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3 Novembre 1918 : verso la fine della Prima Guerra Mondiale.

Armistizio tra l’Italia e l’Austria-Ungheria, domenica 3 novembre 1918

Da “Archivio Irredentista”

Padova – Villa Giusti, ore 18.20. Il generale Pietro Badoglio e il generale Viktor Webenau firmano l’armistizio tra Italia e Austria-Ungheria. Le condizioni: interruzione delle ostilità in terra, mare e cielo, smobilitazione delle forze armate austro-ungariche, evacuazione dei territori ancora occupati, consegna all’Italia dei territori previsti dal patto di Londra, possibilità per gli eserciti alleati di muoversi liberamente su tutte le linee di comunicazioni dell’Austria-Ungheria, rimpatrio immediato, senza reciprocità, dei prigionieri di guerra alleati. Nonostante le proteste austriache, Badoglio è fermo: l’interruzione delle ostilità si intende a partire dalle ore 15 del 4 novembre. Situazione caotica nell’esercito austriaco. Le truppe non oppongono più alcuna resistenza all’avanzata italiana, anche perché il quartier generale austro-ungarico nelle primissime ore del giorno ha diramato, senza informare il comando italiano, l’ordine di cessare immediatamente i combattimenti e deporre le armi, come deciso a Vienna la notte precedente. L’ordine per gli italiani invece è di avanzare senza sosta per raggiungere il massimo degli obiettivi. [Il Corriere Della Sera, 3 novembre 1918]

Ma facciamo un passo indietro..

Perché l’Italia “tradisce” l’Austria? Quali territori “italiani” appartenevano alla corona austriaca? In che modo l’Italia sconfigge l’esercito imperiale?

La politica italiana, alla vigilia del primo conflitto mondiale, vede in Giovanni Giolitti (appartenente alla Sinistra Storica, quindi un liberale filodemocratico) una figura di riferimento : Giolitti tende a portare in Italia un liberalismo più democratico e più aperto alle richieste e alla condizione del popolo (seppur non sia un socialista) e a modernizzare il paese, in modo tale da renderlo più efficiente e farlo risplendere nel vecchio continente. Nonostante la politica interna legata a questi fattori, Giolitti nel 1911, spinto soprattutto dai nazionalisti – che credevano fermamente nella superiorità della propria patria – dichiara guerra alla Libia, dando il via ad una parentesi di politica coloniale che si mostrerà improduttiva e in seguito inefficace. Quindi dopo un anno di sforzi e conflitti, l’Italia ottiene la sua desiderata colonia nel 1912 con il Trattato di Losanna. In ogni caso, l’espansionismo italiano mirava anche a Nord : alcuni territori, tra cui Trento e Istria, non erano stati uniti all’Italia e quindi appartenevano ancora all’Impero austro-ungarico; qui nacque un movimento sociale e politico che va sotto il nome di “irredentismo”. Obbiettivo di questo gruppo era ottenere le terre dei suddetti territori che per loro storia e cultura e nel loro “sentire”, si consideravano italiani nonostante fossero stati separati dal Regno. Questo era uno dei principali motivi per cui l’Italia non vedeva più di buon occhio la presenza austroungarica, nonostante fosse legata a lei attraverso la Triplice Alleanza (Italia – AustriaUngheria – Germania).             Ma la goccia che fece traboccare il vaso fu l’ultimatum (senza consultazione alla Triplice Alleanza) lanciato dall’Austria alla Serbia dopo l’attentato a Francesco Ferdinando il 28 giugno 1914 (vedi Scoppio della grande guerra) : era stato intimato alla Serbia di arrestare entro 48 ore tutti i coinvolti nell’assassinio e di ricevere dei funzionari austriaci per indagini sul caso e ulteriori repressioni; la Serbia accettò la prima clausola, ma rifiutò la seconda, quindi inevitabilmente scoppiò il conflitto. L’Italia si sentì in un certo senso “esclusa” da questa Alleanza (che comunque era a scopo difensivo) e i rapporti con i due Imperi centrali si incrinarono. Ed ecco che, un mese e qualche giorno dopo lo scoppio del primo conflitto, l’Italia (2 agosto 1914) si dichiara neutrale, e così rimane, grazie appunto a coloro che credevano nel pensiero giolittiano e ai socialisti moderati, fino al 24 Maggio dell’anno seguente, data in cui il Parlamento, spinto dal Presidente del Consiglio Antonio Salandra, vota a favore dell’entrata in guerra. Ma l’Italia sorprende in parte gli austriaci, schierandosi grazie al Patto di Londra (già firmato il 26 aprile 1915 da Salandra) con la Triplice Intesa (Francia – Inghilterra – Russia) : si schiera da questo lato perché i nazionalisti e gli irrendentisti credevano di ottenere le così tante amate terre già citate vincendo la guerra a fianco delle armate che in quel momento stavano conducendo il conflitto. E la previsione, per una volta, fu giusta : la Germania si rivelo sì capace di resistere, ma, avendo tutto il mondo (a parte l’impero austro-ungarico, quello ottomano e la bulgaria, che comunque erano potenze non molto rilevanti nel contesto mondiale) non sarebbe riuscita in nessun modo a trionfare nella guerra di questo passo.. La guerra impegnò in Italia il fronte settentrionale, quando gli austriaci nell’ottobre del ’17 varcarono le Alpi e continuarono a marciare per oltre 100km verso la Pianura Padana, sconfiggendo le armate reali nella Battaglia di Caporetto. Ma l’Italia non molla, e, grazie all’aiuto di alcune truppe russe, rialza le mura e ferma gli austriaci prima del fiume Piave (da qui la nota canzone Il Piave mormorò). Intanto, Antonio Salandra, a causa di una prima sconfitta contro gli austriaci, fu costretto a dimettersi, lasciando il posto al liberale Vittorio Emanuele Orlando. La gente nel frattempo continuava a morire al fronte, i soldati non bastavano più, la fame stava uccidendo una popolazione intera e la guerra in qualche modo si doveva finire (nonostante le due grandi potenze puntassero a chiudere definitivamente la contesa facendo affondare la coalizione nemica secondo la concezione di “guerra totale”). L’Italia dunque mandò diversi motoscafi, i cosidetti MAS (Motoscafi armati siluranti), ad assaltare le corazzate austro-ungariche, con lo scopo di indebolire ancor di più questa potenza che stava crollando sia per i numerosi conflitti (e sconfitte talvolta) in cui era impegnata che per le tensioni interne che si creavano tra le varie nazionalità ed etnie che puntavano all’indipendenza dall’Impero centrale. Il colpo decisivo fu sferrato a Vittorio Veneto : la battaglia mise a confronto i due eserciti in uno scontro che iniziò il 24 ottobre 1918 e terminò appunto con la pace ufficiale il 4 novembre dello stesso anno. In quella battaglia, l’Italia combatté aiutata dagli alleati francesi, inglesi e americani, che ormai avevano giunto il fronte occidentale (in quello orientale si erano conclusi i conflitti grazie alla pace dichiarata dalla Russia nel primo ’18 a seguito della rivoluzione bolscevica) : fu vinta dalle forze italiane, nonostante due resistenze austro-ungariche (Piave e Monte Grappa), con circa 150.000 tra morti e feriti su 2 milioni quasi di partecipanti. Dal 31 ottobre, in seguito alla netta supremazia delle forze dell’Intesa, i generali Badoglio e Weber (Italiano e austriaco) si recarono a nella Villa del senatore Giusti per sottoscrivere un armistizio che dichiara la fine delle ostilità e la concessione all’Italia dei territori richiesti.

