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Il ragazzo dei libri in Piazza Maggiore

Dicono che fosse pedofilo, Pasolini.
Molti pensano che abbiano fatto bene, ad ucciderlo, Giuseppe Pelosi e i suoi, quel 2 novembre di 40 anni fa.
Idroscalo di Ostia.
Il corpo ritrovato da una donna, alle 6:30 di mattina.
Supino, il sangue a ricoprire quel volto dai lineamenti definiti, ormai però irriconoscibili.
Succede.
Succede che il giorno prima sei poeta, e il giorno dopo sei così, sei uguale agli altri.
Così, riverso sulla sabbia.
“Hanno fatto bene, quelli, ma non lo sapete che quello se prendeva i ragazzi e se li portava a fa i comodi suoi?”
No, io non lo so. Io Pasolini non lo conoscevo.
E non credo che abbiate conosciuto nemmeno voi Pier Paolo Pasolini.
Però conosco le sue opere.
Le sue parole.
Il modo in cui fluivano su carta, dure, leggere, aspre, selvagge, dolci.
Conosco l’uomo della carta.
E, astenendomi dal giudizio morale e dalle vicende oscure che potrebbero offrirvi del suddetto una visione negativa, mi limito a parlare della sua arte, del Poeta con la P.
E del suo lato più intimo, tenero, struggente.
Poeta Pier Paolo Pasolini.
PPPP.

 

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Perché l’unica cosa che conta di questa vicenda è la perdita del Poeta che si portava addosso la malinconia come un profumo.
E quella malinconia.
“Avevamo 20 anni, io e Paolo.”
Silvana Mauri, 79 anni, gli occhi fuggitivi verso un ricordo lontano.

 

“Avevamo 20 anni io e Paolo. I moderni non possono capire ciò che ci ha uniti. Fu una passione unica, irripetibile. Ci siamo voluti bene sempre. Una dolcezza nutrita dalla voglia di vedere le cose insieme. L’ho anche scritto da qualche parte: l’ingordigia di accumulare assieme il reale, culture, creature, nature, è stato il punto più alto e specifico del nostro incontro.”

 

Pier Paolo Pasolini. 5 marzo 1922.
Bologna. Un giorno di distanza da Lucio Dalla, 2 decenni di differenza, stessa città.
Culla di genio.
E come Leonardo Da Vinci, Pasolini fu genio tanto e in tutto.
Il suo primo amore era la letteratura.
A 17 anni circa lo si vedeva girovagare per le viuzze Bolognesi.
E così, fantasticando e pensando, così, si ritrovava sempre davanti a una bancarella.
La stessa ogni volta.
Portico della Libreria Nanni, Piazza Maggiore.
Libri usati.
Prendeva un libro tra le mani, accarezzava la loro colonna vertebrale, sulla quale le lettere dei grandi spiccavano in caratteri maiuscoli. Ancora non lo sapeva Paolo che ci sarebbe stato anche il suo nome, un giorno.
Una volta Manzoni. Leopardi. Tolstoj, Shakespeare, DostoevskiJ.
Costituì un circolo letterario.
Gli piaceva vedere la letteratura nascere da lui, nascere da altri, suoi amici, che condividevano con lui quell’amena e silenziosa passione.
Il liceo classico. Intelligenza che gli entra dai polpastrelli, e poi passa per il cuore, la testa, passa per le vene, torna ai polpastrelli, poi sulal carta.
Risultati tanto alti che gli permettono di saltare un anno e presentarsi in anticipo alla maturià.
17 anni e spicca il volo all’Università di Bologna.

Poi guardo me a 17 anni, e mi chiedo se s’erge in lontananza la più tenue speranza di farmi saltare anche solo una settimana di scuola perchè sono di livello avanzato.
Vane ed effimere speranze.
Nuove carezze per Pasolini nell’Università.
La filologia romanza lo rende ebrezzo, l’estetica delle arti figurative una culla ove il naufragar è sì dolce.
79 anni, gli occhi fuggitivi verso un ricordo lontano :

 

“Della sua omosessualità non sapevo nulla. Nè intuii mai fino a quando non fu lui a rivelarmela. Portava sempre con sè un quaderno rosso. Mi diceva <<Adesso te lo leggo>>, poi ci ripensava.
<<No, sei troppo piccola.>>
Poi ci fu una sera, io non me ne resi conto, ma lui si, sa, lei può anche non crederci, ma lui si rendeva conto sempre di tutto, che ci abbracciamo e si verificò un particolare calore, accadde qualcosa, insomma.
E allora mi scrisse una lettera.
Non posso più nascondertelo, Silvana.
Per me non cambiava nulla. Ero solo.. Spaventata per lui, ecco.”

