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Per quanto voi vi crediate assolti – Storia di un impiegato

Tutto inizia con un colpo di campana, con un “bum!” e con un flauto alla Ennio Morricone, come in un film western; solo che questa volta alla regia non c’è Sergio Leone, ma Fabrizio De Andrè. Niente Clint Eastwood, per una volta.

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Inizia lo spettacolo, con quel giro di pizzicato che verrà ripreso più volte nell’album. E così vi racconto una storia, la Storia di un impiegato (1972). *Se cliccate qui sotto, potete ascoltare l’intero album*

Siamo nel ’68, iniziano le “rivoluzioni”, i giovani riprendono a sognare, il mondo vuole riaprirsi, mentre i “cuccioli del maggio”, ancora troppo piccoli per dar vita ad un cambiamento così radicale come lo si era concepito prima dell’azione, portano con loro la “stessa rabbia”, lottando così come giocavano, rischiando tutto, la stessa vita. Ma forse mancavano ancora le convinzioni di fondo, le idee vere. E allora finisce la rivoluzione, e allora tutto svanisce. O forse no. Ma questa è solo l’introduzione..andiamo piano..

Se la paura di guardare
vi ha fatto chinare il mento
se il fuoco ha risparmiato
le vostre Millecento
anche se voi vi credete assolti
siete lo stesso coinvolti.

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E se vi siete detti
non sta succedendo niente,
le fabbriche riapriranno,
arresteranno qualche studente
convinti che fosse un gioco
a cui avremmo giocato poco
provate pure a credevi assolti
siete lo stesso coinvolti. (La canzone del maggio)

“Tutti coinvolti”, non dimenticatelo. Perché all’interno di un momento storico così fondamentale, siamo tutti coinvolti. Chi agisce e chi subisce, chi scende in piazza e chi sta a guardare, chi ha paura e chi lotta. Chi perde la vita e chi non perde nulla. Tutti. E non è uno scherzo, non è un gioco, i giovani vogliono farsi di nuovo valere, vogliono mostrare che l’età della maturità è la forza che può cambiare il mondo, vogliono mostrare ai “grandi” del mondo che la voce degli esclusi e di chi non è integrato nel sistema è molto forte e non deve essere sottovalutata.

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Ma intanto c’è chi, forse ancor più “escluso” dal sistema – cioè l’impiegato il protagonista della nostra storia – forse per la solitudine, forse per una voglia assurda di individualismo, forse per una necessità individuale di aggregarsi al movimento giovanile, pensa e si scervella per una soluzione :

“Rischiavano la strada e per un uomo
ci vuole pure un senso a sopportare
di poter sanguinare
e il senso non dev’essere rischiare
ma forse non voler più sopportare.

[…] Rischiare libertà strada per strada. (La bomba in testa)

Lui già comprende che il senso di oppressione all’interno dei “rivoluzionari” è così forte che rischiano “la strada” e poi “la libertà strada per strada” e si sopporta il sanguinamento – cosa difficile per un uomo – non per un semplice rischio, ma per riavere la propria libertà.

Mi sforzo di ripetermi con loro
e più l’idea va di là del vetro
più mi lasciano indietro,
per il coraggio insieme
non so le regole del gioco
senza la mia paura mi fido poco.

Ormai sono in ritardo per gli amici
per l’odio potrei farcela da solo
illuminando al tritolo
chi ha la faccia e mostra solo il viso
sempre gradevole, sempre più impreciso.

E l’esplosivo spacca, taglia, fruga
tra gli ospiti di un ballo mascherato,
io mi sono invitato
a rilevar l’impronta
dietro ogni maschera che salta
e a non aver pietà per la mia prima volta.

E’ una delle parti più crudeli e tristi di tutto l’album : l’uomo che, escluso per l’età, per il ruolo sociale, per la paura e per il fatto che non comprende l’importanza, il significato e il contesto del momento storico in cui si ritrova, dopo aver detto tante volte, con buonismo “non vogliamoci del male”, è costretto a ricoprirsi di odio e a creare quell’ordigno capace di causare tante morti in un solo attimo. L’esitazione è comunque presente in lui, perché è la prima volta che si accinge a creare una bomba, è la prima volta che si avvicina veramente al male; nonostante ciò vuole scoprire le maschere che ognuno di noi indossa, nascondendosi lui stesso sotto una maschera, per la paura di essere poi giudicato : l’intento è quindi quello di smascherare un’amara realtà e tutte le finzioni che lui riconosce essere tali, e, una volta scoperte, cancellarle. E’ una rabbia ancora più forte di quella che regna nei cuori dei giovani rivoluzionari, e la solitudine (è così solo e così poco considerato che lui stesso al “ballo” si invita da solo) in cui vive alimenta ancora di più quella rabbia, che lui vuole sfogare attraversro il tritolo.

