i Beatles, in particolare il loro primo album, Please Please Me), iniziò a suonare e anche, dopo un po’ di anni, a buttare giù i primi testi e le prime canzoni. Robe adolescenziali, sfoghi di amori mancati, i genitori separati, giretti in città con le ragazzine più strane, i taglialegna di Aberdeen e il rifiuto dell’ambiente scolastico.

 

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E l’adolescenza, l’incomprensione da parte degli altri, l’infanzia difficile, la “distruzione” di un’intera famiglia e tante altre sventure, lo portarono alla prima droga. Cobain non lo sapeva (e non lo voleva sapere, poiché era molto entusiasta di questa esperienza) ma quella piccola canna gli avrebbe distrutto un intero organismo. Prende la “cattiva strada” e abbandona gli studi; la madre, al posto di aiutarlo, lo manda via di casa, e lui è costretto a vivere sotto i ponti. O meglio, tra ponti e salotti di amici o conoscenti. “Avevo sempre desiderato provare l’esperienza della vita di strada, visto quanto era noiosa la mia vita di adolescente ad Aberdeen. Facevo la fila per il buono viveri, vivevo sotto un ponte”, dichiarerà. Magari lo desiderava veramente, ma la sua condizione di felicità non poteva coincidere con la vita sotto i ponti, e ce lo trasmette attraverso uno dei suoi pezzi più malinconici e tristi : Something in the way.

Poi la prima band : i Fecal Matter. Già dal nome si poteva capire la disperazione di questi giovani statunitensi. Hardcore primitivo, punk grezzissimo e sporco (oggi ci resta quest’album da ascoltare), ma a Kurt non importava. Cercava la violenza nella musica, quella violenza che non faceva parte della sua vita, quella violenza che non si permetteva di utilizzare nella quotidianità. Cercava lo sfogo, cercava comprensione, e cosa meglio della musica?

Ma Kurt era anche una mente indipendente, libera, che andava fuori dagli schemi. Faceva scandalo, provocava, faceva scalpore, come quel suo God is gay, – chiarissima provocazione agli omofobi – scarabocchio sul muro che gli costò il carcere.

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E fu quello stesso istinto di libertà e di evasione che lo portò a fondare, insieme al bassista Krist Novoselic e al batterista Chad Channing, i Nirvana. Questa volta, Cobain ci mise un po’ più di impegno nella ricerca del nome : “il Punk è libertà musicale. Vuol dire che suoni e fai quello che vuoi. Nella terminologia del web, “Nirvana” significa libertà dal dolore, dalla sofferenza e dal mondo esterno, e questa per me è la più bella e vicina definizione di Punk Rock” – ma si beccarono una multa salata perché un gruppo chiamato Nirvana esisteva già.

 

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E da lì, via. 1987 : i Nirvana iniziano a suonare nei localini più underground di Aberdeen. Concerti strapieni di gente che poga, che si picchia di brutto, beve e si droga. Il gruppo si scatena sul palco e muove crea la giusta atmosfera. Poi si avvicinano a Seattle, perché è lì che gira la vera musica underground della zona : Aberdeen è una città troppo piccola per sfondare, è un “paesino di taglialegna” come disse Kurt, è poco adatta per i gruppi musicali. Se vuoi vivere di musica, se vuoi fare musica, devi quantomeno avvicinarti a Seattle.

Seattle era la città del grunge, un genere diffusosi da poco, che mischiava un po’ tutto quello che i Nirvana avevano addosso, quindi heavy metal, punk e hard rock e hardcore punk. Insomma, chitarra distorta, accordi piuttosto confusi ma belli, voce a sgolarsi e tanta, tantissima adrenalina. Però, onde evitare di fare di tutta l’erba un fascio, è necessario un po’ individuare i gruppi che popolavano la scena musicale di Seattle in quegli anni. Avevamo i Green River, i Melvins (una volta i Fecal Matters aprirono un loro concerto e Kurt ebbe modo di conoscere i membri del gruppo), i Mudhoney, i Mother Love Bone e poi i famosissimi Pearl Jam.

1989. Esce il primo album dei Nirvana, Bleach. Influenze della scena grunge fin troppo visibili. (Negative creep). La creatura era appena nata e non si poteva non essere influenzati da altri. Le prime canzoni erano molto aggressive ma man mano che passava il tempo sono diventate sempre più pop allo stesso modo in cui sono diventato più allegro. Adesso le canzoni parlano dei problemi delle relazioni sentimentali, ammetterà Kurt pochi anni dopo. E sì, perché nel 1990 aveva conosciuto Courtney Love, che avrà su di lui lo stesso ruolo della musica : àncora di salvataggio e tempesta distruttiva. Courtney era una donna, un’artista, che aveva vissuto una vita quasi analoga a quella di Kurt : problemi familiari e sentimentali, passione per l’arte, la musica (canta e suona la chitarra) e dipendenza dalla droga.

