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La privazione dei funerali per i mafiosi

Oggi più che mai è necessario prendere consapevolezza di tutti quei fenomeni di corruzione che si insinuano nelle pieghe della realtà sociale e istituzionale. Questo richiede l’impegno della società civile, dello Stato, delle forze politiche e, non di meno, da parte della Chiesa.

Sembra che sia stata proprio l’indagine chiamata “Mafia Capitale” ad aver nuovamente risvegliato la coscienza dei molti. Lo stesso attuale Pontefice, allo scoppiare dello scandalo del 2 dicembre 2014, nell’omelia del Te Deum in ringraziamento dell’anno trascorso ha affermato:

«Senz’altro le gravi vicende di corruzione, emerse di recente, richiedono una seria e consapevole conversione dei cuori per una rinascita spirituale e morale, come pure per un rinnovato impegno per costruire una città più giusta e solidale, dove i poveri, i deboli e gli emarginati siano al centro delle nostre preoccupazioni e del nostro agire quotidiano. È necessario un grande e quotidiano atteggiamento di libertà cristiana per avere il coraggio di proclamare, nella nostra Città, che occorre difendere i poveri, e non difendersi dai poveri, che occorre servire i deboli e non servirsi dei deboli!»

Il magistero del papa e dei vescovi contro le mafie è sempre più circonstanziato, incalzante e di portata globale. Inoltre la scomunica latae sententiae per i crimini più gravi compiuti anche dai mafiosi esiste. Cercheremo di vedere, in breve, come tutto questo interpelli la prassi sacramentale della Chiesa, la quale non può essere indifferente perché «Uno dei dati più inquietanti nelle deposizioni di diversi mafiosi e la loro dichiarazione di appartenenza alla Chiesa e di una certa frequenza dei sacramenti».

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Il Codice di Diritto Canonico del 1983 prevede che «I ministri sacri non possono negare i sacramenti a coloro che li chiedano opportunamente, siano disposti nel debito modo e non abbiano dal diritto la  proibizione di riceverli».

È chiaro che bisogna capire quali siano i casi in cui il diritto proibisce le Esequie ecclesiastiche. A tal proposito si possono consultare i canoni 1183-1185 i quali non sono esaustivi ma danno delle indicazioni significative. Il punto 3 del can. 1184, 1 afferma:

«Se prima della morte non diedero alcun segno di pentimento, devono essere privati delle esequie ecclesiastiche […] gli altri peccatori manifesti, ai quali non è possibile concedere le esequie senza pubblico scandalo dei fedeli».

Il successivo paragrafo precisa ulteriormente: «Presentandosi qualche dubbio, si consulti l’Ordinario del luogo, al cui giudizio bisogna stare».

Non sono state poche le esortazioni che in modo particolare la Chiesa Italiana ha rivolto agli uomini “mafiosi”. Tra tutte, quella che è risuonata molto significativa è stata la denuncia di papa Francesco nella piana di Sibari:

«La ’ndrangheta è questo: adorazione del male e disprezzo del bene comune. Questo male va combattuto, va allontanato! Bisogna dirgli di no! La Chiesa che so tanto impegnata nell’educare le coscienze, deve sempre di più spendersi perché il bene possa prevalere. Ce lo chiedono i nostri ragazzi, ce lo domandano i nostri giovani bisognosi di speranza. Per poter rispondere a queste esigenze, la fede ci può aiutare. Coloro che nella loro vita seguono questa strada di male, come sono i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati!».

I mafiosi non soltanto non sono in comunione con Dio, ma neppure con la Chiesa. Anche se battezzati e vanno a Messa o ricevono indebitamente i Sacramenti sono “scomunicati”. Il Pontefice si è espresso nei termini della scomunica latae sententiae. Si è posto il problema se una simile affermazione, nel contesto dell’omelia, possa avere valore normativo. Afferma Luciano Larivera che:

«Essa [la scomunica] è automatica e senza processi; quindi non serve una sentenza formale dell’autorità ecclesiastica che commini questa pena canonica. Il papa ha esteso tale condanna non soltanto agli ‘ndranghetisti, ma a tutti i mafiosi in ogni angolo del mondo, tuttavia non ai corrotti/corruttori sic et simpliciter. Questa scomunica si riferisce al semplice fatto di partecipare ad un sodalizio mafioso, al di là dei singoli delitti commessi secondo il diritto penale canonico. Ecco la novità che era implicita negli anatemi dei suoi due predecessori».