In una situazione un po’ scherzosa (resa vivace ed allegra da un violino abbastanza giocoso e da un basso che tiene bene il tempo) ma, per il suo conto, di triste realtà, l’impiegato smaschera tutti quei miti e tutti quei personaggi della storia (l’ammiraglio Nelson, noto per aver sconfitto Napoleone), della letteratura (Dante), della religione (Cristo e Maria) e dell’arte (Statua della libertà e la Pietà), che, secondo lui, sono completamente falsi, ma che sono – per l’opinione pubblica – istituzioni di ogni tipo (religioso, morale, politico, nazionale..), quasi inconfutabili e divine. Ovviamente lui sta sognando, non potrebbe fare tutto ciò..sta semplicemente dando vita, all’interno della sua mente, a quel progetto  – al quale però non darà un’alternativa – di “anarchia” : smascherare il potere e le istituzioni, eliminando e facendo saltare in aria tutto quello che c’è dentro. Così si permette anche una breve riflessione sulla natura della bomba, bomba che non guarda in faccia nessuno e distrugge ugualmente tutti, con imparzialità e senza ipocrisia :

La bomba non ha una natura gentile
ma spinta da imparzialità
sconvolge l’improbabile intimità
di un’apparente statua della Pietà (Al ballo mascherato)

Ad un certo punto però, si accorge che tra le istituzioni ci sono anche i propri genitori : il padre che, già vecchio e stanco, ma consapevole del suo ruolo di guida, “pretende aspirina ed affetto e inciampa nella sua autorità, affida a una vestaglia il suo ultimo ruolo, ma lui esplode dopo, prima il suo decoro”, viene fatto esplodere comunque senza rimorso, mentre la madre che ancora si ostina a cercare la bellezza esteriore, già martire perché donna (qui si pensi al modello di donna all’interno di una società borghese), questa volta non vuole completamente morire, forse perché il suo corpo, tartassato da tutto quello che ha dovuto subire in vita, le fa quasi pena , dunque “si approva in frantumi di specchio, dovrebbe accettare la bomba con serenità, il martirio è il suo mestiere, la sua vanità, ma ora accetta di morire soltanto a metà, la sua parte ancora viva le fa tanta pietà, al ballo mascherato della celebrità”.

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L’impiegato si sveglia e, non contento di trovarsi in una realtà lontana dalla sua tanto agognata dimensione onirica, torna a sognare..

E qui, dopo un giro musicale assurdo, degno dei Jethro Tull, prog rock in una maniera assurda (tra i più belli di De Andrè, anche se è molto breve), viene la parte più paurosa dell’intero album : battiti a 2 a 2 di cassa, che ricordano le pulsazioni del cuore, e sotto, una voce sentenziale e perentoria di Faber che “indossa” i panni del giudice, tirando le somme di tutto ciò che l’impiegato ha fatto fino a quel momento. Il giudice però, nonostante possa sembrare essere decisivo in una prima parte – di atmosfera fortemente orwelliana da 1984 (“noi ti abbiamo osservato dal primo battere del cuore fino ai ritmi più brevi dell’ultima emozione”) – in una seconda parte si concede all’impiegato in quanto è l’impiegato stesso ad essere il Potere. Le parole del giudice sono chiare :  “uccidevi, favorendo il potere, i soci vitalizi del potere ammucchiati in discesa a difesa della loro celebrazione” (riferimento a quanto è accaduto nel sogno precedente) .. “E se tu la credevi vendetta, il fosforo di guardia segnalava la tua urgenza di potere mentre ti emozionavi nel ruolo più eccitante della legge, quello che non protegge : la parte del boia” (l’idea dell’impiegato è quella di vendicarsi contro chi detiene il potere e contro le istituzioni, ma, prendendo per mano la bomba, cioè lo strumento che utilizza per rendersi giustizia da solo, ha non solo preso potere, ma ha anche avvertito quel bisogno di avere ancor più potere, preso anche dalla foga e dall’emozione provata nell’atto della vendetta/esecuzione). “Imputato” – prosegue – “il dito più lungo della tua mano è il medio” (gesto di rabbia, che manifesta un voler mandare a quel paese determinate persone, in questo caso chi è al potere), “quello della mia è l’indice” (indice come dito che indica e giudica), “eppure anche tu hai giudicato. Hai assolto e hai condannato al di sopra di me, ma al di sopra di me, per quello che hai fatto, per come lo hai rinnovato, il potere ti è grato”.