 

ca. 1992 --- Courtney Love and Kurt Cobain --- Image by © Dora Handel/CORBIS OUTLINE
ca. 1992 — Courtney Love and Kurt Cobain — Image by © Dora Handel/CORBIS OUTLINE

 

Intanto nei Nirvana cambia il batterista. A Kurt e a Krist non piace più la batteria di Chad, forse perché troppo “oscura”, forse perché non adatta al sound del gruppo. Dopo aver provato con alcuni batteristi, beccano quello giusto, ed è subito amore. David Grohl.
Con Dave non ci sono problemi e si va avanti spediti verso il 1991 : dopo un cambio di etichetta discografica (si abbandona la Sub Pop e si approda alla DGC Records), si va tutti in sala ad incidere il nuovo album. L’album uscito nello stesso anno, Nevermind, è sicuramente l’album grazie al quale i Nirvana sono passati alla storia, in particolare grazie alla prima traccia, probabilmente la più famosa del trio, Smells Like Teen Spirit (canzone che Kurt odierà quasi fino a rinnegarla). Nonostante il grandissimo successo, per un brano leggendario che gira su quattro semplici ma duri accordi di chitarra, Kurt non riesce ad apprezzare il suo lavoro, lo sente troppo pop, troppo lontano da quello che erano all’inizio i Nirvana.

 

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Kurt odiava il successo, odiava essere commerciale, per quanto ad un certo punto della sua vita avesse detto che alla fine gli andava bene. Eppure stava diventando una rockstar, era sempre impegnato con i video, le interviste, i tour, MTV e tante altre cose. Comunque Kurt voleva andare sempre oltre, non si accontentava di quell’album commerciale (era stato un po’ forzato nello stile dal produttore), però ammette che forse avrebbe dovuto distribuire (come hanno spesso fatto diversi gruppi) i pezzi più orecchiabili (basti pensare a Come as you are, In bloom o Lithium, tutte nello stesso album) in album diversi. In un’intervista per Rolling Stone, dice infatti “Fossi stato furbo, avrei tenuto da parte un sacco di canzoni finite su Nevermind e le avrei distribuite su un arco di 15 anni. Ma proprio non ce la faccio. Tutti i miei album preferiti sono dischi con una grande canzone dietro l’altra : Rocks degli Aerosmith, Never Mind the Bollocks dei Sex Pistols, Led Zeppelin II, Back in Black degli AC/DC..” Forse lui non sapeva che non avrebbe avuto altri 15 anni di vita. Ma un attimo prima, il matrimonio con Courtney, nel 1992. E i dolori lancinanti allo stomaco, uno stomaco che ormai distrutto, dopo tanto dolore (aveva, già prima dell’era Nirvana, iniziato a soffrire di un male incurabile allo stomaco), non ne poteva più. Poi scopre che Courtney è incinta, ma che, nonostante ciò, lei continua a fumare e a drogarsi. Per salvare la povera creaturina, Frances Bean Cobain, i medici la tolgono ai due genitori.

 

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Ritorna così la depressione e la divisione momentanea da Courtney. Diverse volte andò in overdose, anche con la stessa Courtney, e si salvò per miracolo. La droga lo distruggeva sempre di più, ma la dipendenza era troppa, non riusciva più a smettere. Courtney provava ad aiutarlo, ma anche lei era dipendente e quindi insieme ricadevano in quella terribile fossa senza fine.

E allora, nel 1993 arriva In Utero, l’ultimo album, forse il più “puro” in stile Nirvana. Kurt non sapeva che sarebbe stato il loro ultimo album, infatti, sempre nella già citata intervista, aveva detto : “Non voglio fare uscire un altro disco uguale agli ultimi 3. “Grunge” è un termine ingombrante quanto “new wave”. Non ne esci. E ormai è superato. Bisogna correre dei rischi, sperare di incrociare i gusti di un pubblico completamente diverso rispetto a prima, oppure che lo stesso pubblico di prima cresca insieme a te”. E probabilmente questo era il sogno di Kurt : non essere adorato e idolatrato incondizionatamente perché mitico fondatore dei Nirvana, ma vivere un’avventura e una storia musicale e crescere sempre, essere criticato o odiato (ma con sincerità) per le sue scelte musicali e per i suoi pezzi, allo stesso modo di essere apprezzato per quanto aveva fatto, se veramente lo si apprezzava. Del resto, come diceva uno dei suoi pezzi più famosi, Come as you are : vieni come sei, come eri, come voglio che tu sia, come un amico, come un amico, come un vecchio nemico. Prenditi tutto il tempo, fai in fretta. La scelta è tua, non fare tardi. […] E giuro che non ho un fucile, no, io non ho un fucile.


 

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E a causa di un fucile si spense, il 5 aprile 1994.

 

“Ricordiamo Kurt per quello che era : premuroso, generoso e dolce. Teniamoci la sua musica. L’avremo per sempre, per sempre.” Krist Novoselic, elogio funebre per Kurt Cobain.

 

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“Grazie per aver rispettato l’uomo migliore che sia mai esistito; il fatto che amasse una sbandata come me è dimostrazione sufficiente delle sue qualità” – Courtney Love

 

 

Per approfondire :

 

 

Roberto Testa

 
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Roberto Testa

Sono Roberto, un giovane di 20 anni. Studio Storia presso l’Università degli Studi di Torino e Contrabbasso Jazz presso il Conservatorio "G. Verdi" di Torino. La storia è molto probabilmente la passione più grande della mia vita, insieme alla musica, alla filosofia e alla politica..

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