Crea sito

Komplikationer : Edit Eliason

a cura di Simone Innico

full original text (ENG)

Un freddo pomeriggio d’inverno, in una fumosa Torino. Una grossa tazza di caffè e un pesante manuale di filosofia contemporanea. È così che ho incontrato la musica di Edit Eliason: la riproduzione casuale di Youtube snocciola la discografia completa di Johnny Flynn, quando d’improvviso

Mi Do#m La Mi | Si7 Fa#m La Do#m | La Mi Si7 Do#m | Mi Do#m La Mi

e io mi aspetto il dolce e grezzo timbro del cantautore britannico. Ma è una voce femminile quella che attacca a cantare Einstein’s Idea, una voce sottile, lavorata, e controllata, ma ciò nonostante forte e decisa. Accompagnata da un accento decisamente non-inglese: devo saperne di più.
Nel canale di Edit possiamo trovare una lista di performance live, una manciata di cover acustiche (incantevoli), un intero EP intitolato Komplikationer.
E una descrizione caustica e assertiva:

«Sono una cantautrice svedese, se questo vi dice qualcosa –  e spero proprio di no –  anche se scrivo e suono più o meno la stessa musica di chiunque altro. Solo che non scrivo d’amore, quindi non aspettatevi niente di romantico qui, a meno che non siano delle cover. Sì, potrei fare qualche cover di canzoni d’amore, ma questo è quanto più vicino possa arrivarci. Passo e chiudo»

Abbastanza perché la mia curiosità cominci a galoppare.
Attacco per prima la playlist dell’EP. E devo ammetterlo: metà del fascino che provai tutto in un istante per quella prima canzone in svedese (Försvinn Härifrån) arrivava diretto dall’estraneità quasi aliena della lingua. C’è un piacere insolito nell’ascoltare una lingua sconosciuta e non capire una singola parola: la mente riduce i giri, la pianta di afferrare cose, si lascia cullare nel flusso di velari e sibilanti e scorre via. È come ascoltare i suoni della natura, o il brusio del boiler in cucina o il russare di mia nonna nell’altra stanza.
Quelle strane parole svedesi, cantate dal timbro affilato di Edit, quella chitarra secca (e quegli strambi fraseggi di synth!) volavano nella mia stanza, e dentro e fuori le mie orecchie, esattamente come uno stormo di uccelli… – il momento in cui sono stato preso in questa bizzarra torsione mistica.
E ho scritto a Edit: «È stata una serendipità. Trovo la tua musica davvero pacifica e curiosamente malinconica – ma in maniera buffa, come una corda che vibra alla stessa frequenza dell’atmosfera qua fuori e tutto intorno alla mia città». Aggiungendo, tra l’altro, che mi sarebbe piaciuto intervistarla.
Un messaggio eccessivamente espansivo, e poi da un perfetto sconosciuto. Eppure sembra che a Edit non dispiacque.

Ed eccoci qui – dopo cinque, lunghi mesi di chiacchiere tra Svezia e Italia – per presentare:

 

“KOMPLIKATIONER” di Edit Eliason

S: Innanzitutto, da dove arriva l’EP? Quando hai cominciato a suonare e comporre? E come sei arrivata a comporre Komplikationer?

E: Ho cominciato a suonare la chitarra a circa 13 anni, ma suonavo il pianoforte già quando ne avevo 9, e avevo già cominciato a comporre per il pianoforte qualche canzone semplice, un pochino più classica. Fu solo a 16 anni che cominciai a cantare e comporre per chitarra, probabilmente quando ho iniziato ad ascoltare i Bright Eyes.
I Bright Eyes sono una band folk/country/pop davvero emotivo, e in qualche modo, rabbiosa, dalla quale ho tratto molta ispirazione. I Bright Eyes mi hanno insegnato che cantare non ha niente a che vedere col produrre suoni perfetti e bellissimi, ma piuttosto esprimere sensazioni che a volte non sono neanche tanto carine. Sentimenti scomodi. (Da qui nasce il disinteresse per le canzoni d’amore: sono spesso troppo semplici, quasi pre-fabbricate).
Per me, cantare divenne un dispositivo per esprimere me stessa in modi che non potevo trovare da altre parti. A scuola ero una ragazza timida e insicura, ma quando cantavo le mie canzoni, tutto questo andava via.
Ho registrato Komplikationer da sola nella primavera del 2014. Avevo già un buon numero di canzoni quando sono riuscita a comprarmi un computer decente con un buon programma di editing musicale. È stata un’emozione grandissima, la libertà di poter finalmente sperimentare sulle mie canzoni e farne qualcosa di più che non solo una chitarra e una voce. Komplikationer è uscito fuori da questo slancio sperimentale. L’EP di per sé non avrebbe un vero e proprio tema coerente, non fosse per questo sentimento.

