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Gavagai!

a cura di Simone Innico

«La realtà è già da sé provvista di forma» lo diceva Moritz Schlick.

Dal 1923 al 1932 il signor Schlick aveva retto le fila del Circolo di Vienna, un consorzio culturale frequentato da filosofi, scienziati, sociologi, economisti. L’ambito d’interesse del Circolo era uno, chiaro e semplice: la scienza. Tra le mura del Seminario di Matematica (al numero 5 di Boltzmanngasse, Vienna) si produceva filosofia della scienza.

Il contributo certamente più noto che il Circolo ha fornito alla filosofia contemporanea è la teoria verificazionista del significato. In poche parole: il significato di un enunciato consiste nel suo metodo di verificazione1.

La teoria esprime una visione a dir poco contorta di ciò che un enunciato, come ad esempio «Guarda lì, c’è un coniglio» o anche solo il  termine «coniglio», significa: non saprei dire, così a bruciapelo, qual è il metodo scientificamente corretto per verificare che effettivamente lì, adesso, ci sta un coniglio. Pur tuttavia comprendo, mentre la leggo, cosa significa la frase «Guarda lì, c’è un coniglio».

Ben più evidente è l’esigenza alla quale rispondeva questo verificazionismo in filosofia del linguaggio scientifico: un enunciato, se è dotato di significato, posso produrre prove empiriche a sostegno della sua veridicità. Se inoltre è vero, la mia teoria scientifica ha delle conseguenze pratiche. Se è falso, stessa cosa: la mia teoria scientifica ha comunque delle conseguenze pratiche. Se il coniglio è davvero lì, ce lo mangiamo.

Un enunciato che invece non può essere verificato –una teoria della quale non possiamo dire se e vera quando è vera, se è falsa quando è falsa– embé: e allora? Questa teoria non ha alcun significato.

La verità è come il coniglio

Con una tesi radicalmente anti-kantiana, il Circolo sosteneva che la scienza è un linguaggio nel quale figurano solo enunciati dotati di significato. Per la teoria verificazionista: solo enunciati che possono essere veri o falsi, ovvero:

1. analitici, come le verità logico-matematiche a priori

oppure

2. sintetici, come le verità fornite dall’evidenza sperimentale a posteriori

e basta.

La nostra conoscenza scientifica è tutta costituita dal riscontro empirico, da un lato, e dalla certezza logica delle verità matematiche, dall’altro. Il nostro è empirismo ed è logico.

Non c’è alcun “giudizio sintetico a priori”, non c’è nessuna facoltà trascendentale del pensiero umano (Ich-denke) che unifichi i dati collezionati dell’esperienza a comporre una bella realtà completamente formata. Come diceva il maestro Schlick: non c’è bisogno di dare forma alla realtà, essa è già da sé provvista di forma.

Piuttosto è necessario dare forma al pensiero della scienza, e assicurarsi che questa coincida con la forma della realtà. Che ci sia corrispondenza tra le proposizioni della scienza e i fatti e stati di cose della realtà.

A questo provvede la teoria verificazionista del significato. Questa rende conto della necessità scientifica di rappresentare, con il linguaggio, i dati di fatto della realtà extra-linguistica. Dare nomi alle cose che stanno lì. Una cosa, un nome. Un’altra cosa, un altro nome.

È come il coniglio2. Il coniglio sta lì e io ti dico «Guarda lì, c’è un coniglio» e ti rappresento la realtà. E tu vedi che il coniglio sta davvero lì: l’enunciato è verificato.

Sempre il buon Schlick:

la gioia di conoscere è la gioia della verificazione, l’entusiasmo di aver colto nel segno3

 

Una traduzione radicale

Nel 1936, tale Johann Nelböck, studente di filosofia con simpatie per il nazionalsocialismo, avvicina Moritz Schlick all’ingresso dell’aula e apre il fuoco quattro volte con la sua calibro 6.35. Il professore muore sul colpo.

Con questo, e con il dilagante antisemitismo che esplodeva in Europa, l’empirismo logico viennese emigrò in massa –qualcuno in Olanda, altri in Inghilterra, un buon numero trovò rifugio negli Stati Uniti– portandosi appresso tutto l’impianto verificazionista.

Willard Van Orman Quine (1908 – 2000), un americano dal nome altisonante, fu allievo di questo “Circolo di Vienna in esilio” e in particolare di Rudolf Carnap (1891 – 1970). Il buon W.V.O. si considerò sempre un erede dell’impostazione rigorosa e logico-fisicalista del neoempirismo viennese, ciò che contraddistingue la filosofia analitica di matrice anglo-americana. Tuttavia la sua opera è il tentativo pienamente riuscito di smontare completamente il verificazionismo e l’empirismo logico dal suo stesso interno.

