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Il mestiere di scrivere

Ho fissato la pagina bianca del pc per minuti.
Poi ho scritto e cancellato, e ho riscritto, e non sapevo nemmeno cosa scrivere, ed è frustrante, capisci, quando mancano le parole.
Le parole..
Forse è solo un momento in cui servono i colori.
Le note.
Le emozioni.

Mi è venuta sta cosa del blocco dello scrittore, e non mi era mai capitata.
Baricco scrisse di Mr.Gwin, un uomo che decide di smettere di scrivere da un giorno all’altro, a 43 anni.
E in un certo senso smette di vivere.
Mi è stato detto più volte, come un complimento speciale, che si vede che amo scrivere, che amo le parole.
Sì, è vero, ed è totalmente errato tuttavia.
Io devo scrivere. Non c’è modo.
E’ vero, amo le parole.

Amo il modo in cui possono fermare e ferire, la foglia che se scritta su carta impiega secoli a cadere, la dilatazione spazio temporale, l’esser succube di una frase che taglia ocme lama, le parole degli altri, colosso che gronda, stravolto, un male che è mare, parole, parole, parole, a saperci danzare farebbe meno male.

Domarle come domatori,
lanciarle come giocolieri,
farle danzare come un nastro.
Lo scandagliarsi di un’anima delineandola con le parole, come si fa con quei disegni di cui non ricordo il nome.
Ma non è quello, non più.
Scrivere diviene l’esigenza.
Il fumo, avete presente? No, io non fumo, quindi non posso nemmeno essere troppo coerente con il paragone, ma ascolta, il fumo. Ti piace e provi e provi finché ne senti la necessità.

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Scrivere è così.
Credetemi, ci sono volte in cui non voglio.
In cui vorrei semplicemente la quiete, e ho la tempesta in testa che perversa, e scrivo solo per quell’attimo di tranquillità.
Credetemi, dura poco.
Perchè il mestiere di scrivere comporta un’analisi recondita di sè che fa paura, che ti scava e ti lascia il vuoto.
E se prima la tempesta sbatteva e feriva, il vuoto fa paura.
E resti con quelle parole che prima ti avevano riempito, ora su carta, e le guardi e ti chiedi chi le abbia scritte, tu, no, no di certo, e invece sì, sono tue, non di un estraneo, tue, e fanno male, ancora, ancora ora che sono non più tue.

Chi inizia a scrivere, scrivere davvero, non smette mai.
E’ un modo per definire sé stesso, anche se fa paura.
Fa dannatamente paura scavare e farsi male, vivere le cose il doppio, andare in profondità e innamorarsi degli abissi.
Chi si spinge a scrivere non è mai felice, non è mai superficiale, e chi scrive davvero davvero, raramente è destinato alla solita triste esistenza omologata da uccellino in gabbia.
E’ libero, ed è la libertà a far paura.
Ora ho questo blocco dello scrittore, e non so da dove derivi.
Forse ho smesso di vivere le cose con il mio solito troppo, e mi spaventa.
Mi lamento sempre della mia tempesta e dell’ingenuità con cui ammiro i dirupi, ma la verità è che uno scarabocchio come me non potrebbe mai viverci senza.
Forse mi è preso questa sorta di cinismo adulterino, questo scudo che hanno tutti per un’antica ferita, ricordo posto ad antica battaglia.
A me gli scudi non piacciono, anche se dovrebbero.
Forse lo scrivere è uno scudo, a modo suo. Non potente, certo, ma necessario per chi non ha altre corazze.

Chi scrive ha tante voci in testa, e non è pazzo.
Amo la gente assorta, perché so che sta scrivendo.
Tutto là, nella sua testa.
La gente che osserva, in silenzio, e parla poco.
E poi te la ritrovi, guarda, ha scritto un caos di pensieri.
Forse anche io ero così.
Adesso ho il blocco dello scrittore e non so più scrivere.
Potrei iniziare a smettere per non finire mai, come Mr. Gwyn.
Con una matita, allora, ogni tanto, continuerei a scrivere parole, poi strapperei il foglietto e lo attaccherei con una puntina alle mensole di legno, scegliendo ogni volta un posto diverso, come uno che disponesse trappole per topi.
Forse con questo scrivere per disomologarmi finirò per una silenziosa e metodica omologazione.

La gente si sposa, fa figli, li cresce, va nelle case di riposo.
Io no. Non voglio questo, non posso volere un sistema stabilito e imposto, fare qualcosa per sentirmi uguale e viva e che finirà per ammazzarmi. Non voglio che lo scrivere divenga a suo modo un processo verso il macello, qualcosa di abitudinario, qualcosa che riempa le biblioteche solo per dire una bella storia, per fare il D’Avenia di turno che, bravo, sì, ma di routine, i pensieri costanti, un flusso di quiete.
Io non voglio la quiete nello scrivere, non voglio l’assenza del tormento.

Scrivere è una sfumatura di tormento, e parlo anche del tormento nella bellezza, nella classicità e nel neoclassico, nel locus amoenus, nell’ideale.
Nulla è mai davvero fatto di quiete, se scritto.
Voglio vivere di ritratti scritti, scrivere ritratti, scrivere storie e quindi le persone che sono storie, davvero, potreste vedere la gente camminare con tutta una storia scritta addosso, lieve, che la avvolge, ma leggera, e non così facile da comprendere e nemmeno da vedere.

 

https://mammaoca.files.wordpress.com/2009/08/penna_calamaio_libro.jpg
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Saper leggere.
Quello che la gente si porta addosso.
Storie, colori, sapori, quello che vedranno.
Io c’ho sto amico che vuol fare il medico, però nei suoi occhi, anche se quella so che sarà la sua storia, non ci vedo mai qualcosa a riguardo.
Sarà che io la gente non la so leggere, ma ci ho visto solo un sacco di scarabocchi simili ai miei, ma poca voglia di spiegarseli. E di scriverseli, come se a farlo, quegli scarabocchi finiti, divenissero troppo lunghi e infiniti,
Ma è errato.

La scrittura ha una sua perfezione sorprendente e questo è il risultato di una somma di limiti.
La scrittura è sporcamente perfetta perchè non è infinita.
E’ l’immobiltà temporale. Davvero, ci sono momenti in cui l’onnipresente e logica rete delle conseguenze casuali si arrende, colta di sorpresa dallo scrivere, e scende in platea, mescolandosi tra il pubblico, per lasciare che sul palco, sotto le luci della libertà vertiginosa e improvvisa, una mano invisibile perschi nell’infinito grembo del possibile, e tra milioni di cose, una sola ne scriva, e la faccia eterna e stabile.

Ho un blocco dello scrittore.
Temo che non saprò scrivere più.

Eppure non potrò fare altro.

 

 

Arianna Mariolini

 

Arianna Mariolini

Mi chiamo Arianna Mariolini (Ary). Sono nata il 6 gennaio 1998 a Clusone, in provicia di Bergamo, ma attualmente risiedo a Pisogne, un bellissimo borgo bresciano. Dal settembre del 2012 frequento il Liceo classico Decio Celeri di Lovere. Le mie principali passioni sono la letteratura e la musica...

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