Questo è il più grave momento di crisi dell’intero album. E’ la consapevolezza dell’effettivo “fallimento” della rivoluzione : si voleva eliminare il vecchio sistema, ma si finisce soltanto per rinnovarlo, cambiando solamente i protagonisti e i modi di fare (qui mi viene subito in mente Animal Farm, come la Rivoluzione francese in primis, e poi quella russa). “Oggi un giudice come me, lo chiede al potere se può giudicare. Tu sei il potere. Vuoi essere giudicato? Vuoi essere assolto o condannato?”. Qui l’impiegato ha completamente assunto il potere e si ritrova paradossalmente contro i suoi ideali di partenza, che erano di uguaglianza. Ora lui sta al di sopra della legge, quindi al di sopra di tutto. La sua presunta “onnipotenza” gli è stata ovviamente conferita anche dalla bomba, strumento che, come già detto, può distruggere chiunque e quindi far regnare solo lui. Ma era davvero questo quello che lui desiderava?

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L’allusione è sicuramente a quelli che poi saranno gli anni di piombo, gli anni di violenza politica, gli anni degli assassinii, dei rapimenti, delle bombe nelle stazioni ferroviarie e nelle banche, dello stragismo e del terrorismo..gli anni della paura. Tutto quello che succederà nell’arco di tempo (per quanto riguarda l’Italia) ’70-’82 si può un po’ riflettere in questa canzone. Più per il fattore “bomba” che per altro; più per il fatto che si riprende quella “consapevolezza” di poter ottenere il potere attraverso mezzi come la violenza e il terrorismo, attraverso le pistole e le bombe, attraverso il voler imporre le proprie idee sugli altri, minacciandoli (tutto ciò fa parte di Sogno numero due).
Con delle note di pianoforte che “rimbalzano” e tremano un po’, accompagnate da rapidi arpeggi di chitarra e da qualche sussulto di violino, si riapre il sogno : stavolta il nostro impiegato entra nel corpo di suo padre, stimolato dal giudice : “C’è lì un posto, lo ha lasciato tuo padre. Non dovrai che restare sul ponte e guardare le altre navi passare : le più piccole dirigile al fiume, le più grandi sanno già dove andare”. E inizia la narrazione : “Così son diventato mio padre, ucciso in un sogno precedente..”. Lui si ritrova con un lavoro e quindi può comandare i suoi dipendenti e mantenere la sua famiglia

Ho investito il denaro e gli affetti
banca e famiglia danno rendite sicure

ma poi si rende conto che la moglie si sta alienando anche da lui :

con mia moglie si discute l’amore
ci sono distanze, non ci sono paure,
ma ogni notte lei mi si arrende più tardi
vengono uomini, ce n’è uno più magro,
ha una valigia e due passaporti,
lei ha gli occhi di una donna che pago.
Commissario io ti pago per questo,
lei ha gli occhi di una donna che è mia,
l’uomo magro ha le mani occupate,
una valigia di ciondoli, un foglio di via.

E di conseguenza, anche il figlio..

il mio ultimo figlio, il meno voluto,
ha pochi stracci dove inciampare
non gli importa di alzarsi, neppure quando è caduto

[…]Adesso le fiamme mi avvolgono il letto
questi i sogni che non fanno svegliare.

 

E’ l’incubo. Il sogno è finito, il letto è invaso dalle fiamme e l’impiegato si rende conto che non può sfuggire alla realtà borghese e alla sua solitudine; non sapendo a chi dare la colpa per l’ulteriore dolore provato, se la prende con il giudice “Vostro Onore sei un figlio di troia” che gli aveva fatto la proposta di rivivere nel personaggio del padre – paradossalmente ora il giudice potrebbe essere egli stesso, dopo il “processo” – minacciandolo, o forse promettendogli “ora aspettami fuori dal sogno, ci vedremo davvero, io ricomincio da capo” (così si conclude la Canzone del padre). Il voler ricominciare da capo è il solito tentativo di un uomo che si rende conto di aver fallito. Ma questa volta, per il nostro impiegato, non sarà semplice ricominciare..
Un modo per aiutare a riprendere le fila del discorso, Faber ce lo dà con uno dei suoi pezzi più famosi, “il bombarolo