Nel suo breve articolo Relatività ontologica (1969), W.V.O. introduce la nozione epistemologica di traduzione radicale e per illustrarla si serve di un simpatico aneddoto.

Immaginiamo un esploratore che approdi in una terra sconosciuta, abitata da un’etnia esotica con usi e costumi fino ad allora a lui ignoti. La lingua parlata da questi indigeni poi: assurda, straordinariamente complicata. Non assomiglia a niente che si sia mai sentito prima4.

L’esploratore si incarica del lavoro di interprete e decide di studiare la lingua indigena per stilare un manuale di grammatica. Prende penna e taccuino, si siede accanto a un indigeno, e osserva.

D’un tratto, un movimento tra le frasche: un piccolo animale con le orecchie lunghe saltella allegro e si avvicina ai due. Quell’animale ha un nome nella lingua dell’esploratore: coniglio. Il simpatico indigeno, però, batte sulla spalla dell’esploratore, indica l’animale e grida: «Gavagai!».

Allora il bravo esploratore-interprete annuisce e segna compiaciuto sul suo taccuino:

gavagai = coniglio

Ma! ci dice W.V.O, quali sono i presupposti epistemologici che consentono all’esploratore di affermare con sicurezza un’identità tra quei due termini? La traduzione di “gavagai” con “coniglio” è fondata su alcune premesse ontologiche che non sono né verificate né, tantomeno, verificabili.

Ciò che l’indigeno ha davvero comunicato, con il gesto ostensivo5 di indicare e gridare «Gavagai!», non è  poi tanto determinato come l’esploratore vorrebbe credere. Stiamo dando per scontato che abbia indicato l’intero animale e non, ad esempio, solo una sua zampa, oppure solo la coda, o ancora una porzione spazio-temporale di quella realtà che l’interprete chiama “coniglio”.

Può darsi anche il caso che l’indigeno abbia indicato il coniglio gridando disgustato «Per la miseria, che schifo!» (si può immaginare che abbia repulsione verso ogni roditore).

O molto più semplicemente: può darsi che abbia articolato un’intera proposizione come «guarda lì, c’è un coniglio!»

Il problema con le ostensioni, con queste nominazioni accompagnate da un gesto, è che non posso trasmettere al mio ascoltare anche il mio apparato concettuale di determinazioni ontologiche6.

Io indigeno, non posso indicare il gavagai, dirti che quello è un gavagai e al tempo stesso dirti che quello che io sto indicando è esattamente quella stessa cosa che tu esploratore, nella tua lingua, chiami “coniglio”.

 

Il coniglio non c’è

Le conseguenze di ciò che W.V.O. ha fatto al verificazionismo neo-empirista sembrano ammiccare al relativismo più assoluto: non c’è un riferimento oggettivamente determinato per ogni termine del nostro linguaggio scientifico7. È l’abisso dell’indeterminatezza del significato.

Ogni verificazione empirica pretende una serie di premesse ontologiche che al momento non sono messe in discussione. Qualsiasi interpretazione di «Gavagai!» è tanto legittima quanto illegittima, qualsiasi manuale di grammatica è tanto valido quanto qualunque altro: è una traduzione radicale – non ne sappiamo niente, prima di scrivere il manuale.

Allo stesso modo la scienza lavora sul suo oggetto (la realtà extra-linguistica) in una situazione di ignoranza radicale. Così come qualsiasi manuale di grammatica indigena potrebbe rendere conto di una qualunque traduzione di “gavagai“, così qualsiasi riscontro empirico potrebbe convalidare qualsiasi supposizione teorica. Panico.

Per fortuna, W.V.O. non è così disfattista. In un altro articolo del 1951 (Due dogmi dell’empirismo, ma non c’è spazio qui per raccontare anche questo) aveva già proposto una nuova immagine per illustrare come la scienza davvero funziona:

Con Frege si giunse a riconoscere che era la proposizione, e non il singolo termine, ciò che una critica empirista doveva considerare come unità. Ma io sostengo che anche questa è una rete a maglie troppo strette: l’unità di misura della significanza empirica è tutta la scienza nella sua globalità8.

Insomma: non è il singolo enunciato, bensì l’intero sistema scientifico –tutto insieme– che affronta la prova della verifica empirica.

Il coniglio non c’è, se per “coniglio” stiamo immaginando una realtà extra-linguistica che miracolosamente arrivi dentro il linguaggio e rende conto della verità delle nostre supposizioni. Il singolo enunciato «Guarda lì, c’è un coniglio!» non ha alcuna condizione di verità.

Ce l’ha, però, l’intero linguaggio.

La nostra scienza è una fitta trama di proposizioni. Un’architettura al cui centro si ergono le grandi verità analitiche che si addossano la responsabilità di mantenere stabile e centrato l’intero apparato teorico. Queste sono gli assiomi, i cardini della scienza. Verità analitiche che non hanno quasi niente a che vedere coi fatti, con il riscontro empirico e con le possibili confutazioni.

