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Giovanni Verga, un vinto vincente

Per molti secoli i grandi esponenti della letteratura italiana non provenivano in modo omogeneo da ogni parte del Paese, essi erano perlopiù provenienti dalla Lombardia o dalla Toscana, regioni le cui città intellettualmente ed artisticamente hanno sempre avuto un ruolo di spicco non solo in Italia ma anche in Europa. Con l’unità del Regno di Italia nel 1861 le cose inizieranno a cambiare e la letteratura italiana vedrà il contributo di esponenti di molte altre regioni tra cui la Sicilia, terra del primo vero scrittore nazionale del Sud.

A Vizzini (in provincia di Catania), in una data probabile tra il 31 agosto e il 2 settembre 1840 (inesattezza dovuta ad incongruenze tra l’atto di nascita e i dati anagrafici) nacque Giovanni Carmelo Verga. Appartenente ad una famiglia agiata della borghesia terriera con origini nobiliari, ricevette una formazione privata dal maestro Antonino Abate, grazie al quale entrò a contatto con un forte senso di patriottismo, tipico dell’epoca risorgimentale che viveva, e con un gusto letterario ancora fortemente romantico. Cominciò a scrive a soli 16 anni completando il suo primo romanzo Amore e patria rimasto inedito per il giudizio negativo di Mario Torrisi, un altro suo insegante. Tra il 1858 e il 1861 frequentò senza mai concludere la facoltà di legge; una volta abbandonato il corso di studi utilizzò il denaro necessario a pagare gli anni universitari per pubblicare un secondo romanzo I carbonari della montagna e si dedicò al giornalismo politico seguendo la vicenda della spedizione dei Mille.

 

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Questa sua formazione irregolare lo identifica come uno scrittore ben diverso dallo stereotipo di autore ammiratore dei classici e docente universitario di quell’epoca, e inoltre il suo avvicinamento alla letteratura moderna europea dei Dumas e di molti altri autori lo spingono verso opere con un carattere più sentimentale come Sulle lagune, pubblicato a puntate nel 1863.

Nel 1865 lascia la sua terra per visitare l’allora capitale d’Italia e centro culturale Firenze e nell’anno successivo pubblica Una peccatrice, ma è solo nel 1869 che Verga si trasferisce in modo permanente nel capoluogo toscano, convinto di doversi liberare dei suoi limiti da cultura provinciale ed entrare a contatto con la vera società letteraria italiana. Nel 1871, già inserito nel panorama fiorentino pubblica Storia di una capinera, e in quegli stessi anni consolida la forte amicizia con Luigi Capuana. L’anno successivo, Verga lascia Firenze per Milano, città culturalmente ancora più aperta alle tendenze europee ed in questo periodo che entra a contatto con il movimento della Scapigliatura durante il quale pubblicherà Eros, Eva e Tigre reale.

Ma queste sono ormai le opere che segnano il tramonto di un’era, a favore di un periodo ben più lungo e produttivo che lo consacrerà alla letteratura anche oltralpe. Con il racconto Rosso Malpelo del 1878, l’opera di Verga si dirige verso il Verismo, una corrente che ha come primo obiettivo mostrare la realtà della natura umana, studiata scientificamente, così come già per i naturalisti francesi, indagando e rappresentando come si presenta la società come se si scattasse una fotografia senza alcun abbellimento. Un’impresa non affatto facile da realizzare, se non si ha uno spirito creativo che porti all’invenzione di una nuova forma narrativa : ma Verga è Verga. La prefazione de L’amante di Gramigna e de I Malavoglia sono i testi da cui si può trarre l’essenza più profonda della poetica verghiana e tre sono i punti focali dell’innovativa tecnica narrativa che porta il suo nome:

Eclissi del narratore: “l’opera d’arte sembrerà essersi fatta da sé”
Artificio della regressione: “tu veramente preferirai trovarti faccia a faccia col fatto nudo e schietto”
Linguaggio popolare: dialetto italianizzato

Il ciclo dei vinti con I Malavoglia e Mastro-don Gesualdo, le novelle di Vita dei campi, Novelle rusticane e numerose altre opere si sviluppano in questa direzione senza un narratore onnisciente, un narratore che racconta solo ciò che vede identificandosi con i personaggi e che occupa il meno spazio possibile e soprattutto si esprime come la maggior parte del popolo, usando proverbi, modi di dire e soprattutto una lingua, italiana sì, ma non più colta e volutamente errata sintatticamente con l’approdo di termini dialettali perfetti in un contesto provinciale e contadino come la Sicilia che lo stesso autore visse e descrisse.

 

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Nonostante l’ambientazione di queste sue opere, le campagne contadine siciliane, possa farlo apparire come un autore antiquato, la sua è in realtà un’opera moderna sia per lo stile sia per le tecniche mai adottate in precedenza, oltre che per l’assoluto pessimismo nei confronti dei “vinti”, i quali, secondo l’autore, anche se risalgono i gradini della società gestita da leggi ferree, non hanno alcuna possibilità di migliorare la loro condizione esistenziale.

Come tutto, però, presto svanisce. È il 1893 quando l’ormai cinquantenne Verga decide di ritirarsi nella sua città natale Catania, che non lascerà più, salvo alcune brevi visite nella città che l’hanno accolto ed elevato a letterato italiano, isolandosi così sempre più dal mondo. Con il ritorno alle origini però svanisce anche la sua creatività, quasi come se la sua vita da quando ha lasciato la Sicilia fino al momento del ritorno non fosse mai esistita. Questo suo inaridimento della creatività insieme alla riluttanza verso le classe sociali più alte gli vietarono di completare Il ciclo dei vinti, nonostante i notevoli sforzi, che secondo il progetto iniziale prevedeva altri tre romanzi i cui protagonisti appartengono a classi sociali di un gradino sociale sempre più alto.

Fu in questo periodo di disperato insuccesso letterario che rifugiò nella vita dei campi proprio come la sua raccolta di novelle ed esattamente come i molti dei personaggi di sua invenzione cominciò ad occuparsi anche in modo eccessivo all’utile e all’economico, ma dedicando tempo anche alla sua passione per la fotografia che si sviluppava proprio in quegli anni. Sebbene non fosse più una figura di spicco, la sua posizione a favore del governo Crispi lo spinse ad appoggiare il colonialismo, la repressioni dei movimenti operai e l’interventismo durante la prima Guerra mondiale, adottando quindi idee piuttosto conservatrici a favore dei movimenti nazionalisti, ma senza per questo negare il suo rifiuto verso i ceti ricchi. Nel 1920 Re Vittorio Emanuele III lo nominò senatore a vita per aver illustrato la Patria. Mostrò anche simpatie nei confronti del movimento di Mussolini, senza tesserarsi mai al partito nascente, ma non sappiamo quanto avrebbe approvato il resto dell’operato del ventennio fascista, poiché morì esattamente nove mesi prima della marcia su Roma, il 27 gennaio 1922 nella sua Catania.

 

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Antonio Oliva

 
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