 

S: Quindi è stato qualcosa come “inventarsi il gioco giocando”, giusto? Mi piace molto questa atmosfera “inaspettata” che infondi nelle tue canzoni. C’è sempre un piccolo dettaglio che si aggiunge, così, inaspettato. E cambia il tono della canzone.
Domanda tecnica: che strumentazione hai usato? Qualche software particolare?

E: Sì, aggiungere un dettaglio alla volta mi ha aiutato a fare della canzone qualcosa di più. Cerco sempre di produrre canzoni che siano semplici e, diciamo così, “respirabili”. Ma con profondità. È facile commettere l’errore di aggiungere troppa roba, il che renderebbe il tutto un pasticcio.
Ho usato Garageband sul mio mac book pro per registrare l’EP. È un programma davvero facile da usare. Anche se restringe un poco le possibilità di registrazione, era abbastanza per me. Usavo un solo microfono usb, quindi non dovevo aggiungere una scheda audio, che avrebbe complicato troppo la faccenda per una come (sono un disastro con tutta la questione dell’ingegneria del suono).
Gli strumenti che ho usato sono: chitarra, pianoforte, mandolino e ukulele. Credo che tutti gli altri strumenti che si sentono (come il contrabbasso) sono generati dal programma.

 

S: Mi piacerebbe parlare un po’ di quella canzone cui ho già accennato, Försvinn Härifrån. [Ho chiesto a Edit di inviarmi una traduzione dei testi in svedese e, quando l’ho ricevuta, la canzone ha preso tutta un’altra forma nella mia mente]. Försvinn Härifrån ha un sottotitolo che è l’esatta traduzione inglese: “Go Away”, vattene.
Camuffata dietro quelle armonie e melodie leggere si nascondono, in verità, parole abbastanza scure:

«Vattene, vattene via
prendi questa tua vita capovolta
questa tua anima aggrovigliata
e vattene via!»

Non pretendo di entrare in dettagli privati, chiedo soltanto: dobbiamo vedere una contraddizione tra i due toni della canzone (la leggerezza della musica, la pesantezza del testo) oppure si tratta di una canzone di sollievo? Voglio dire: una specie di canto liberatorio dopo che qualcosa di malvagio ha preso e se n’è andato?

E: In effeti, riguardo al significato di Försvinn Härifrån, direi che si tratta di una combinazione dei due significati che tu dici. Per me è qualcosa come scacciare via alcune componenti di me, quegli impulsi e attaccamenti che non mi piacciono, come la paura e l’odio. Quindi il “tu” in quel contesto è rivolto alla mia frustrazione nello scontro con quei sentimenti.
Ma cantarla, questa battaglia, è un modo per decidere che puoi essere migliore. Oppure accettare te stesso e quei lati del tuo essere. Un modo per lasciar andare.

 

S: Oh sì, e l’accostamento è davvero splendido. Lo stesso vale per le altre tracce: si può fisicamente sentire la cura impiegata, nella composizione, per trovare il giusto equilibrio tra tante sensazioni contrastanti. Monsters parla di un pericolo che arriva dall’esterno e si fa sempre più vicino, cantata su un ritmo da marcia militare ma a ben vedere – mi verebbe da chiedere – non è forse una richiesta d’aiuto?
Chi sono questi mostri?

E: La canzone Monsters parla del desiderio di voler afferrare un’occasione. E anche della frustrazione di essere troppo spaventati per vivere. Le catene sono la tua stessa comfort zone.
Quindi sì, è chiaramente una richiesta d’aiuto. Più che altro si tratta lasciare entrare i mostri e sapere che puoi farcela, e accogliere dentro te stesso il dolore e la paura che la vita porta con sé.
Puoi sempre scegliere di startene coi mostri che ti sei creato e nasconderti sotto il letto, oppure puoi uscire a vivere e fronteggiare i problemi della vita giorno per giorno. Sono sempre stata una ragazza schiva e timorosa, quindi la canzone arriva da quella zona lì. I mostri sono le cose che ti impediscono di avere abbastanza coraggio per fare un passo avanti

 

S: «…and here is December», una traccia dal sei ottavi saltellante, con pianoforte e due piccoli archi pizzicati che ci accompagnano – come suggerisce il titolo – in un’atmosfera invernale e in una storia che parla di disgrazie e dolcezza.
Richiama alla mente il tono un po’ ironico un po’ leggero con cui canti, in
Sympathy Waltz, «I’ll have my quiet breakdown…».
C’è un po’ di pathos nella simpatia, nella fatica di condividere sentimenti forti e forse anche dolorosi. È di questo che parlano queste canzoni?
O piuttosto a
chi parlano queste canzoni?