Ai confini di questa regione, troviamo invece altre verità, quelle sintetiche. Verità fattuali. Proprio come in una città non sapremmo collocare il confine tra periferia e centro, la distinzione tra analitico e sintetico non è essenziale: è graduale.

Quando un nuovo fatto viene introdotto dentro il linguaggio, ci facciamo scrupolo che riesca a integrarsi con il resto della teoria. Che trovi il suo posto.

Se questo fatto invece si rivela in contraddizione con lo stato attuale delle nostre teorie, avremo due possibilità:

  1. rifiutare il fatto, che è senza dubbio la soluzione più comoda
  2. rifiutare gli assiomi, che prevede un durissimo lavoro di restauro durante il quale l’intero sistema è sottoposto a scossoni e ribaltamenti.

Insomma l’unica distinzione ragionevole tra enunciati analitici e sintetici è che i primi sono più “resistenti” alla revisione per parte di nuove esperienze fattuali, ma neanche loro ne sono esenti del tutto9.

Sommovimenti di questo genere sono all’ordine del giorno, all’interno del sistema scientifico. Si aggiusta il tiro, si rivede il calcolo, si rinforzano le fondamenta.

Quel che conta è che la nave resti a galla.

 

Come i naviganti

Parliamo di linguaggio, parliamo di significato e di senso, parliamo di verità del linguaggio.  Parliamo di cose e poi parliamo di parole.

Dobbiamo accettare che il linguaggio è un cosmo infinito e mutevole ma irrinunciabilmente unidimensionale: la verità di un enunciato non è separabile dalla verità dell’intero linguaggio. Come si può confutare una teoria, allora?

Otto Neurath (1882 – 1945) fu un sociologo e filosofo viennese che fino al 1934 prese parte alle riunioni del circolo di Schlick. All’interno del neopositivismo viennese, Neurath fu senz’altro un personaggio minore che pur tuttavia, nel dibattito sul verificazionismo, prese una posizione molto particolare. Mentre Rudolf Carnap, il cocco di Schlick, spingeva su una teoria della corrispondenza termine-con-termine tra enunciati descrittivi ed esperienze empiriche, Neurath prese un atteggiamento ben più moderato che sembrava, ora, presagire la posizione quineiana.

Laddove Carnap diceva «La verità è corrispondenza enunciato↔esperienza» Neurath ribatteva «No, mio caro, la verità è concordanza enunciato↔enunciato».

L’unica verificazione della quale siamo capaci è l’accordo tra proposizioni.

Siamo come naviganti che in mare aperto debbano riparare la nave, senza poter tornare al porto per ricostruirla da capo. Dove una trave è presa, una nuova dev’essere a sua volta posta, e a tal fine il resto della vecchia nave fa da supporto10.

In parole povere: non si esce dal linguaggio. Non c’è un dito che esce dalla parola “coniglio” per andare a toccare l’animale saltellante con due orecchie lunghe. Stesso valga per quel maledetto gavagai.

Qualora un parlante del linguaggio scientifico volesse confutare la verità di una proposizione, dovrà essere abbastanza capace da convincere la comunità dei parlanti della validità delle proprie argomentazioni al riguardo.

E queste argomentazioni sono della stessa natura della proposizione in questione: sono anch’esse proposizioni. Hanno valore di verità in ragione della coerenza con altre proposizioni che, al momento, non possono essere messe in questione. Ma che forse lo saranno più tardi.

Di nuovo: sono anch’esse parole.

E non ci sono altre parole, oltre alle parole11.

 

 


 