 

Arriva la laurea.
Progetto: Antologia della poesia pascoliana (introduzione e commenti).
Ci lavora duro, ci crede, ci sogna.
Espone e discute le premesse teoriche della tesi, una selezione di testi, analisi e commenti con peculiare e rara sensibilità.
Il fanciullino personificato che lavora agli scritti di Pascoli.
E’ il 26 novembre. Pasolini discute magna cum laude la tesi di laurea.
Magna cum laude, il fanciullo si laureò.

 

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1945.
Anno della guerra, tra l’altro.
Riguardo ad essa, Pasolini è un pesce fuor dal fascismo.
Autocoscienza, travaglio interiore, individuale, sofferta sensibilità critica.
A Pasolini pareva che quell’oceano non fosse fatto per lui.
1950. Roma. Pasolini nella capitale.
Un pesce in una distesa d’acqua sempre più grande.
Eppure fuggire era obbligo. Fuggire dal Friuli, sfggire da quella patria profonda, amorosa, avvolgente, prigione.
Non la avrebbe mai lasciata, comunque, se non per il sopraggiungere di circostanze.
Tempi durissimi, alla Capitale.
Cacciato da tutte le scuole del regno come maestro.
Si trovò in una scuola privata, con i preti.
E intanto scriveva, scriveva, come un forsennato.
E nasce Ragazzi di vita.
Poi scopre il cinema Accattone.
Successo. Due poli opposti in quegli occhi color notte.
Voleva apparire, e in tutto lo detestava.
A Roma conduce una vita regolare, ad ogni modo.
Scrive fino a notte fonda. Alle due.
Alle tre. Alle 9 si alza. Alle 18 interrompe solo per cena, il ragazzo che comprava libri nella bancarella in Piazza Maggiore.
“Cosa mi hai preparato, mamma?”
Sempre i pasti da re, mangiava con lo stesso entusiasmo del contadino che torna dai campi dopo una dura giornata di lavoro.
Mangiava per fame.
Di cibo.
E sempre..
Le parole.
La sera poi, verso le 19, tutto si trasformava.
Un salotto letterario.
Si andava da Moravia.
Ed eccola, eccola che arriva Elsa Morante, Sergio Citti, Laura Betti.
Si mangiava, circolavano libri, si parlava.
Era amore, lettere, parole, afasìa, casa, cibo..
Era la vita Bolognese che tornava tra le righe, era il circolo letterario di anni addietro, era quella poesia che mai invecchiava.

 

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Poi arrivava mezzanotte.
Pier Paolo scompariva.
Salutava tutti, scompariva, si dileguava.
Non era contento della vita notturna.
La usava come punizione, quasi.
Fai le cose che odi.
E ti fai male.
Gli occhi divennero tristi.
Ferite sul petto.
Braccio fasciato.
Una continua sperimentazione di un’escalation di violenza su di lui.

 