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Chi va dicendo in giro che odio il mio lavoro non sa con quanto amore mi dedico al tritolo” : l’impiegato diventa bombarolo, realizza ciò che sogna da tempo, quindi la sua “passione”; parla così dello Stato, paragonandolo ad un fragile artificio che può essere distrutto da una bomba, con lo stesso metodo con cui lo Stato usa “legalmente” il potere : “il mio Pinocchio fragile, parente artigianale di ordigni costruiti su scala industriale”; inoltre, “nel scendere le scale ci metto più attenzione, sarebbe imperdonabile giustiziarmi sul portone”, perché il rischio di morire quando tieni in mano una bomba è molto alto. Molto veritieri questi versi : “per strada tante facce non hanno un bel colore, qui chi non terrorizza si ammala di terrore”; in poche parole riprende quella descrizione della realtà fatta di terrore e di paura, perché ognuno è consapevole di poter saltare in aria o di morire da un momento all’altro, e quindi “si ammala di terrore” perché la paura si impossessa della sua mente e del suo corpo; questo ovviamente, per chi non “terrorizza” : ma il caso del bombarolo è un altro (“io son d’un altro avviso, son bombarolo”).
La critica stavolta è indirizzata agli “intellettuali d’oggi, idioti di domani”, le élites culturali che vogliono omologare il popolo comune ad una stessa cultura, ovviamente dettata dall’alto. L’invocazione è di riavere “il cervello che basta alle mie mani” : a lui non importa subire le lezioni di chi vuole inculcargli nella mente una determinata conoscenza, perché lui ha bisogno dell’ingegno per costruire la bomba. Smaschera in particolare gli intellettuali che parlano tanto di rivoluzione “profeti molto acrobati della rivoluzione” ma che alla fine non fanno niente per cambiare le cose..lui rivela che “oggi farò da me, senza lezione”, alludendo ad una rivoluzione dettata da lui senza seguire alcuna dottrina politica o ideologia ben fissata già da altri : è un ritorno all’individualismo totale.
Il simbolo-obiettivo è ovviamente il Parlamento :

C’è chi lo vide ridere davanti al Parlamento,
aspettando l’esplosione che provasse il suo talento,
c’è chi lo vide piangere un torrente di vocali,
vedendo esplodere un chiosco di giornali

E’ un sorriso/pianto, è un attimo di gioia per quello che dovrebbe succedere e un altro attimo di pianto per il fallimento del suo piano, perché la bomba scoppiò forse in un posto sbagliato, e quindi lui venne arrestato. Qui c’è un momento di incomprensione, ma si ritorna sul piano più personale ed intimo dell’uomo

Ma ciò che lo ferì profondamente nell’orgoglio, fu l’immagine di lei che si sporgeva da ogni foglio, lontano dal ridicolo in cui lo lasciò solo, ma in prima pagina col bombarolo.

“Lei” vogliamo immaginarla come la sua donna, o comunque la persona che lui amava : ora si trova ad essere intervistata e presa di mira da tutti i giornalisti, perché probabilmente è l’unica persona vicina al bombarolo che può fornire informazioni e notizie su di lui (ma in realtà non può, perché si rivelerà una donna che lo conosceva e lo amava poco); i giornalisti, un po’ per scoop, un po’ per gossip e un po’ per mestiere, la inseriscono in prima pagina, al fianco del ridicolo bombarolo (ridicolo perché ha sbagliato luogo di esplosione della bomba, probabilmente in un chioschetto nei pressi del Parlamento.

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Fermato e catturato, il bombarolo, viene giustamente portato in prigione, dalla quale osserva la propria donna che parla con i giornalisti e con le altre persone. Qui arriva il momento più pieno di amore, quello che ti fa lacrimare gli occhi e riempire il cuore di compassione per il povero uomo. Bastano soltanto quei ripetuti accordi di pianoforte a farti venire la pelle d’oca. Fabrizio – racconta il figlio Cristiano – alle 5 del mattino si alzò e portò la moglie Dori in una stanza si trovava il suo pianoforte. Lì si sedette ed iniziò a suonare la canzone e a cantarla, mentre lei piangeva per la commozione. Se dovessi parlare di questa, sono certo che ne rovinerei la bellezza, perché ho un “debole molto forte” per questo pezzo.. Vi lascio questa poesia per intero, perché è frutto di una condizione che spesso l’uomo vive, cioè lo stato di delusione e tristezza – come per una storia d’amore, o per i propri sogni che finiscono – ma nel contempo di amore e dedizione immensa per qualcuno o qualcosa che poi magari va via o non ricambia o che, come in questo caso, cambia di essere ciò che era stato fino a quel momento, o magari, si rivela essere altro..

