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Come un dipinto

 

Mi piace come mi guardi.
O, meglio ancora, mi piace perchè mi guardi.
Già ti vedo, sai, già ti vedo, se solo te lo dicessi, se solo potessi, se solo avessi il coraggio o trovassi le parole, già vedo la tua espressione nel dirti:
“Mi piace perchè mi guardi”, il tuo sorriso mezzo storto perchè a sorridere giusto non ci riesci, con quei sorrisi giganti e i denti di perla, le tue mille lentiggini spruzzate per errore, per ricordarmi che la bellezza è la tua imperfezione.
Abbasseresti gli occhi un istante, come dice Vasco, perchè non crederesti di essere così importante. Però Vasco questa volta sbaglia: tu non scappi via. Resti lì e continui a volere non vedermi per guardarmi. Un soffermarsi continuo su ogni centimetro di pelle -mi piacciono i tuoi nei sul lato sinistro della faccia, tutti ammassati lì, sembra una costellazione, il gran carro, anzi fammi prendere un pennarello che li unisco (e lo facesti davvero)- un carezzare con le tue pupille questi capelli ribelli -non mi piaceranno mai- -come possono non piacerti, boccoli, ricci, sembra di stare in un roveto e tu sei rosa, e poi guarda, li vedi, sono del colore del grano i tuoi capelli-.

bel
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Ti piaceva sempre ripeterlo, citando dottamente l’opera di Antoine De Saint-Exupèry: a me il grano non ricordava nulla, prima di te. Ma ora so che il grano ha il colore dei tuoi capelli, e amerò il rumore del vento nel grano…
Anche le tue lentiggini, che vanno e vengono, sono colore del grano, dicevi.
E io arrossivo, e sotto quel porpora quelle spighe scomparivano.
Anche le fossette intorno agli occhi e quelli ai lati delle labbra si presentano e se ne vanno sempre, e a te facevano impazzire.
Io le ho sempre odiate, ma nessuno le vedeva, e allora era tollerabile, finchè tu non solo hai visto, me hai guardato anche quelle.

Una consuetudine era il sentirsi invisibile e inadatta, il sentirsi dire, costantemente rimproverata, “alza la testa china sui libri, impara la viva arte del conversare, e del conversare su cose che non siano di pura e semplice letteratura, le lettere!”. Una rivisitazione dello Zio Antici al Leopardi, insomma.
Ma quando ancora ero invisibile ti è piaciuto guardarmi, non come volevi tu, ma come ero realmente io. Silenzi assorti compresi.
Odiavo i miei capelli, continuavi con quella maledetta storia del grano (che poi, alla fine, con lunghe sedute, mi ha fatto innamorare di te, o forse subito) pettinandoli -smettila o diventano crespi-.
Odiavo la mia bocca troppo piccola, -silenzio!- e me la baciavi.
Le mie mani da bimba, e mi facevi scrivere -visto, le tue mani, anche se buffe, sono preziose-, ridendo delle fossette che andavano creandosi alla base delle dita, fossette tipiche da bimba.
Odiavo tutto e tentavo di tagliarlo, ti è piaciuto fare il piccolo giardiniere riempendo di germogli ogni rammarico, ogni fossa, ogni cadtua, guardandoli (perchè tu guardi sempre) germogliare in piccole serenità.
Smisi di leggere, smisi di scrivere, tentai una sorta di omologazione, un desiderio represso di essere la diciottenne perfetta, bellissima.
E tu iniziasti una sorta di cura, l’abolizione di un desiderio imperfetto, del tentativo di essere non imperfezione, per meglio dire ciò che non sono stata mai, nè sarò.
E allora..
E allora mi facevi leggere di continuo sui prati, e poi leggevi tu, e non smettevi mai di dirmelo, finchè non iniziai a capirlo io stessa, quanta, quanta bellezza ci fosse nelle parole che leggevo, in quello che scrivevo, quanta bellezza forse un giorno avrei visto in una timidezza portata come macigno, in una sensibilità scottante e spaventevole, in una paura nel diverso, il mio.
Un albatro dalle grandi ali bianche…