Come notizia dal “Corriere della Sera” (3 novembre 1918) : Da tre giorni nella villa del senatore Giusti, a Padova, sono riunite le commissioni italiana e austro-ungarica incaricate di trattare la pace.  Alle 10 la delegazione italiana ha posto un ultimatum: «Se le condizioni non saranno accettate alla mezzanotte di questo giorno, qualsiasi trattativa sarà considerata decaduta». Cinque ore più tardi, alle 15, la firma dell’armistizio: alle 15.00 di domani tutte le ostilità saranno sospese.

Dunque il 3 novembre le truppe italiane fecero il loro ingresso a Trieste, a Trento e a Fiume, accolte dalla gioia e dalla felicità del popolo che li vedeva come dei redentori, come dei salvatori e liberatori.

«Ho visto uomini e donne perdere i sensi configgendo gli occhi sulle navi nostre, baciando la nostra, la loro bandiera. Ho visto vecchi decrepiti, sostenuti dai parenti, cercare un segno della nuova redenzione con la bocca tremante e gli occhi evanescenti. Ho visto uomini e donne gettarsi in ginocchio a mani giunte, adorando, davanti ai soldati, fatti rozzi e irsuti dalla lunga guerra, ma commossi come fanciulli, vergognandosi quasi di non aver saputo prima che tanto amore era in fondo alle loro fatiche» (Sem Benelli)

Per approfondire la Battaglia di Vittorio Veneto : Rai Storia – Armando Diaz e la Battaglia di Vittorio Veneto

 

Roberto Testa

Sono Roberto, un giovane di 20 anni. Studio Storia presso l’Università degli Studi di Torino e Contrabbasso Jazz presso il Conservatorio "G. Verdi" di Torino. La storia è molto probabilmente la passione più grande della mia vita, insieme alla musica, alla filosofia e alla politica..

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