  1. Una sottile ma importante distinzione separa il verificazionismo pragmatista da quello del Circolo di Vienna. La massima peirceiana recita così: «Considera gli effetti pratici dell’oggetto che hai concepito. Ebbene, la tua concezione di questi effetti è l’intera concezione che hai del tuo oggetto» e implica pertanto, all’interno della comprensione del significato di un enunciato, una considerazione delle conseguenze pratiche di tale enunciato. In parole povere: sei sicuro di aver davvero conoscenza delle implicazioni di quello che hai detto? Sei sicuro di sapere cosa significa quello che dici? Sei cosciente delle implicazioni reali che ciò comporta? Laddove i viennesi implicavano soltanto una considerazione dei metodi di verifica empirica di tale enunciato. In pratica stipulava un criterio retroattivo per condannare l’insensatezza di tutte le affermazioni della metafisica idealista. Ed era tempo che qualcuno lo facesse.
  2. Mi vengono in mente le parole di una canzone composta da un amico mio, cantautore dei quartieri operai a nord di Torino, usando un altro esempio tratto dal regno animale: «la verità è come il gattino» (“Gattino”, di Vigone eh Pilone e Vigna). Ci facciamo le nostre teorie sulla realtà, e molto spesso arriva la verità e si palesa senza preavviso. È in quel momento che si misura la nostra capacità di comprendere la realtà, al di là del significato poetico-metafisico delle nostre parole. Che si misura l’efficacia della nostra scienza.
  3. M. Schlick, Sul fondamento della conoscenza, 1934
  4. Possiamo anche immaginare che l’esploratore sia capitato nei Paesi Baschi. Avete mai provato a studiare il basco? A tal proposito ecco un simpatico indovinello logico ambientato in una situazione di estrema traduzione radicale:  L’indovinello originale era di Raymond Smullyan, morto a febbraio di quest’anno. ed era ambientato su un pianeta alieno. Io l’ho semplicemente adattato in una scenografia basca, ma il risultato è ugualmente alieno.
  5. Una definizione ostensiva è il termine con cui i filosofi del linguaggio identificano il gesto di “indicare qualcosa e dire il suo nome affinché l’ascoltatore impari il nome di quel qualcosa”. È quello che gli adulti fanno coi bambini: indico il coniglio e dico «Coniglio!».
  6. Un altro esempio: se abbiamo una chiara idea di che cosa sia un essere umano, di cosa “essere umano” significhi, è perché facciamo uso di un presupposto ontologico che non mettiamo in discussione. È un’usanza curiosa, la nostra. Diamo per scontato che quella realtà che chiamiamo uomo sia, appunto, una sola realtà alla quale corrisponde un solo nome. E che non sia, mettiamo caso, due realtà, o tre, o quattro. A tutti gli effetti sarebbe più sensato riferirsi con il termine “uomo” a quella parte di realtà che ora, nel nostro linguaggio corrente, chiamiamo “busto-e-testa-dell’uomo: democraticamente parlando, un uomo che perde tutti e quattro gli arti non cessa per questo di essere un uomo. Però quanto è arbitrario chiamare “uomo” l’intero corpo e “uomo-senza-braccia-e-gambe” l’essere umano che ha perso le braccia e le gambe? È abbastanza arbitrario da immaginare che in una situazione di traduzione radicale, un esploratore-interprete non sarebbe in grado di scrivere una corretta grammatica del nostro linguaggio indigeno.
  7. Anche qui: il riferimento (altrimenti detto “referente”, o anche “denotazione”) è il termine con cui i filosofi del linguaggio identificano quel “qualcosa che sta dentro la realtà e al quale si riferisce una parte del linguaggio”. Per la questione del coniglio, dire che il termine “coniglio” non dispone di un referente oggettivamente determinato è dire che non c’è questo qualcosa, dentro la realtà, che corrisponde inequivocabilmente e inevitabilmente alla nostra parola “coniglio”. Certo, il coniglio c’è. Ma purtroppo, affinché questo qualcosa possa fare da riferimento al nostro termine, è necessaria questa concettualizzazione ontologica che, perché sia possibile una traduzione da una lingua all’altra, deve già essere presupposta e condivisa. Dobbiamo già sapere che l’indigeno, indicando il gavagai, stia cercando di dirci che quella è la parola che nella sua lingua corrisponde al gavagai. Non a una sola delle parti del “coniglio”, o quella porzione spazio-temporale del “coniglio”. E sapere anche che non si riferisce solo a quel singolo gavagai indicato bensì, più in generale, che si può applicare a tutti gli individui appartenenti all’intera specie dei gavagai. Tutto questo ambaradan concettuale non può essere comunicato in una situazione di traduzione radicale.
  8. W.V.O. Quine, I due dogmi dell’empirismo, 1951 [corsivi miei]
  9. Pensiamo a quello che accadde a inizio del secolo scorso agli assiomi della geometria euclidea, e pensiamo a ciò che hanno fatto Einstein e Planck dei principi della fisica newtoniana. La rivoluzione scientifica moderna, all’inizio del secolo scorso, fu precisamente il prodotto di un lavoro di riassestamento e revisione dell’apparato teorico della vecchia fisica newtoniana, non più adeguata a seguire i nuovi sviluppi della scienza moderna.
  10. Otto Neurath, Protokollsätze, 1932
  11. In chiusura ci terrei a sottolineare che, secondo la teoria classica del verificazionismo, questo ultimo enunciato «Non ci sono altre parole, oltre alle parole» (a differenza della pressoché totalità degli enunciati che costituiscono questo articolo) non è completamente privi di significato: esso è analitico, cioè è vero a prescindere da come stiano i fatti del mondo reale. Purtroppo esso è vero solo in virtù della sua forma logica: (∀x)(Py → y=x) & (x)(Px) ovvero enuncia che per ogni x, se un y è una parola allora y è x, e x è una parola. La pecca di questi enunciati analitici in virtù della sola forma logica è questa: che non ci dicono mai niente di interessante.
 
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