Quando in anticipo sul tuo stupore
verranno a chiederti del nostro amore
a quella gente consumata nel farsi dar retta
un amore così lungo
tu non darglielo in fretta

Non spalancare le labbra ad un ingorgo di parole
le tue labbra così frenate nelle fantasie dell’amore
dopo l’amore così sicure a rifugiarsi nei “sempre”
nell’ipocrisia dei “mai”

Non sono riuscito a cambiarti
non mi hai cambiato lo sai

E dietro ai microfoni porteranno uno specchio
per farti più bella e pensarmi già vecchio
tu regalagli un trucco che con me non portavi
e loro si stupiranno
che tu non mi bastavi

Digli pure che il potere io l’ho scagliato dalle mani
dove l’amore non era adulto e ti lasciavo graffi sui seni
per ritornare dopo l’amore
alle carezze dell’amore
era facile ormai

Non sei riuscita a cambiarmi
non ti ho cambiata lo sai

Digli che i tuoi occhi me li han ridati sempre
come fiori regalati a maggio e restituiti in novembre
I tuoi occhi come vuoti a rendere per chi ti ha dato lavoro
i tuoi occhi assunti da tre anni
i tuoi occhi per loro

ormai buoni per setacciare spiagge con la scusa del corallo
o per buttarsi in un cinema con una pietra al collo
e troppo stanchi per non vergognarsi
di confessarlo nei miei
proprio identici ai tuoi

Sono riusciti a cambiarci
ci son riusciti lo sai

Ma senza che gli altri non ne sappiano niente
dimmi senza un programma dimmi come ci si sente
Continuerai ad ammirarti tanto da volerti portare al dito?
Farai l’amore per amore
o per avercelo garantito?

Andrai a vivere con Alice che si fa il whisky distillando fiori
o con un casanova che ti promette di presentarti ai genitori
o resterai più semplicemente
dove un attimo vale un altro
senza chiederti come mai?

Continuerai a farti scegliere
o finalmente sceglierai?

 

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E quindi lui resta la stessa persona, sempre solo, sempre rivoluzionario. Lei pure resta tale, resta borghese. Due persone troppo diverse per poter continuare a stare insieme. E la storia finisce così, nel dubbio : la donna continuerà a farsi trasportare dal caso, dagli eventi o dalla moda? Oppure prenderà in mano la situazione e prenderà la sua strada, facendo le sue scelte e le sue decisioni? Il bombarolo, che intanto è finito in prigione, non saprà più rispondere a questi suoi interrogativi e non avrà più alcun contatto con la donna.
Ed è qui che lui può riflettere bene e ripensare a tutta la sua vita; una cosa però alla quale rimane fedele è la propria libertà e la propria dignità : la prigione gli offre un’ora di libertà nel cortile, ma è comunque sorvegliato dal secondino, quindi lui preferisce rinunciare ad un’illusoria “aria di libertà”, che non vuole assolutamente condividere con chi lo tiene stretto in prigione.

 

Di respirare la stessa aria
di un secondino non mi va
perciò ho deciso di rinunciare 
alla mia ora di libertà 

se c’è qualcosa da spartire
tra un prigioniero e il suo piantone
che non sia l’aria di quel cortile
voglio soltanto che sia prigione
che non sia l’aria di quel cortile
voglio soltanto che sia prigione.

E così inizia a ripensare a tutto ciò che è successo : dal sogno del giudice a ciò che è successo con la donna che amava..si rende conto di non essere stato in grado di amministrare il potere e la giustizia, ma il suo resta comunque un duro attacco nei confronti di chi giudica – lui resta comunque anarchico, quindi odia chi gestisce il potere in questa maniera – e li disprezza così :

[…] non mi aspettavo un vostro errore
uomini e donne di tribunale
se fossi stato al vostro posto… 
ma al vostro posto non ci so stare 
se fossi stato al vostro posto…
ma al vostro posto non ci sono stare.

Fuori dell’aula sulla strada
ma in mezzo al fuori anche fuori di là
ho chiesto al meglio della mia faccia
una polemica di dignità

tante le grinte, le ghigne, i musi,
vagli a spiegare che è primavera 
e poi lo sanno ma preferiscono 
vederla togliere a chi va in galera
e poi lo sanno ma preferiscono
vederla togliere a chi va in galera.