Il Papa non si è pronunciato con una formula solenne scritta in un documento pontificio ma ha argomentato in base all’evidenza indefettibile dei fatti, invocando il senso morale, ecclesiale e di fede del popolo di Dio. Lo ha fatto in terra di ‘ndrangheta e in modo pubblico perché le sue parole fossero conosciute da tutti, anche tramite i mass media, come è avvenuto. Allora saranno le Conferenze Episcopali e i vescovi locali a fissare le norme su chi ha il potere di assolvere da questo delitto nel sacramento della Riconciliazione, e a quali condizioni, anche in termini di riparazione (in particolare, nei riguardi dei mafiosi in carcere o agli arresti domiciliari , dove sarà fondamentale il discernimento dei cappellani penitenziari). La “scomunica” di Sibari ha ribadito l’evidenza che l’associazionismo mafioso, il suo modus operandi e la complicità con le mafie sono un peccato e un male sociale intrinseco.

«Per la fede, il mafioso compie una professione di ateismo pratico. Quindi il battezzato che si affilia alla mafia commette apostasia, perché adora denaro e potere. E questo è un delitto contro la religione e l’unità della Chiesa, che il Codice di diritto canonico sanziona con la scomunica (can. 1364,1)».

Le parole del Pontefice sono definitive ed inequivocabili, anche se non si voglia attribuire ad esse un senso di diritto canonico. Francesco non ha fatto un uso metaforico e secolarizzato del termine ecclesiale “scomunica”. E andando in visita, lo stesso giorno, al carcere di Castrovillari, ha ribadito nei gesti che anche la peggiore scomunica ecclesiale ha sempre valore medicinale e non vendicativo.

A Sibari il Papa ha voluto sancire un punto di non ritorno dell’autocomprensione di fede e di morale della Chiesa, ma pure che non basta denunciare, anche con la scomunica, la natura demoniaca e di apostasia della professione mafiosa. Alla società è indispensabile una prassi pastorale quotidiana della Chiesa anche contro la “mentalità mafiosa” di chi cerca protezioni, raccomandazioni e aiuti dai mafiosi, non vuole riconoscere le loro vittime o addirittura giustifica questa anti-cultura affermando che la mafia crea lavoro e garantisce ordine. Si tratta di educare alla legalità e all’anti-mafia fin da bambini, senza ambiguità e senza dare scandalo.

A questo punto della nostra riflessione si inserisce l’analisi più diretta del decreto con cui il Vescovo di Acireale, mons. Antonino Raspanti, priva le Esequie ecclesiastiche a chi è stato condannato per reati di mafia.

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Alla pubblicazione del decreto, in data 20 giugno 2013, non pochi hanno tacciato il documento di incomprensibilità. Mi limito ad accennare alla lettera aperta dell’avvocato Giuseppe Lipera apparsa il 24 giugno 2013 sulla testata giornalistica multimediale Live Sicilia Catania[10]. Egli richiama ad un senso critico nei confronti del provvedimento che dichiara come “ristretto territorialmente” e si pone parecchie domande, alcune anche legittime, ma che, a mio giudizio, fanno perdere l’orizzonte di fondo dello stesso documento vescovile.

«Caro vescovo, la mafia, in quanto fenomeno criminale, è certamente assai spregevole, ma la si combatte e la si contrasta con la prevenzione (pensi a quanti ragazzi Don Bosco salvò togliendoli dalla strada) o con la repressione, non col divieto del sacramento. Io anni fa difesi un medico che in primo e secondo grado venne condannato per favoreggiamento mafioso, poi in Cassazione fu assolto; e se fosse morto tra il secondo grado ed il giudizio di legittimità che cosa sarebbe successo? Avremmo forse ripreso la sua bara dal cimitero per celebrare il funerale in chiesa?».