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E allora..
E allora riempivi di meraviglie quel lato recondito umano, dedito all’arte, alle opere, alle grandezze incomprese e alle lettere, lo riempivi di mille esperienze e magie, una notte al lago, l’estate della Sicilia, l’inverno della Svizzera, i prati verdi in primavera, il bosco in autunno, le stelle a San Lorenzo, e mille, mille altre cose che non avevo mai visto prima, in realtà.
Ma tu sapevi mostrarmele, con un po’ di magia, con un po’ di pazienza, con quei silenzi che sapevi riempire con i sorrisi malinconici, quelli che a te stavano bene, mentre io sarei risultata solo penosa.
Forse speravi che sarei scappata con te, in quei posti che mi narravi.
Non l’ho fatto, ma ho iniziato a scrivere.
E a raccontarli.

Prima mi guardasti, e ti apprezzai.
Poi mi guardasti come nessun altro, e allora, solo allora, ti amai.

Mi guardavi come si guarda un dipinto.
Una volta me lo dicesti.
“Tu sei arte. E l’arte non è fatta per essere perfetta, ma per trasmetterti qualcosa, per lasciarti un segno, per salvarti.”
In realtà mi sentivo molto un’opera scartata, bozze di creta come quelle realizzate da Canova, non una preziosa, ma brutta e malandata, messa in un angolo o gettata, appena lavorata con accenni di bellezza finte, mai completati, mai davvero sviluppati, ma solo abbozzati, lasciati lì a bella posa.
E sarebbero parsi belli, o apprezzabili comunque, se non fosse che compaiono sempre, d’innanzi alla bozza infine, l’opera d’arte compiuta.
E il soddisfacente viene sormontato da perfezione.

Ma dirtelo, non te lo dissi mai.
Mi piaceva essere la tua arte, in realtà.
Per una volta, una volta ancora, l’ultima.

Ogni gesto ero arte, dicevi.
“Se sapessi disegnarti, ti disegnerei mentre leggi.”
“Se solo fossi capace, ti immortalerei nello scrivere.”
Mi guardavi come si guarda un quadro, ecco la verità.
Mi sentivo sempre così quando mi guardavi: la più bella donna da dipingere, la più bella, olio su tela, perfetta, no, anzi, imperfetta: arte pura.
Come se indossassi abiti del 700, come se ogni mio goffo e infantile movimento fosse in realtà danza, come se fossi la Venere o la Primavera del Botticelli, le più belle.
Per un attimo ho perfino temuto di scoprire cosa vuol significare l’amare se stessi, sai?

Una volta mi guardasti, una delle ultime.
In un modo strano, assorto.
Mi guardavi con lo sguardo da pittore, attratto dalla sua opera.
“Hai degli occhi.. Non sono azzurri. I pittori non rendono l’azzurro con l’azzurro. Ma con mille sfumature diverse, visibili solo da vicino, ma che da lontano danno la parvenza di un cielo sereno. E io nei tuoi vedo il grigio, il blu, il verde, e anche un po’ d’oro.”
Mi voltai di scatto con il volto, ti giravo la schiena.
“E poi sono così grandi..Sembri.. Sembri La ragazza con l’orecchino di perla.”

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Avevo letto un libro, poco prima.
Si intitolava così, La ragazza con l’orecchino di perla.
Una storia d’amore tra il pittore e il soggetto dell’opera, che alla fine dovette partire, perchè amare un pittore è troppo rischioso.
Ti porta nel suo mondo, e non ne esci più.

Avrei voluto dirti il finale del libro, dell’opera d’arte che se ne va.
E del pittore che non smette di dipingere pensando però al suo quadro più bello.
Avrei voluto dirtelo,
ma immagino che tu
l’abbia ormai capito.

Arianna Mariolini

 

 

Arianna Mariolini

Mi chiamo Arianna Mariolini (Ary). Sono nata il 6 gennaio 1998 a Clusone, in provicia di Bergamo, ma attualmente risiedo a Pisogne, un bellissimo borgo bresciano. Dal settembre del 2012 frequento il Liceo classico Decio Celeri di Lovere. Le mie principali passioni sono la letteratura e la musica...

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