Anche qui ripensa alla sua solitudine e all’impossibilità da parte sua di cambiare le cose : fuori è primavera, fuori è la rivoluzione, e lui invece è in galera, costretto a restare lì ancora per tanto tempo, in una condizione di completa solitudine, anche se molti altri si trovano nella sua stessa situazione. Attraverso le sbarre vede la sua donna, e la sente parlare con la gente..”da un po’ di tempo era un po’ cambiato, ma non nel dirmi amore mio

Tante le grinte, le ghigne, i musi, 
poche le facce, tra loro lei,
si sta chiedendo tutto in un giorno
si suggerisce, ci giurerei
quel che dirà di me alla gente
quel che dirà ve lo dico io
da un po’ di tempo era un po’ cambiato
ma non nel dirmi amore mio
da un po’ di tempo era un po’ cambiato
ma non nel dirmi amore mio.

Ma è qui il momento di maggior presa di coscienza da parte dell’uomo : già ha percorso quella strada che lo ha portato da un’obbedienza iniziale al sistema imposto dalla società e alla morale imposta dai genitori, al diventare uomo, a diventare se stesso – seppur con il gesto violento – e a separarsi da coloro che obbediscono sempre. E’ ancora più dura però – per gli uomini, dice – “capire che non ci sono poteri buoni”, che tutti i poteri sono corrotti o comunque in qualche modo lo saranno, anche quello morale dei genitori;

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Certo bisogna farne di strada
da una ginnastica d’obbedienza
fino ad un gesto molto più umano
che ti dia il senso della violenza
però bisogna farne altrettanta
per diventare così coglioni 
da non riuscire più a capire 
che non ci sono poteri buoni 
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni.

E adesso imparo un sacco di cose
in mezzo agli altri vestiti uguali
tranne qual è il crimine giusto 
per non passare da criminali.

E si passa sul piano più morale : lui apprende dagli altri tante cose, dagli altri che ora si trovano nella sua stessa condizione – anche se magari provengono da altre fasce sociali – e che non riescono più a vivere lì; l’unico problema per lui resta il fatto di non capire quale sia il crimine giusto per non passare da criminali, cioè il crimine che viene legalizzato e accettato come una cosa giusta da tutti, che però in sostanza resta sempre un crimine, un qualcosa di malvagio.

C’hanno insegnato la meraviglia 
verso la gente che ruba il pane 
ora sappiamo che è un delitto 
il non rubare quando si ha fame 
ora sappiamo che è un delitto 
il non rubare quando si ha fame. 

Qui si parla di etica e del suo collegamento con la giustizia. E’ ingiusto rubare quando si sta morendo di fame? La proposta è appunto quella di abbandonare la vecchia morale e riprenderne una alternativa che metta prima i princìpi umani e quindi che metta l’uomo al primo posto tra le priorità della legge. E poi chi dice cosa è giusto e cosa è sbagliato?

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Ad un certo punto, comunque, lui si rende conto di una cosa molto importante, cioè che non è solo. Ci sono anche molti altri che come lui hanno la stessa intenzione di uscire dalla prigione, e quindi, grazie alla coesione, alla collettività e all’unità degli intenti, fanno una rivoluzione e imprigionano i secondini nella prigione, capovolgendo tutto il sistema..

“Nel carcere, in una realtà non più individualista, ma forse il massimo dell’essere uguali, l’impiegato non più impiegato scopre un nuovo modo di capire la vita e le cose che lo circondano. Scopre la realtà della parola <<collettivo>> e della parola <<potere>>” Fabrizio De Andrè
Di respirare la stessa aria
dei secondini non ci va
e abbiamo deciso di imprigionarli
durante l’ora di libertà

E si riprende l’incipit iniziale, ora ancora più forte e graffiante :

 

venite adesso alla prigione
state a sentire sulla porta
la nostra ultima canzone
che vi ripete un’altra volta
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.
Per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.

(Nella mia ora di libertà, da “Storia di un impiegato” – Fabrizio De Andrè, 1973)

 

 

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21/6/1973

Voi non avete fermato il vento
Gli avete fatto perdere tempo.

Fabrizio De Andrè

Roberto Testa

 
Foto del profilo di Roberto Testa

Roberto Testa

Sono Roberto, un giovane di 20 anni. Studio Storia presso l’Università degli Studi di Torino e Contrabbasso Jazz presso il Conservatorio "G. Verdi" di Torino. La storia è molto probabilmente la passione più grande della mia vita, insieme alla musica, alla filosofia e alla politica..

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