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Intervista ai Siberia

Oggi intervistiamo Eugenio Sournia, frontman del gruppo livornese Siberia che ha appena prodotto l’album “Si vuole scappare” (2018, Maciste Dischi). La band è formata da Eugenio Sournia (Voce e chitarra), Luca Pascual Mele  (Batteria), Matteo D’Angelo (Chitarra), Cristiano Sbolci Tortoli (Basso).

Il vostro ultimo album si chiama “Si vuole scappare”: da cosa, da dove?

Si vuole scappare è sicuramente un titolo che ci è costato parecchia riflessione. In primis deriva dal fatto che volevamo fare una cosa talmente forte, talmente “pornografica”, che ti mettesse in faccia tutto, davanti la quale l’istinto fosse anche quello di suscitare una reazione di fuga e di repulsione. È un titolo che parla anche a livello corale, perché siamo noi, ma è anche la nostra generazione. Scappare dall’età adulta, una fuga di fronte alle responsabilità che questa comporterebbe. Scappare anche dalla realtà, quindi pensiamo al rapporto che ha la nostra generazione con la tecnologia, che diventa un comodo rifugio, un mondo fittizio, con la musica che ha una fruizione tendenzialmente individuale, con i contatti tra le persone che avvengono in larga misura attraverso lo strumento telematico.

Nel vostro sound si percepisce anche qualcosa dei Joy Division, sei d’accordo?

I Joy Division sono una delle band che hanno influenzato la mia adolescenza; sono presenti come ideale, perché è una band che con poco a livello tecnico è riuscita a dare molto a livello di testi e a livello di suono. Noi siamo una band che lavora per sottrazione e non per aumento, a livello sonoro. Come timbro vocale ne sono stato ampiamente influenzato.

 

 

Cosa vi ha spinto a passare da un genere molto acustico, come si sente nel primo album, a uno di gran lunga più elettronico?

Il desiderio di non andarci ad autoconfinare in una nicchia. Il primo disco è la prima cosa che è uscita dei Siberia, ma nei due anni di amatorialità che lo hanno preceduto eravamo ben diversi. Quindi ci siamo messi a servizio delle canzoni e di quello che sentivamo succedere a livello di fermenti nella scena. Il desiderio di voler fare un rock meno chitarristico, meno rock e più “pop”, deriva forse dal voler avere un impatto più forte nella scena in cui andavamo a inserirci. Insistere eccessivamente su canzoni di stampo chitarristico avrebbe probabilmente comportato la nostra catalogazione in una certa nicchia e non lo ritenevamo auspicabile, perché la nostra vocazione è quella di arrivare al maggior numero di persone possibili.

 

 

Nel primo disco la chitarra faceva un po’ da “colonna”, mentre nel secondo ha una funzione meno ritmica e più “decorativa”, armonica. Cosa è cambiato nel tuo modo di comporre e nel tuo rapporto con lo strumento?

Bella domanda! Nel secondo disco la chitarra non la suono quasi più, e quasi tutto è stato scritto al pianoforte, che è il mio strumento nativo, quello a cui mi appoggio per la scrittura perché ho un rapporto più profondo. Questo è un disco un po’ più “pensato”: il pianoforte è uno strumento che impone anche una precisione nel suonarlo, una definizione maggiore delle proprie idee, quindi il disco risente di questo passaggio; però c’è da sottolineare che abbiamo un chitarrista dedicato, che fa solo il chitarrista e che è sempre stato capace di scivolare dentro la canzone, dentro il pezzo, e di questo gli va dato merito, anche per il fatto di non aver voluto rimarcare il suo ruolo magari aggiungendo parti che non sarebbero servite.

 

 

Se il presente, quello che gira intorno, è elettronico, il futuro musicale come sarà?

Vedo una grande ascesa del rap, che è inarrestabile, ma una cosa buona – da autore mi fa piacere il fatto che il testo riprende ad avere un ruolo di prima fila –  è il ritorno all’italiano, che è molto apprezzabile, principalmente perché nel mondo ci sono molte persone che sanno fare musica in inglese meglio di noi. Poi sono cadute tutte le barriere tra i generi, quindi la stessa persona che ascolta artisti molto alti ascolta anche robe più basse. Questo ti frastorna ma dà anche grandi possibilità di commistione tra ogni livello e genere, e alla fine è un momento eccitante per far parte della scena.

In “Nuovo Pop Italiano” dite “Lasciata l’università, la nausea cresce come l’edera […] Sai che a volte la tristezza è quello che vogliamo?”. È la nausea di Sartre? È il male di vivere?

Questa canzone voleva essere un’accusa contro tutte le false malinconie di cui oggi ci circondiamo. Alla fine queste espressioni di creatività – sia la musica “indie” italiana, sia le serie tv che guardiamo, i libri – sono espressioni di persone che hanno tutto e che in qualche modo si circondano di queste malinconie in gran parte fittizie, come se fossero degli ornamenti alla loro personalità. È una cosa tipicamente da adolescenti: a 16-17 anni si scopre la tristezza e ci si crogiola. Probabilmente una delle fasi più importanti della crescita è quando si scopre il dolore vero è riuscire a rifuggire da queste tristezze “artificiali”, ricercate attraverso delle cose. Quando si cresce poi si deve rinunciare a questa tristezza artificiale per poter avere tutto il proprio potenziale intellettuale, spirituale, fisico, da dare alla ricerca delle cose belle, e questo vuole essere il messaggio della canzone. La nausea è lo spleen, una parola anche abusata per rimandare a questo tipo di tristezza.

 

 

Cosa state organizzando in questo periodo? Cosa ci sarà dopo il tour?

Il tour ci impegnerà per almeno due stagioni, praticamente fino all’anno nuovo. Noi, come Siberia, abbiamo imparato un po’ a cambiare pelle una volta e non ci dispiacerebbe continuare a farlo, essere una di quelle band che cambiano spesso il loro modo di suonare, e quindi perché no? Vedo tanti dischi ancora tutti diversi – questi sono i miei sogni più proibiti – poi le contingenze diranno se ci saranno le possibilità di suonare ancora tanto tempo insieme. Siamo molto determinati, e ci aspetta l’aspetto dal vivo, che per un musicista sicuramente è la cosa più appagante.

 

 

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