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Se(t)tanta storia ci ha lasciato qualcosa..

Sappiamo bene com’è andata il 2 giugno di 70 anni fa, o almeno, così dovrebbe essere.

“Gli italiani potevano votare, tutti : dovevano scegliere tra la monarchia – i re, i Savoia – e la Repubblica.. Anche la nonna andò a votare”
“Ah, sì! Ma perché, prima di quel giorno non poteva votare?”
“No, prima no, infatti quella volta uscì di casa e si recò al seggio”
“E alla fine chi ha vinto?”
“La Repubblica. Di poco, ma la Repubblica.”

 

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Nella mia innocente ignoranza, nei primi stereotipi della mia mente, il Re non doveva essere una cosa così negativa, anzi, lo vedevo sempre lì, col sorriso in faccia a regnare, ad aiutare le persone, a giudicare e a garantire l’ordine per il bene comune. Della Repubblica, invece, io non sapevo niente. Era un qualcosa di sconosciuto, sì, forse qualche volta avevo letto nei tanti fascicoli dell’ufficio dove lavorava mio padre la scritta “Repubblica Italiana” con quel suo simbolo strano, ma non avevo mai fatto attenzione al significato della parola.

Repubblica, res publica. Paradossalmente nel 1946 siamo già in ritardo per la Repubblica, ma si sa, meglio tardi che mai.
La prima repubblica è quella romana, è quella del 509 a.C., quando, cacciato l’ultimo re despota Tarquinio il Superbo, i romani decidono di gestire (o meglio, provare a gestire, visti poi i risultati) direttamente loro la “cosa pubblica”. A quei tempi, repubblica significava collegialità, divisione ed equilibrio dei poteri (piuttosto abbozzate), tendenza verso il bene comune e forse anche democrazia, in una sua forma piuttosto arcaica e fuori moda. Eppure le persone ci credevano, eppure c’era chi, come Catone Uticense, si uccideva per non cadere nuovamente nella dittatura cesariana, o chi, come Cicerone, difendeva la res publica, per quanto questo avrebbe potuto costargli la vita o l’esilio…
Insomma, uomini convinti che la libertà, già a quei tempi, fosse davvero il bene più caro da preservare. Perché se res publica vuol dire, oltre che “interesse comune”, “cosa di tutti”, “base per le forme di governo”, “sistema costituzionale” o qualsiasi altra cosa vogliate, vuol dire anche democrazia, libertà e giustizia. Perché senza queste 3 componenti, la Repubblica avrebbe davvero pochi motivi di esistere.

Ora forse comprendiamo perché il 54,3% degli italiani il 2 giugno ha dato fiducia alla Repubblica.

 

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Perché credeva in quei valori.
Perché non ne poteva più dell’autorità del Re o di chiunque altro.
Perché voleva evitare altre brutte svolte reazionarie come quella del fascismo.
Perché credeva che tutti, a prescindere dal ceto sociale di appartenenza, dal pensiero politico, dalla fede religiosa o dal sesso, dovessero essere uguali e con le stesse possibilità.
Perché credeva che dopo la guerra e dopo tutti i disastri causati dalle scelte di chi c’era prima, ora toccasse far scegliere agli italiani.
Perché la democrazia, questa sconosciuta, doveva partire dal basso ed essere partecipativa e partecipata, non dettata e “concessa” da chi sedeva sugli scranni del potere.
Perché il Bel Paese aveva bisogno di valori a cui credere, che non fossero “Dio, patria e famiglia” o “Viva il re!”.
Perché i valori e i sacrifici della Resistenza non dovevano essere dimenticati, ma proprio su quelli bisognava insistere e suggellarli in un “patto”, la Costituzione.
Perché l’Italia aveva bisogno di una Costituzione che tutelasse la democrazia e tutti i cittadini, che garantisse diritti e doveri, che definisse i compiti della Repubblica e della politica e che mettesse dei paletti fissi su ciò che era fondamentale fare o evitare.

E i cittadini scelsero, e, nonostante tutto quello che in 70 anni abbiamo visto, tra le due scelsero bene.

Buona “festa della Repubblica”, fin quando festeggiare sarà l’ultima possibilità di far sentire il trambusto del vortice di quel vuoto di democrazia, libertà e partecipazione in cui ci stanno e ci stiamo trascinando.

 

 

Roberto Testa

[Segnaliamo un articolo di un nostro blog amico : “150 Anni Insieme” leggi qui]

 
Foto del profilo di Roberto Testa

Roberto Testa

Sono Roberto, un giovane di 20 anni. Studio Storia presso l’Università degli Studi di Torino e Contrabbasso Jazz presso il Conservatorio "G. Verdi" di Torino. La storia è molto probabilmente la passione più grande della mia vita, insieme alla musica, alla filosofia e alla politica..

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