E: Le mie canzoni sono molto spesso incentrate su temi molto personali, diciamo pure “egocentrici”. Temi parecchio oscuri. Sympathy Waltz parla di errori e del sentirsi isolati, incapaci di perdonarsi davvero.
December invece racconta un po’ dell’invidia. Ho sempre immaginato di cantarmi “Tu sei me” [I am you] allo specchio, realizzare che in qualche modo sono qui “bloccata con me stessa”. Parla del desiderio di sentire felici e belli e spensierati, ma sentire di non essere abbastanza.
A dire il vero è ispirata a una mia amica che è una ragazza bella, divertente e apparentemente felice ma, quando impari a conoscerla, rivela questa specie di oscurità interiore che la sua “felicità” cerca di coprire.
In qualche modo, la canzone parla dell’accettare chi sei veramente.

 

S: Più scendiamo nel profondo e più riveliamo che c’è molto da accettare dentro sé stessi. C’è davvero tanto da scoprire dentro ogni singolo individuo.
Allora parliamo un po’ di Fem Minuter (Five Minutes) che – a essere precisi – dura un po’ più di cinque minuti. Ed è proprio questo il punto della questione, no? Che il Tempo è irrilevante? Che la misura esatta della Vita non dovrebbe essere espresso in anni, né ore, minuti, secondi:

«Hai vissuto migliaia di anni,
ma sono trascorsi solo cinque minuti
Hai vissuto migliaia di anni, in cinque secondi
È sempre lo stesso,
lo stesso pianeta che gira su se stesso,
con la stesse solite domande
È sempre lo stesso,
lo stesso pianeta che gira su se stesso,
eppure restiamo sempre qui»

È di questo che si tratta? Che l’esistenza non dura esattamente il tempo di una vita. Può durare di più ma anche di meno? (Domanda tosta, lo so. Ma tosta anche la canzone).

E: Hai spiegato davvero bene Fem Minuter. Per me è anche una questione di prospettive: il tempo di una vita non è solo tempo che trascorre, ma esperienza, esistenza.
Sono cresciuta in una piccolo fattoria con un sacco di animali e fin da bambina ho avuto a che fare con animali che prima o poi sarebbero morti. Ogni volta che un agnello o un gattino o un coniglio moriva, mi si spezzava il cuore. Perché quella piccola vita non aveva avuto occasione di vivere pienamente, di sentire, di percepire.
Per me bambina, un intero mondo moriva insieme a quell’animale. Credo sia questo l’emozione che cerco di ricreare in quella canzone: che ogni vita è un mondo, ed è un’esistenza, per piccola e breve che sia.
Quest’idea ti può far sentire come la cosa più importante del mondo, ma anche la cosa più sola e irrilevante.
Penso che questo sia, in qualche modo, meraviglioso.

S: Grazie. È stato abbastanza tosto, in effetti. E affascinante.
Abbiamo parlato della traccia più lunga dell’EP, quindi adesso: She Is My Darling, la più breve (2:15). È la mia preferita. È semplice e arriva dritta al punto:

«She is my darling
I won’t choose you
She is my darling
And she is not you»

Tutto qui. È così che funziona. Assolo di chitarra, ancora una strofa, fine. Non ci saranno canzoni d’amore, eh? Mi sembra giusto. Non ti sembra che siano un po’ “inflazionate”? Siamo saturi di parole d’amore e melodie romanticose, non credi?

E: Direi che She Is My Darling parla di amicizia, piuttosto che di amore. È facile perdersi nell’amore romantico, come fosse la cosa più importante del mondo, ma alla fin fine, le relazioni romantiche spesso si concludono.
L’amicizia è una relazione troppo sottostimata. È più stabile della relazione d’amore, ma è tanto complicata, credo, nella stessa misura in cui è interessante.
Ed è facile scrivere dell’amore romantico, ma è difficile farlo in maniera onesta perché, come dici tu, è davvero inflazionato. Inoltre è un sentimento, l’amore, che si riesce a evocare facilmente con un certo tipo di melodie. E spesso, purtroppo, credo che il risultato suoni un po’ vuoto e manipolato.