“Amavi troppo la purezza, la castità che per te era salvezza. E meno purezza trovavi, più ti vendicavi cercando la sporcizia, la sofferenza, la volgarità: come una punizione. Come certi frati che si flagellano, la cercavi proprio con il sesso che per te era peccato. Il sesso odioso dei ragazzi dal volto privo di intelligenza (tu che avevi il culto dell’intelligenza), dal corpo privo di grazia (tu che avevi il culto della grazia), dalla mente priva di bellezza (tu che avevi il culto della bellezza). In loro ti tuffavi, ti umiliavi, ti perdevi: tanto più voluttuosamente tanto più essi erano infami. Di loro ci cantavi con le tue belle poesie, i tuoi bei libri, i tuoi bei film. Da loro sognavi d’essere ucciso, prima o poi, per compiere il tuo suicidio. […] E io non ti insulto dicendo che non è stato quel diciassettenne a ucciderti: sei stato tu a suicidarti servendoti di lui. Io non ti ferisco dicendo che ho sempre saputo che invocavi la morte come altri invocano Dio, che agognavi il tuo assassinio come altri agognano il Paradiso. E non è vero che detestavi la violenza. Con il cervello la condannavi, ma con l’anima la invocavi: quale unico mezzo per compiacere e castigare il demonio che bruciava in te. Non è vero che maledicevi il dolore. Ti serviva, invece, come un bisturi per estrarre l’angelo che era in te. Scappavi ogni notte nei quartieri dove neanche i poliziotti osano entrare armati. Non ti stancavi mai di sfidare la turpitudine, toccare l’orrendo, unirti ai relitti maschili dei drogati, degli invertiti, degli ubriaconi.
Mormorai: “Ti farai tagliare la gola, Pier Paolo”. E tu mi fissasti con occhi lucidi e tristi (erano sempre tristi i tuoi occhi, anche quando ridevi), poi rispondesti ironico: “Sì?”.
La malinconia te la portavi addosso come un profumo e la tragedia era l’unica situazione umana che tu capissi veramente. Se una persona non era infelice, non ti interessava. Ricordo con quale affetto, un giorno, ti chinasti su me e mi stringesti un polso e mormorasti: “Anche tu, quanto a disperazione, non scherzi!”.
Non esisteva nessun altro in Italia capace di svelare la verità come la svelavi tu, capace di farci pensare come ci facevi pensare tu, di educarci alla coscienza civile come ci educavi tu. E ti odiavo quando ti allontanavi su quella automobile con cui i tre teppisti t’avrebbero schiacciato il cuore. Ti maledicevo. Ma poi l’odio si spingeva in un’ammirazione pazza, ed esclamavo: “Che uomo coraggioso!”. Non parlo del tuo coraggio morale, ora, cioè di quello che ti faceva scrivere in cambio di contumelie, incomprensioni, offese, vendette. Parlo del tuo coraggio fisico. Bisogna avere un gran fegato per frequentare la melma che frequentavi tu, di notte.
Era una bella giornata, una giornata piena di sole. Seduti al bar Tre Scalini ci mettemmo a parlare di Francisco Franco, il dittatore spagnolo che non muore mai, e io pensavo: mi sarebbe piaciuto sentir Pier Paolo parlare di Franco che non muore mai. Poi si avvicinò un ragazzo : “Hanno ammazzato Pasolini”. Lo disse sorridendo, quasi annunciasse la sconfitta di una squadra di calcio. In mezzo alla piazza un giullare con i pantaloni verdi suonava un piffero lungo. Suonando ballava alzando in modo grottesco le gambe fasciate dai pantaloni verdi, e la gente rideva. “L’hanno ammazzato a Ostia, stanotte”.
Cantava: “L’amore è morto, virgola, l’amore è morto, punto! Così io ti piango, virgola, così io ti piango, punto!”.
Sullo schermo della televisione apparvero i due popolani che avevano scoperto il tuo corpo. Dissero che da lontano non sembravi nemmeno un corpo, tanto eri massacrato. Sembravi un mucchio di immondizia e solo dopo che t’ebbero guardato da vicino si accorsero che non eri immondizia, eri un uomo. Mi maltratterai ancora se dico che non eri un uomo, eri una luce, e una luce s’è spenta?” (Dalla Lettera di Oriana Fallaci, 6 novembre 1975)

 

Il ragazzo che cercava libri in Piazza Maggiore è morto.
Una luce, la più bella, si spense.

.. Non è vero che maledicevi il dolore. Ti serviva come bisturi per estrarre l’angelo che era in te. La malinconia la indossavi come profumo..

 

 

 

 

 

Arianna Mariolini

 

Arianna Mariolini

Mi chiamo Arianna Mariolini (Ary). Sono nata il 6 gennaio 1998 a Clusone, in provicia di Bergamo, ma attualmente risiedo a Pisogne, un bellissimo borgo bresciano. Dal settembre del 2012 frequento il Liceo classico Decio Celeri di Lovere. Le mie principali passioni sono la letteratura e la musica...

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