In realtà non si colgono le intenzioni di fondo dello stesso decreto che, come afferma il prelato, non deriva da un clima di emergenza legato alla diocesi di Acireale, ma è maturata negli anni della sua formazione palermitana e concretizzatasi nell’anno della beatificazione di don Giuseppe Puglisi. A chi lo accusa di eccessiva severità che esula dal suo compito ministeriale mons. Raspanti risponde:

«Ovviamente, non punto alla condanna eterna di nessuno, anche perché il giudizio definitivo spetta sempre a Dio. Ma nell’ottica del nostro cammino terreno e sociale, dove la ragione e la giustizia hanno il loro senso, anche la concessione del funerale deve seguire la sua logica […]. Ho l’impressione che tra molti credenti sia passata di moda la consapevolezza dell’inferno, della concreta possibilità di una condanna eterna. Eppure, la visione della Chiesa non è questa. Anche se noi, come uomini, non possiamo sapere chi alla fine andrà all’inferno, la sua esistenza non deve essere messa in discussione. E tale consapevolezza dovrebbe incidere nelle nostre scelte di vita. Insomma, io mi oppongo a una visione buonista della religione: la misericordia di Dio non può servire a mettere da parte la sua richiesta di operare un vero cambiamento del cuore».

È proprio il cambiamento del cuore la finalità a cui mira esplicitamente il documento prodotto dal Vescovo. Difatti non sono privati dalle Esequie ecclesiastiche coloro che prima della morte hanno dato segno di pentimento.

«Decreto che sia privato delle esequie ecclesiastiche in tutto il territorio della Diocesi di Acireale chi è stato condannato penalmente per reati di mafia, con sentenza definitiva, dal competente organo giudiziario dello Stato italiano, se prima della morte non abbia dato alcun segno di pentimento».

Sicuramente non è facile decifrare un gesto di pentimento, soprattutto quando non è eclatante. Eppure la Chiesa ha il compito di incoraggiare il cammino di conversione, anche con provvedimenti simili, affinché si prenda coscienza che chi vive da mafioso rischia di morire senza la consolazione che lo Spirito offre a chi sceglie la vita vera. La Chiesa è anche sempre pronta a offrire il balsamo della Riconciliazione e dell’Unzione degli infermi a quanti desiderano convertirsi.

Ci rendiamo conto che il breve excursus non è esaustivo ma basta per prendere consapevolezza che se i documenti magisteriali sono molti, pochi sono invece i provvedimenti pastorali che li attuano a livello locale. Non sono, tuttavia, soltanto i vescovi ad dover attuare iniziative che facciano prendere coscienza dei fenomeni mafiosi; anche i presbiteri, come il beato Giuseppe Puglisi, devono adoperare una pastorale ordinaria contro la mafia che è fatta dal rifiuto di ogni sorta di connivenza.

 

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Ormai siamo consapevoli che nei comportamenti di molti criminali è riconoscibile una sacralità mafiosa agevolmente riscontrabile in un lessico pseudo-religioso, ma non è dato di trovare tracce della presenza di Dio. Il Dio mafioso ha il volto del potere e la voce della violenza: esso coincide con il delirio di onnipotenza di uomini che credono di poter decidere del destino altrui. Ecco perché la mafia è radicalmente, intrinsecamente incompatibile con la fede cristiana.

Il provvedimento pastorale di mons. Antonino Raspanti non vuole sfidare la mafia ma costituire un’alternativa ad uno status quo che ha l’impressione di essere inamovibile per una mentalità fortemente radicata, anche ai livelli più alti della cultura, come abbiamo avuto modo di prendere coscienza con l’indagine di “Mafia capitale”. La stessa prassi sacramentale non può essere indifferente: il rischio è di svuotarla della sua valenza profetica ignorandone la sua significativa ricaduta sul piano personale ed ecclesiale, oltre che nella vita socio-politica della comunità civile.

 

 

 

Gabriele Patanè

 
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