 

S: Sai, fin dal primo ascolto – e adesso che ci siamo passati attraverso, canzone per canzone – mi sono chiesto come spiegare questo contrasto tra la semplicità e chiarezza della musica e dei testi (anche di quelli più “tosti”) e poi quelle “Complicazioni” che danno il titolo all’EP. Cioè, ho le mie teorie al riguardo, ma vorrei sapere la ragione autentica dietro questa scelta: che cosa significano queste “complicazioni”?

E: Il titolo fa riferimento alla sensazione che, ogni tanto, ogni cosa sembri farsi sempre più complicata di come dovrebbe essere. O forse è la mia tendenza a complicare eccessivamente, a rimuginare troppo sulle cose della mia vita.
Direi che le canzoni, prese così, sono i prodotti di questo pensiero eccessivo.
Non che ci sia qualcosa di male, è solo una considerazione: il titolo spiega che cosa c’è dentro le canzoni. E poi mi piace moltissimo il suono della parola komplikationer in svedese. È una parola dal suono duro, quasi spigoloso, che mi sembra offre all’intero EP un’atmosfera che mi piace.
Adesso però mi hai incuriosita. Qual è la tua teoria per il titolo? Mi piace quando le persone hanno una loro interpretazione delle mie canzoni. Non credo che il cantautore possieda i diritti sul “significato” delle sue canzoni, penso che l’ascoltatore contribuisca parecchio alla creazione.

 

S: Mi piace. La semplicità nasce dalle complicazioni. Io pensavo all’altro lato della medaglia: ho sentito nelle tue canzoni il suono di qualcuno che cresce, scardinando le sue auto-limitazioni.
E alla fine crescere è questo: imparare a giocare con i propri mostri, e riconoscere il proprio riflesso nello specchio. Guardare fuori – questo mondo complicato – e scoprire quanta roba si può far stare dentro una sola vita.
Mi concedi questa riflessione? Cosa ne pensi?

E: Mi piace molto la tua interpretazione dell’EP. Combinate insieme, mi sembra che sia proprio di questo che si parli: ho scritto quelle canzoni durante un periodo di crescita e cambiamento, cercando di accettare me stessa per quella che sono. Cercando di trovarmi.  Mi piace che sia questo ciò che traspare dalle mie canzoni.
Realizzare che creiamo noi stessi i mostri di cui abbiamo paura significa realizzare che abbiamo il controllo su noi stessi. Credo che crescere sia proprio questo!

 

S: E ora un’ultima cosa. Tempo fa mi hai detto che non ti sei più dedicata alla composizione, per poterti concentrare completamente sui tuoi studi.
Eppure, fatico a credere che questo tuo grosso talento possa essere semplicemente, così, messo da parte (e indagando sul web ho scoperto che suoni ancora qualcosa di quando in quando).
Quindi devo chiedere: quando potremo vedere dell’altro buon lavoro così? Presto? Please…?

E: A dir la verità ho ripreso a suonare un po’ di più, recentemente. E anche a comporre. Quindi spero di riuscire presto a ricominciare per bene, e magari anche metter su un gruppo con qualche altro musicista. Ma vedremo cosa succederà…!
Ho ancora due anni di studio davanti. Penso che questa pausa dalla musica mi abbia fatto bene. Da quando ho scritto Komplikationer credo di esser diventata un’altra persona, e ora non so più bene come mettere in musica questa novità. Ma ora credo di essere pronta a scrivere di nuovo.
Spero di riuscire a pubblicare presto, magari a fine estate, una canzone che sto registrando. Dovesse capitare, faccio un fischio!

 


 

Così ho conosciuto Edit Eliason. E questo è quello che ho imparato ascoltando la sua musica e chiacchierando con lei. Scriversi, anche in musica, è un buon modo per lasciarsi crescere.
La vita del bambino è semplice e confortevole. Ma è piccola. E per fortuna la vita ben presto si complica e si fa più difficile da gestire.
Ci sono scelte che aspettano di essere fatte, ci sono occasioni che aspettano di essere colte. Prima studio, poi suono. Prima lavoro, poi scrivo.
Mi tornano in mente le parole di un’altra canzone di Johnny Flynn: «Se stai sull’altalena, non puoi giocare nella sabbia» (Kentucky Pill). Crescere è complicato, eppure è così semplice: hai scelto l’altalena, va bene, la sabbia aspetterà.
Per tentativo ed errore, impariamo. Aggiungiamo un pezzo qui, correggiamo qualcosa lì. Sperimentiamo. Ci arrotoliamo e ci sciogliamo. Giochiamo.
Mentre le nostre complicazioni crescono a dismisura, noi cresciamo con loro.

 

 
Vai alla barra degli strumenti